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Fuochi d’artificio diffusi in tutti i sistemi criminali

by Alessio Di Florio
25 Maggio 2020
in Mafie
Reading Time: 7 mins read
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Un’imponente batteria di fuochi d’artificio al termine della festa per la «Madonna del Soccorso» con dedica ad un boss ucciso due anni fa, minacce al sindaco che ha ribadito pubblicamente che la festa e lo spettacolo non erano autorizzati per le norme anti-covid19 e li ha definiti su facebook «un fatto di gravità inaudita, una sfida inaccettabile alla città ed allo Stato che non può passare sotto traccia».

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È accaduto nei giorni scorsi a San Severo, conquistando per alcune ore le cronache nazionali, altri episodi sono stati segnalati in varie città d’Italia in questi mesi di lockdown.

Mentre milioni di italiani si sono chiusi in casa, rispettando le disposizioni per il contenimento della pandemia anche tra enormi sacrifici, le batterie dei fuochi d’artificio da parte di affiliati e sostenitori della malavita non si sono fermati fino addirittura ad intensificarsi. Come abbiamo più volte denunciato in queste settimane in Abruzzo con denunce e segnalazioni che sono arrivate anche a noi da Pescara e Vasto.

Diversi i cittadini che hanno pubblicamente denunciato quanto stava accadendo a Rancitelli, con i bagliori e i rumori percepiti fino a Spoltore, mentre a Vasto su facebook abbiamo rintracciato un solo post in cui un cittadino si lamentava dello spavento considerandoli una bravata adolescenziale. La realtà, che troppo spesso si continua a negare o minimizzare, è più complessa e rappresenta uno spaccato dell’Abruzzo dello spaccio, della violenza e dell’imposizione sul territorio di famiglie (che in alcuni casi andrebbero definiti clan) incuranti del bene collettivo, che hanno egemonizzato i traffici criminali e che cercano di imporsi con la prepotenza e la violenza.

Sono tutti fatti che in queste settimane di emergenza sanitaria sono probabilmente cresciuti di intensità e frequenza ma vengono da molto più lontano: la foto di quest’articolo riporta un momento del video pubblicato sulla pagina facebook del comitato di quartiere «Per una nuova Rancitelli» il 29 luglio dell’anno scorso. Nelle serate di sabato 23 maggio e domenica 24 maggio il boato è stato percepito persino sul lungomare di Pescara e quasi certamente erano in corso anche gli ennesime festeggiamenti di questi mesi, feste che sono sempre continuate anche durante il lockdown violando ogni norma e regolamento per il contenimento del contagio del nuovo coronavirus come denunciato dal comitato. I boati dei fuochi si sono sentiti distintamente anche a nord di Pescara e, come nella serata di domenica 24 maggio, potrebbero provenire anche da Pescara Colli.  

Leonardo Palmisano nei giorni scorsi ha denunciato vari episodi di fuochi d’artificio e sparatorie nel sistema criminale barese. «L’uso dei fuochi d’artificio – ha evidenziato nell’intervista che ci ha rilasciato in questi giorni – per segnalare la presenza sul territorio dei clan è diffuso in tutti i sistemi criminali italiani e deriva da una tradizione molto antica che, probabilmente, discende dal fatto che i clan hanno sempre cercato di governare le feste patronali che in Italia si concludono tradizionalmente con i botti».

Quali messaggi trasmettono i clan con l’esplosione dei fuochi d’artificio? In questi ultimi mesi di emergenza sono rimasti sempre gli stessi ? C’è stato un aumento di questi fuochi o è solo una percezione?

«L’uso dei fuochi d’artificio per segnalare la presenza sul territorio dei clan è diffuso in tutti i sistemi criminali italiani e deriva da una tradizione molto antica che, probabilmente, discende dal fatto che i clan hanno sempre cercato di governare le feste patronali che in Italia si concludono tradizionalmente con i botti. In questo momento nelle aree d’Italia che conosco meglio rispondono a tre esigenze: comunicare l’avvenuta consegna di carichi di sostanze stupefacenti da un quartiere all’altro e quindi – come è accaduto a Bari durante il lockdown – si possono avere fuochi molto brevi a distanza di poco tempo che partono dai quartieri più vicini al mare (che sono i quartieri di sbarco delle sostanze stupefacenti e poi fungono da magazzino pe stupefacenti o altre merci mafiose) e poi raggiungono l’entroterra, i botti segnalano quindi a chi di dovere che i trasferimenti sono avvenuti; l’uscita o la buona riuscita di un percorso carcerario di qualche boss o altri personaggi importanti con il quartiere che così festeggia. A volte sono preceduti anche da altre forme di festeggiamenti, come cene all’aperto o sparando per aria soprattutto con kalashnikov, segnalando quella che considerano una vittoria sullo Stato».

