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Le giustificazioni di Mario Mori

by Paolo De Chiara
8 Dicembre 2021
in L'Opinione
Reading Time: 7 mins read
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Il Generale Mario Mori in questa intervista (che trovate alla fine dell'articolo) cerca di giustificare la mancata perquisizione in via Bernini in Palermo, in occasione della Cattura di Riina (covo-abitazione del latitante) e contemporaneamente cerca di addebitare la strage di via D'Amelio alla questione relativa al rapporto mafia-appalti.

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Il quadro che appare, per i più informati dei fatti, è quello che tali dichiarazioni, viceversa di quello che vuole fare intendere Mori, sono palesemente discordanti e incredibili, dimostrando invece una realtà completamente diversa da quella raccontata che portano chi ascolta a trarre le conclusioni che il covo di via Bernini fu volontariamente non perquisito e la strage di via D'Amelio ha motivazioni sicuramente diverse dalle indagini mai fatte da Borsellino, inerenti il rapporto mafia-appalti, presentato dai ROS.

Mori inizia esplicitando che "Cosa nostra", essendo un'organizzazione criminale ben strutturata, come lo erano le brigate rosse, era prevedibile che, catturato il capo, questo venisse immediatamente sostituito dall'organizzazione e nella speranza di catturare "tutto il pollaio", si preferì attenzionare il covo per cercare di identificare più elementi appartenenti all'organizzazione criminale mafiosa.

(Dimentica il generale che, proprio come accadeva con le Br, una volta catturato un occupante del covo, questo veniva immediatamente abbandonato dall'organizzazione terroristica, nel dubbio che poteva essere stato individuato dagli investigatori. La stessa cosa sarebbe accaduta con il covo di Riina, visto che lo stesso Mori fa un'analogia con le Brigate Rosse).

Mori, aggiunge, contraddicendosi, che era possibile che il covo-abitazione di Riina non venisse frequentato da altri mafiosi, mantenendo una costante osservazione dei luoghi e per evitare che i mafiosi potessero pensare ciò, l'osservazione da parte dei Ros in via Bernini, veniva sospesa.

(Non rido per non piangere).

Mori dice che essendo trapelata la notizia dell'arresto di Riina e della posizione del suo covo come da notizie giornalistiche, per non rischiare l'incolumità dei suoi uomini appostati in quel luogo, veniva deciso di abbandonare completamente l'osservazione del covo di Riina.

(Non rido, di nuovo, per non piangere. A quel punto, avendo i Ros consapevolezza di ciò, perchè prima di abnbandonare l'osservazione non effettuarono la perquisizione?).

Solo dopo molti giorni dell'arresto, la Procura di Palermo, ordinava una perquisizione all'abitazione-covo di Riina e questa veniva trovata completamente svuotata ed, addirittura, con le pareti ridipinte. Mori aggiunge anche che la Bagarella, moglie di Riina, essendo una donna intelligente, avrebbe, una volta saputo dell'arresto del marito, distrutto eventuali documenti o cose compromettenti.

(Motivo in più per effettuare immediatamente e contemporaneamente all'arresto di Riina una perquisizione nella sua abitazione).

Mori giustifica l'abbandono dell'osservazione del covo, anche con la motivazione che il residence di via Bernini, avendo due ingressi indipendenti, sarebbe stato difficoltoso attuare una efficace osservazione.

(Continuo a ridere per non piangere, come se al Ros mancassero uomini per effettuare una continua osservazione degli ingressi, mantenendo un contatto radio tra gli operatori. Mi chiedo se questi siano state le giustificazioni dei Ros per l'abbandono del covo di Riina e mi chiedo, come sia stato possibile assolvere…?)

MAFIA-APPALTI

Mori inizia accennando ai contatti con Vito Ciancimino avuti, a suo dire, solo nella speranza di arrivare alla cattura di qualche latitante e poi chiarisce la questione del rapporto mafia-appalti che comprende relazioni e rapporti tra imprenditori, mafiosi e politica.

