L’Illuminismo è tramontato da tempo. E non è un tramonto romantico: è una sera lunga, piena di rumore, in cui domina una crescente irrazionalità nei pensieri, nelle scelte e nei comportamenti di molti.
La capacità critica e l’attività cosciente degli individui sono state sostituite dal fanatismo acefalo e dalla faziosità delle folle indistinte. Non si discute: si tifa. Non si ragiona: si reagisce. Prevalgono le curve da stadio, con le loro liturgie tribali: amici e nemici, cori e insulti, appartenenze che valgono più dei fatti.
È scomparsa un’etica condivisa, fondata sui valori della solidarietà e della giustizia sociale. Al suo posto, l’egoismo e l’interesse personale diventano la cifra della vita privata e il criterio delle mutevoli aggregazioni tra gli esseri umani: ci si unisce finché conviene, ci si lascia quando non rende più.
Il profitto materiale viene scambiato per lo scopo principale dell’esistenza. E, pur di raggiungerlo, si rinuncia alla libertà e persino all’essere cittadini, per diventare sudditi: servi volontari, cortigiani del potente di turno. In cambio si ottengono favori e privilegi, briciole che sembrano pane, purché arrivate dall’alto.
In tale contesto la democrazia, sempre più formale, viene progressivamente sostituita da una dittatura che ottenebra le menti prima ancora di colpire i corpi: una dittatura che non sempre ha bisogno di manganelli, perché spesso le basta la confusione, la paura, la stanchezza, l’abitudine.
E allora sì: occorre cominciare un processo di risveglio delle coscienze, cominciando dai più giovani, perché essi rappresentano la vera speranza. Non come slogan da palco, ma come scelta educativa e civile: restituire strumenti, parole, tempo, letture, confronto. Rimettere al centro il pensiero critico.
Occorre una rivoluzione che innanzitutto sia un “renovamini spiritu mentis”: un rinnovamento dello spirito e della mente. Perché senza quel cambio interiore, senza una nuova igiene delle idee, senza una disciplina del dubbio, senza il coraggio di dire “non lo so” prima di dire “lo so”, ogni ribellione rischia di diventare solo un altro tifo.
In questi giorni, sia in Italia che in alcuni Paesi del mondo, si sono visti segnali importanti di ribellione nei confronti del potere. Sono segnali. Non bastano. Ma indicano che sotto la cenere qualcosa respira ancora.
Liberiamoci dalle catene che imprigionano la nostra coscienza e, modificando le infelici espressioni di alcuni esponenti del potere politico di casa nostra, esclamiamo in coro:
“Chi non salta inutile è!”
E stavolta non per fare rumore. Ma per tornare umani. E finalmente liberi.
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