D’Alì “a disposizione” nell’orbita di Messina Denaro, Dell’Utri e il patto protettivo, Matacena vicino alla ’ndrangheta: cronaca narrativa della cerniera tra potere e clan.
La chiamano borghesia mafiosa. Non spara, firma. Non urla, insinua. Abita consigli d’amministrazione, studi professionali, fondazioni che nascono come funghi. È una cerniera: da una parte la politica “perbene”, dall’altra le mafie. In mezzo, intermediazioni, promesse, nomine, gare ritagliate. Giovanni
Falcone lo aveva spiegato senza retorica: un “terzo livello” fatto di mediazioni stabili. Seguite i soldi – diceva – e il resto verrà da sé.
A Trapani, la cronaca ha messo in fila nome, cognome e ruolo: Antonio D’Alì, senatore di Forza Italia ed ex sottosegretario all’Interno, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Le carte raccontano un politico “a disposizione” della struttura di Cosa Nostra trapanese, nell’orbita dei Messina Denaro. Non un incidente: un metodo. Relazioni, disponibilità, potere che apre porte. S’è detto per anni che il Nord era la stanza degli specchi e il Sud il retrobottega: bugia comoda. A Trapani come a Milano la zona grigia lavora con lo stesso vocabolario: influenza, coperture, scambi.
1994: nasce Forza Italia. Il partito lo fonda Silvio Berlusconi con Marcello Dell’Utri architetto organizzativo e cofondatore. Non è una nota di colore, è un fatto politico: Dell’Utri verrà condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa per i rapporti con Cosa Nostra fino al 1992. Nelle sentenze, quel mondo è raccontato come un “patto protettivo”: pagamenti sistematici alla mafia per garantire protezione. Il nome di Berlusconi compare come beneficiario della protezione in quel sistema che lo ha visto pagare: è il quadro giudiziario ricostruito nero su bianco. Descrizione giudiziaria di una stagione in cui impresa, politica e mafia si sono toccate.
C’è poi la rotta jonica: Amedeo Matacena, ex deputato di Forza Italia, condannato in via definitiva per concorso esterno con la ’ndrangheta (area De Stefano). La latitanza negli Emirati è l’istantanea di una politica che si affida ai clan e poi scappa dai doveri. Ogni voto raccolto di quelle relazioni è un debito che si ripaga con appalti, pressioni, varianti, posti chiave negli uffici dove si decide tutto e non si vede niente.
Cos’è davvero la borghesia mafiosa? È metodo. Non ha un nome solo, ne ha una costellazione. Vive di consulenze travestite da competenza, di fondazioni che sgranano donazioni senza trasparenza, di lobby senza registro, di carriere sincronizzate con la puntualità di un orologio svizzero. È il terzo livello di Falcone: una rete di scambi che normalizza l’eccezione finché l’eccezione smette di scandalizzare.
Non c’è spazio per i cerchiobottismi. La borghesia mafiosa va condannata senza mezzi termini. Perché ogni volta che una gara pubblica viene cucita su misura, un ospedale diventa più lento, una scuola più fragile, una strada più insicura. Perché ogni nomina opaca è un diritto sfrattato. Perché ogni volta che si delegittima chi fa domande – magistrati, giornalisti, attivisti, funzionari onesti – si consegna la città al sussurro di chi tratta al riparo dagli occhi.
Servono anticorpi. Trasparenza radicale sui finanziamenti a partiti e fondazioni, con dati aperti e tracciabili; registri obbligatori delle lobby e agende pubbliche di chi governa. E poi educazione civica degli adulti: imparare a leggere bilanci, determine, varianti, a riconoscere conflitti d’interesse. Senza cittadini esigenti, la trasparenza è scenografia.
Qualcuno dirà che è passato remoto. Ma il passato in Italia ha l’abitudine ostinata di stare al governo del presente. D’Alì, Dell’Utri, Matacena non sono figurine di un album polveroso: sono nodi che spiegano come la cerniera funzioni oggi. È così che la borghesia mafiosa vince: senza apparire, senza urlare, senza sangue in strada. Vince ai tavoli, nelle segreterie, nei consigli, nei corridoi dove le decisioni diventano destini.
Il metodo si può spezzare. Con la manutenzione istituzionale, con atti che cambiano procedure, con lavoro e luce. Accendere la luce sui soldi, sulle agende, sulle scelte. È il modo più semplice per mettere in crisi il terzo livello: togliere l’ombra che gli dà forza.
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