Mori accusa di fughe di notizie la Procura di Palermo affermando che questa, spezzettò tale rapporto informativo interessando, per le parti di competenza, altre Procure ed in particolare Catania, Trapani e Caltanissetta.

Mori accenna al contenuto del rapporto di 478 pagine e 48 indagati per la maggioranza tutti imprenditori e qualche politico. Afferma anche, il Genarale, che tale rapporto non era completamente definito e che Giovanni Falcone, prima di essere trasferito a nuovo incarico a Roma, pretese di avere consegnato tale rapporto, sebbene non completo. Falcone avrebbe immediatamente portato a Giammanco, suo Procuratore Capo tale informativa dei ROS.

Comunque tale Rapporto, a Palermo, produsse l'arresto di 5 persone. Mentre per la parte inviata a Catania, l'indagine fu assegnata al Giudice Felice Lima che chiese al suo Procuratore l'emissione di numerose ordinanze di custodia cautelare che non concesse!

Accenna anche il Generale ad altri "spezzettamenti" di tale Rapporto in altre Procure le quali, anche queste, non procedettero come dovevano procedere. Attività, quelle delle Procure, che fu attuata anche con ritardi, per non coinvolgere i politici interessati in quel rapporto.

Accenna anche a tale LIPERA che per le sue dichiarazioni rifiutò di parlare con il Giudice Lima e il Colonnello De Donno. Il Lipera, a dire da Mori, avrebbe accusato di comportamenti non corretti Pignatone, De Francisci, Gianmarco e Lo Forte. Gli sviluppi di tali ulteriori indagini in ordine al rapporto mafia-appalti, non sarebbero mai stati assegnati ai ROS dalla Procura di Palermo, mentre ad Agrigento si!

MORI passa, quindi, al racconto perche' secondo lui avvenne l'attentato a Borsellino e la sua scorta:

Il 25/06/1992 Borsellino avrebbe chiesto, in un incontro con Mori, la disponibilita' di continuare l'indagine sul rapporto Mafia-appalti. Precedentemente, Lo Forte e Scarpinato, invece, avrebbero, in data 14/06/1992 chiesto l'archiviazione del rapporto mafia-appalti.

In data 16/06/1992 Paolo Borsellino, insieme a Natoli e Lo Forte incontrano il politico Vizzini, parlando diffusamente di mafia e appalti ipotizzando che questo argomento potesse essere la causa dell'attentato al Giudice Falcone.

(Non parlano, quindi, di ulteriori indagini da fare sul Rapporto Mafia-Appalti, ma solo di possibili cause che determinarono la morte di Falcone. E' anche logico che non avessero chiesto ulteriori indagini sui rapporti imprenditoria-mafia-politica, poichè due giorni prima – 14 giugno 1992 – lo stesso Lo Forte e Scarpinato avevano già chiesto l'archiviazione del Dossier Mafia-Appalti).

Il 19/07/1992 Borsellino riceve una telefonata dal dott. Gianmanco che gli assegna delega per indagare sulla mafia palermitana.

(Non si parla neanche in questa occasione di assegnazione di ulteriori indagini su Mafia e Appalti ma solo di assegnazione di indagini generiche sulla mafia palermitana).

LO STESSO GIORNO BORSELLINO MUORE IN QUEL TERRIBILE ATTENTATO!

Il 14/08/1992 il GIP firma la richiesta di archiviazione del rapporto mafia-appalti come da richiesta dei Procuratori Lo Forte e Scarpinato del 14/06/1992. Anche Giammanco avrebbe richiesto l'archiviazione del rapporto mafia-appalti tre giorni dopo la morte di Borsellino e precisamente il 22/07/1992.

Ora mi chiedo e vi chiedo: se già Lo Forte, Scarpinato e Giammanco, avevano deciso per l'archiviazione del Rapporto Mafia-Appalti, cosa giustifica l'urgenza e l'accelerazione di Cosa nostra per compiere l'attentato a Borsellino che, forse – come appare da quanto Mori dice – Borsellino non si interessò e mai venne interessato sulle indagini di tale Rapporto che già era in via di archiviazione?