Anche in questo periodo di sospensione di molte attività giudiziarie?

«In realtà la giustizia non si è fermata, come qualcuno pensa, e non sono stati scarcerati solo capi clan per le condizioni di salute, ci sono anche altri appartenenti alle organizzazioni criminali che sono stati scarcerati. Posso farti un esempio del mio territorio, il capoclan del mio quartiere è uscito all’inizio di marzo per decorrenza dei termini e questo ha portato sin da subito ad una intensificazione del festeggiamento serale e del controllo del territorio fino a sparatorie celebrate nelle ultime settimane e il ritrovamento di armi in una zona a ridosso della stazione quindi centrale».

E poi abbiamo l’altro possibile segnale.

«Il terzo aspetto è quello che segnala di più la presenza sul territorio quotidiana, il sistema criminale al territorio di essere presente. Chi abita in una zona a forte densità mafiosa storica si rende conto e sa che i fuochi d’artificio sono esplosi nottetempo non da ragazzini che fanno bravate ma da affiliati ai clan. Possono essere diversi i motivi ma la cadenza pressoché quotidiana può anche mescolarli, possono segnalare non solo la presenza ma anche il controllo nelle ore notturne».

C’è stato un aumento di questi fuochi in questi ultimi mesi o è solo una percezione?

«Durante il lockdown abbiamo avuto le città egemonizzate dai clan (Bari, Palermo, Napoli tra le principali), non è solo una percezione che siano aumentati in questo periodo: li abbiamo sentiti più forte perché c’era il silenzio intorno ma la loro frequenza è aumentata. I clan si stanno proponendo a risolvere la crisi per non poche persone iniettando nel sistema economico familiare denaro sporco.

Si stanno riprendendo il territorio come una volta, al sud stiamo registrando dall’inizio della crisi una accelerazione e una riemersione dell’arroganza. Mentre i ragazzini dei clan non hanno ruoli di intervento diretto nell’economia, la fascia adulta sta entrando nei territori, soprattutto quelli più poveri e popolari, portando denaro dove vi è più necessità. Questo fa maturare un nuovo dispositivo di controllo territoriale che noi non vedevamo così efficace da tempo: i clan si stanno riprendendo le piazze tradizionali dello spaccio e le case popolari. Con l’aumento della povertà si abbasserà il prezzo delle sostanze stupefacenti ma non la domanda, è molto probabile che nelle città più povere – del sud come nelle periferie del nord come Rogoredo, Baggio, San Siro e Quarto Oggiaro – tornerà una dimensione di spaccio molto capillare in strada.

Con tutto quello che ne consegue: morti di overdose, traffico di siringhe, connivenza con i farmacisti e altro. Un ritorno agli anni novanta con l’aggiunta degli smartphone e dei social (soprattutto whatsapp) come dispositivi per convocarsi e acquistare. Le piazze non saranno più di sosta – tranne poche come Rogoredo – ma molto più a chiamata per evitare che gli appostamenti della polizia possano produrre effetti positivi. Gli effetti sociali saranno devastanti almeno quanto quelli prodotti dal consumo di sostanze stupefacenti, soprattutto eroina, negli anni ottanta e novanta con un conseguente fortissimo arricchimento delle mafie che continueranno ad accumulare liquidi che immetteranno nel sistema dell’usura, del traffico illecito di denaro, nel trasferimento di capitali all’estero, nel riciclaggio di denaro sporco, nella corruzione ed in altri traffici criminali. Quando riapriranno temo torneranno a spacciare in modo molto di più intenso di prima dentro le scuole».

Come abbiamo riportato varie volte nei nostri articoli segnalazioni di fuochi d’artificio li abbiamo avuti anche in Abruzzo.

«È necessario prestare molta attenzione perché quando arrivano a segnalare la presenza con fuochi d’artificio si sono già insediati. Lì dove il territorio non è poverissimo ma andrà incontro ad un impoverimento molto forte, come in Abruzzo, inevitabilmente bisogna prestare veramente attenzione perché sono segnali che stanno penetrando nell’economia e hanno accelerato tale penetrazione. L’intervento capillare soprattutto nell’economia popolare, dei mercati, dell’esercizio commerciale di prossimità e altre attività delle stesse dimensioni, è il più pericoloso: così controllano interi rioni in cui arrivano anche a diventare l’anti Stato costruendo una dimensione sociale para statale, che ha necessità anche di un controllo militare e quindi arriveranno anche le armi».   

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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