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Lotta alle mafie, riforme approvate, separazione delle carriere e caso ECM. Tutto questo nell’intervista a Sebastiano Mignemi

L'INTERVISTA a Sebastiano Mignemi, Presidente della prima sezione penale della Corte d'Appello di Catania. Da pubblico ministero a Caltanissetta si occupò delle prime indagini inerenti all'omicidio del “giudice ragazzino”: Rosario Livatino.

by Antonino Schilirò
29 Gennaio 2026
in Interviste
Reading Time: 6 mins read
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Siamo stati al Tribunale di Catania, precisamente alla Corte d’Appello, dove abbiamo intervistato il Presidente della Prima Sezione Penale: Sebastiano Mignemi. Abbiamo parlato degli inizi della sua carriera in magistratura, quando da pm si occupò delle prime indagini sull’omicidio del giudice Rosario Livatino. Poi abbiamo approfondito tematiche relative a cosa nostra catanese e alla sua evoluzione.

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Dei passaggi sono stati fatti sulle diverse forme approvate partendo dalla riforma Cartabia che più ha colpito i processi proprio alla Corte d’Appello, passando per l’abolizione dell’abuso d’ufficio, il limite alle intercettazione, la riforma della Corte dei Conti, e altre fino a finire all’attuale riforma targata Nordio che, tra le altre cose, prevede la separazione delle carriere, la suddivisione del CSM con l’istituzione dell’Alta Corte e il sorteggio per eleggere i componenti dei vari CSM. Per finire un passaggio sull’ultima inchiesta fatta da Report che scuote il mondo della giustizia: il software ECM.

“Io, magistrato di prima nomina e pubblico ministero a Caltanissetta, mi trovai di turno in occasione dell’omicidio del collega Rosario Livatino che avevo conosciuto alcuni mesi prima.

Chiaramente potete immaginare quello che furono quei giorni, lo sgomento per la morte di un collega l’accertamento di una matrice mafiosa indiscutibile in quel tipo di agguato, i giorni convulsi delle prime indagini, l’individuazione dei soggetti che furono assicurati alla giustizia e da lì in poi negli anni a seguire si svolse il processo che portò alla prima condanna definitiva all’ergastolo in Italia per l’omicidio di un magistrato per mano della mafia. Quello che mi resta della figura di Rosario è aver conosciuto poi, attraverso lo studio della sua attività professionale, la correttezza totale del suo agire da magistrato, la ricerca nelle indagini quale pubblico ministero di ogni tipo di prova, anche quella a favore degli imputati.

Quindi una cultura della giurisdizione che incarnava in maniera assolutamente e quindi è di estrema attualità questa figura di Livatino in un momento in cui questa figura del pubblico ministero viene intaccata da questa riforma e, se questa riforma passasse, lascerebbe la strada maestra della cultura della giurisdizione”

Queste sono le parole di ricordo dei suoi primi anni in magistratura che lo videro coinvolto in uno dei casi che ha segnato nel cuore la Sicilia e i siciliani.

Parlando della mafia a Catania ha affermato:

“Io ho un angolo di osservazione che è quello della corte d’appello, quindi non mi occupo direttamente in prima battuta di indagini. Però mi pare di osservare che l’attenzione degli investigatori è sempre al massimo livello, che la città da questo punto di vista viene studiata, analizzata e controllata attraverso indagini sempre più specifiche e profonde.

Il fenomeno ha avuto chiaramente degli aspetti di diversificazione sul territorio perché interessa non solo quella che una volta chiamavamo manovalanza ma certamente interessa poi una parte di attività della città che si va ad intersecare con il settore commerciale, con il settore imprenditoriale. Quindi lì le indagini diventano un po’ più complicate ma vengono fatte.

Il numero di misure di prevenzione, per esempio, che viene adottato è elevato ed è quindi il sintomo del fatto che gli inquirenti che hanno un occhio puntato su questi aspetti. Io direi che c’è una mafia che cerca di inabissarsi dopo il periodo stragista e ancora quel tipo di strategia non è cambiata ma c’è uno Stato che ora ha degli strumenti per seguire questi fenomeni di inabissamento e colpire ugualmente, dove c’è la possibilità e la valutazione dell’esistenza di fatti di reato, con indagini e poi con processi.”

