Esiste un Natale delle parole e esiste un Natale del silenzio. Il Natale delle parole è quello ebbro di retorica che nutre la melassa delle espressioni con cui i media mettono sotto i riflettori della comunicazione narrative omologate (spesso elaborazioni estrapolate dal web) che si stagliano palesemente in tutta la loro vacuità nelle prime pagine dei giornali, negli spot, nella messaggistica social mettendo a nudo la povera “creatività” del distributore, che proditoriamente le autografa assumendosene la paternità.
E’ un folkclore che negli ultimi anni ha assunto sempre più una dimensione urticante se non addirittura esilarante come quando accade di ricevere messaggi di dimensioni alluvionali in cui parole come speranza e pace convivono in articolazioni sintattiche che rendono il messaggio stesso concettualmente schizofrenico (specie quando chi lo scrive esprime attraverso le parole sentimenti notoriamente impraticati nel proprio vissuto).
Rattrista che tale menù rimbalzi nella stampa e nella tv dando vita ad un ordito scenografico in cui lucine, bimbetti, ghirlandine, caminetti, tavole imbandite con panettoni, pandori, bottiglie di liquore, decorazioni strampalate in case addobbate popolate da famiglie sorridenti, cooperano nel dar vita ad una narrativa di bontà che talvolta evoca l’arrivo a bordo di una slitta di un vecchietto vestito di rosso all’anagrafe natalizia “babbo natale”, talaltra surreali paesaggi innevati, sempre pacchi-dono confezionati con preziosi nastri, mai l’evento storico da cui trae origine la festa.
Il fine è sempre lo stesso: un ecumenico richiamo alla bontà, espressione di quell’umanità alla quale ciascuno sovente dà il significato che meglio si coniuga con la convenienza personale o, peggio, di cui si proclama sotto i riflettori di essere parte, farisaicamente ostentando una “ monetina” da conferire filantropicamente e limitatamente a una causa che giovi a disporre di un “balconcino”, un palcoscenico simbolico (ambiguo topos politico di comizio e mai di confronto con l’altro) da cui affacciarsi per dichiarare se medesimo “un sant’uomo”.
Tanto maggiori sono i riflettori tanto maggiori sono le figure retoriche di cui ampollosamente vengono farcite le parole dell’umanità natalizia dispensiera dei beneauguranti : litoti, epanadiplosi, chiasmi, sineddochi, metonimie, eccetera.
Domina il Natale dei riflettori ma esiste anche un Natale del silenzio. Il secondo è quello di “tutti gli altri”, ovvero la stragrande maggioranza degli oltre ventimila bambini e ragazzi che vivono in strutture di accoglienza e trascorreranno le feste lontani dalla propria famiglia. Per tanti di loro non è il primo Natale vissuto in questo modo, eppure… di loro nessuno ne parla.
Analogo a questo, è il Natale di milioni di anziani, che “festeggiano”, in solitudine o in ritrovi improvvisati, per un giorno, salvo poi tornare a una quotidianità fatta di solitudine e fragilità.
I minori in strutture
Secondo uno studio che prende in esame i dati raccolti dall’Istituto degli Innocenti di Firenze per conto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, alla fine del 2024 i minori ospiti in strutture residenziali in Italia erano 20.592, esclusi i minori stranieri non accompagnati.
Nella maggior parte dei casi l’allontanamento è disposto da un giudice, spesso sulla base delle relazioni dei servizi sociali, proprio come avvenuto per i bambini nel bosco. Questi minori sono ospitati in circa 4.863 strutture di accoglienza (i dati sono del dossier Quaderni “Abbandono zero” diffuso a dicembre 2025 dal Centro Studi Affido diretto da Marco Giordano e Marilena Lollo) la cui diffusione sul territorio è molto irregolare e il cui monitoraggio spesso non è adeguato, lasciando nell’ombra troppe storie di abbandono e sofferenza. Secondo quanto scrive Luciano Moia su Avvenire, di questi, circa il 55 per cento non tornerà nella famiglia d’origine. Eppure, fuori da pochi casi simbolo, il loro dramma non fa notizia.
Anziani soli
Un’invisibilità, questa, che accomuna un altro grande pezzo del Paese: gli anziani soli. In Italia quattro over 65 su dieci vivono da soli. Sono almeno 4,4 milioni di persone, spesso segnate da malattie croniche, povertà e isolamento. La solitudine incide sulla qualità della vita, sulla salute mentale e fisica, aggravando patologie e aumentando il rischio di declino cognitivo.
E colpisce soprattutto le donne, più longeve e più spesso vedove, costrette a far fronte a tutto con pensioni minime in un Paese che invecchia rapidamente e fa sempre meno figli.
I Natali invisibili di bambini e anziani raccontano la stessa fragilità strutturale: un welfare a macchia di leopardo, poche risorse, molta retorica e scarsa continuità nell’attenzione.
Accendere i riflettori su un singolo caso sarebbe giusto perché mentre vengono tessute stucchevoli parole inanellate di ipocrisia, ogni giorno vite umane si consumano lontano dalle telecamere. E mentre a Natale ci si proclama buoni, nel resto dell’anno spesso sono proprio gli autoproclamati buonisti a volgere lo sguardo solo verso i propri interessi.