MORI finisce accennando al fatto che a fare abortire il rapporto mafia-appalti fu il deceduto giudice Giammanco! Durante l'intervista si parla anche del M/llo Lombardo che è stata l'unica vittima dei suoi uomini interessati a tali vicende. Aggiunge che la morte di Lombardo nulla ha a che vedere con questioni di mafia, ma solo di questioni politiche. Aggiunge, sempre Mori, a precisa domanda che per parlare della questione Ilardo ci vorrebbero altre due ore…

Accenna anche alla morte dell'On. Lima, di uno dei cugini Salvo e del M/llo Giazzelli sono sempre rapportabili alle cointeressenze per mafia-appalti!

Accenna anche al fatto che l'Agenda Rossa possa essere stata ritrovata e poi persa o più verosimilmente disintegrata nell'esplosione. Quest'ultima ipotesi, per Mori, è la piu probabile!

Conclude dicendo che i servizi segreti avevano poca conoscenza sulle vicende mafiose e che i servizi segreti deviati, in buona sostanza, non esistono e che bisogna smetterla di dire queste cose se non si fanno nome e cognome…!

Queste sono le dichiarazioni del Colonnello Mori che da cittadino, da Italiano e da uno che ha contrastato Cosa nostra, mi fanno solo rabbrividire per non dire altro… intanto si continua ad assolvere! 

L'opinione di *Mario Ravidà, già ufficiale della DIA (pubblicata sulla sua pagina Fb il giorno 7 dicembre 2021)

 

LEGGI ANCHE:

- Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

 

 

L'INTERVISTA a Salvatore Borsellino

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L'Agenda Rossa è stata nascosta. E' diventata arma di ricatto» 

 

L'INTERVISTA al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO

Prima parte: «Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte: Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte: «Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte: Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

 

IL VIDEO CON L'INTERVISTA DI MARIO MORI. 

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2021-12-08 19:11:36

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FONDATORE e DIRETTORE WordNews.it - direttore@wordnews.it Giornalista Professionista, iscritto all’OdG Molise. Scrittore e sceneggiatore italiano. È nato a Isernia, nel 1979. In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e televisione), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole. LIBRI: - Nel 2012 ha pubblicato «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta» (Falco Ed., Cosenza); - nel 2013 «Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici» (Falco Ed., Cosenza, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’ 2014); - nel 2014 «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» (Perrone Ed., Roma); - nel 2018 «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta» (nuova versione aggiornata, Treditre Ed.); - nel 2019 «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano» (Romanzi Italiani, finalista del Premio Internazionale “Michelangelo Buonarrori”, 2019). Dal romanzo «Io ho denunciato», nel settembre del 2019, è stato tratto un corto e un medio-metraggio (CinemaSet, vincitore Premio Legalità, Fiumicino 2019). È autore del soggetto e della sceneggiatura del corto e del medio-metraggio «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano», 2019 (Premio Starlight international Cinema Award, 77^ Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2020). - nel 2022 «UNA FIMMINA CALABRESE» (Bonfirraro Editore). - nel 2023 «UNA VITA CONTRO LA CAMORRA» (Bonfirraro Editore). - Ha collaborato con CANAL+ per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014. Premio "Giorgio Mazzanti", San Salvo, 31 luglio 2025. Premio giornalistico letterario "Piersanti Mattarella", Roma, 30 novembre 2024. Premio Adriatico, «Un mare che unisce», Giornalista molisano dell’anno, Guardiagrele (Chieti), dicembre 2019. Premio Valarioti-Impastato, Rosarno (RC), maggio 2022. Premio Carlo Alberto Dalla Chiesa, San Pietro Apostolo (Catanzaro), agosto 2022. FONDATORE e PRESIDENTE di Dioghenes APS - Associazione Antimafie e Antiusura (dioghenesaps.it) - Ideatore, nel 2022, del Premio nazionale Lea Garofalo (giunto alla IV edizione). - Ideatore, nel 2025, del Premio nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini - www.dioghenesaps.com -- paolodechiara.blog

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