“Melior de cinere surgo”. Risorgo dalle ceneri. Ma quando l’acqua riempie strade, sottopassi, piazze e quartieri, quella promessa diventa una domanda retorica: risorgere quante volte, a che prezzo?
A mettere il dito nella ferita è un documento politico: la nota “Catania vulnerabile – La città dei dissesti”, firmata dalla Fillea Catania. La Fillea non racconta l’alluvione come una fatalità. Nel testo della Fillea Catania guai a parlare di catastrofe improvvisa. Il cambiamento climatico e la tropicalizzazione non sono leggende. La città, secondo il sindacato, si è resa più fragile: consumo di suolo, impermeabilizzazione, edificazioni che hanno strozzato l’equilibrio naturale. L’acqua non sparisce. Non si dissolve. E quando trova ostacoli, li aggira o li abbatte.
La nota firmata dalla Fillea insiste su un punto centrale: il cemento non è neutro. Un suolo impermeabilizzato non assorbe, non rallenta, non “trattiene” la pioggia; la respinge e la consegna. L’espansione verso la cintura pedemontana, l’arrampicarsi verso il vulcano, lo spostamento di popolazione: tutto questo ha stravolto flussi e tempi dell’acqua.
Per la Fillea Catania l’acqua ha memoria. Tombare un corso d’acqua, coprire una linea di impluvio, costruire sopra un tracciato naturale non significa cancellarlo; significa solo rimandare lo scontro. Il caso dell’Amenano, richiamato nel documento, è il simbolo di una città che in parte si è sviluppata negando i propri nervi idrici. E quando le precipitazioni diventano estreme quei nervi si riprendono lo spazio.
L’eterno romanzo incompiuto delle opere pubbliche. La Fillea ricostruisce la vicenda del canale di gronda e dei collettori come una sequenza di promesse, ritardi, pezzi mancanti, raccordi mai realizzati, rimpalli tra livelli istituzionali. Il risultato: un’opera che avrebbe senso solo come sistema viene spezzata in frammenti.
Ogni volta, la stessa liturgia: emergenza, conti dei danni, ringraziamenti ai soccorritori, e poi il silenzio che rimette tutto al suo posto, tranne l’acqua che tornerà.
La Fillea, però, non fa solo accusa: mette sul tavolo un’idea di futuro. Programmazione. Vera, metropolitana. Completare ciò che è stato iniziato rendendolo funzionale. Rivedere l’impianto normativo e urbanistico.
E ritorna il latino: “homo faber est suae quisque fortunae”. Se siamo davvero artefici della nostra sorte, allora dobbiamo smettere di chiamare “sfortuna” quello che nasce da scelte ripetute.
Il documento firmato dalla Fillea Catania parla anche di fragilità sociale quando la città si allaga, c’è chi soffre di più. Soprattutto chi vive nelle zone più esposte, chi ha meno strumenti, chi dipende da servizi. Loro pagano il prezzo più alto.
La nota firmata dalla Fillea dice chiaramente che risorgere non basta. Servono trasparenza, competenza, opere.
L’acqua fa il suo mestiere. Ma Catania vuole finalmente fare il proprio?