Approfondendo il tema dell’improcedibilità introdotto con la riforma Cartabia che più ha modificato il lavoro in Corte d’Appello ha affermato:

“Il nostro lavoro è cambiato nel senso che teniamo conto ora di questo termine (due anni per la sentenza in appello e un anno per la cassazione, ndr.) che è un termine un po’ ristretto rispetto ai termini di prescrizione. Quindi il nostro lavoro ha subito un incremento favorevole ma, soprattutto, si ha avuto l’incremento attraverso l’ingresso degli ufficiali assistenti per il processo, questo personale qualificato che collabora sia col magistrato che con la cancelleria che sia nel settore civile che nel settore penale e ha permesso, negli ultimi 2-3 anni, il raggiungimento degli obiettivi del PNRR e quindi sono stati smaltiti migliaia e migliaia di processi in tutta Italia grazie al lavoro di queste persone che purtroppo, però, sono precarie e ora nel 2026 non si sa bene ancora se verranno stabilizzati o meno e questo sarebbe un colpo durissimo per l’amministrazione della giustizia perché frenerebbe tantissimo l’attività di lavoro di tutti i tribunali e le corti d’appello d’Italia, perché la produttività si ridurrebbe. Io, con il mio angolo di osservazione su questa sezione, si ridurrebbe almeno del 50%.”

Un ulteriore approfondimento è stato fatto su tutte le riforme approvate e su ciò che è stato annunciato di voler cambiare. Infine un passaggio obbligatorio è stato fatto sul caso che ha colpito la magistratura nel suo insieme e il Ministero della Giustizia: il caso ECM.

Caso sollevato grazie ad un’inchiesta di Report mandata in onda nell’ultima puntata. Secondo quanto riportato dal programma, in breve, nei computer dei Tribunali d’Italia esisterebbe un software chiamato ECM con il quale ci sarebbe la possibilità di spiare e controllare da remoto ciò che si trova all’interno di questi computer. Se fosse vero si minerebbe tutto il lavoro che viene fatto da giudici e magistrati in quanto altre persone avrebbero accesso ai file e quindi alla documentazione processuale:

“Io non le so rispondere se a Catania lo abbiamo. Credo che se è un applicativo in uso al Ministero è chiaro che è anche applicato sui nostri computer. Credo che la cosa debba essere particolarmente approfondita perché sarebbe una gravissima violazione del segreto. Per quello che ho visto e letto in questo giorni ci sarebbe un sistema attraverso il quale l’amministratore potrebbe entrare all’interno del computer acceso andando a vedere il lavoro che svolge il magistrato senza il consenso del magistrato.

Ora questa mi sembra una cosa sulla quale il ministero dovrebbe al più presto muoversi e chiarire perché, se è così, questo sistema andrebbe disinstallato per la sicurezza dei cittadini, per la sicurezza di tutti perché, capite bene, che le fughe di notizie sono la cosa peggiore che può accadere durante un’indagine e comunque la violazione dell’attività professionale dei magistrati, oltre che di quelli requirenti anche per i giudicanti, è una cosa assolutamente insopportabile.”

Sulla possibilità che esista pure a Catania risponde:

“Potrebbe anche esserci stato ma non potevo riscontrarlo perché io tecnicamente non sono in grado di capire se sul mio computer è intervenuto un’operazione di questo genere perché è un’operazione che esternamente non lascia traccia, al lascia nella memoria del computer. Ma io non sono in grado di andare a controllare, ci vuole un esperto informatico. Io non l’ho fatto.

È questa la gravità. Cioè io dovrei vedere, attraverso un esperto informatico, se nel mio computer, io e tutti quanti, ci sono stati accessi non autorizzati e in quel caso bisognerebbe capire chi e perché ah fatto questi accessi. È una cosa gravissima.”

In conclusione si è parlato di cosa si auspica che succeda fino al referendum del 22-23 marzo nella campagna referendaria che verrà fatta:

“Mi auspico che si abbassino i toni populistici e propagandistici che sono stati utilizzati e che venga spiegato effettivamente alla gente il contenuto di questa riforma.

È una riforma molto tecnica che però nasconde particolari insidie. Vanno spiegate alla gente le caratteristiche di questa riforma perché possa votare in modo consapevole, serio impegnato da cittadino capendo che non si tratta di un voto qualunque ma un voto dal quale dipenderà la vita democratica del nostro paese per i prossimi anni perché sarebbe un cambiamento epocale del sistema di equilibrio dei poteri all’interno della nostra Costituzione”

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Antonino Schilirò

Appassionato di politica e lotta alle mafie conduco, insieme al giornalista Giuseppe Notaro, la rubrica online sui social "Informazione Antimafia". Responsabile comunicazione dell'associazione Dioghenes Aps, con sede distaccata aperta a Maletto (CT). Inviato dell'emittente televisiva siciliana Telemistretta Collaboratore del giornale online della Generazione Z progressista.io

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