Il 2025 potrà essere ricordato come l’anno del definitivo consolidamento dell’intelligenza artificiale generativa (IA). L’IA esiste da decenni ma è stato l’anno appena passato a favorirne l’irruzione nella produzione di contenuti a ritmo esponenziale.
OpenIA e Google hanno rilasciato aggiornamenti capaci di riscrivere il modo in cui produrre testi, immagini, audio e video. Strumenti come Sora, Veo e altri agenti generativi hanno portato la quantità della creazione automatica a livelli impensabili.
E’ legittimo porsi la domanda circa la portata della loro qualità nell’ottica di una valutazione rigorosamente culturale se si è stati investiti da gerle di contenuti privi di originalità e sovente surreali, come nel caso delle immagini di visi volti alterati grazie a tecniche avanzate come il face swapping e i deepfake o di costruzione di videoparadigmi, entrambi palesemente realizzati per conformismo sociale, egocentrismo, narcisismo. Stando ai dati Ipsos si tratta di un fenomeno che coinvolge il 70% degli italiani profilati nei social media che altera immagini di sé in funzione di un personale ideale estetico di approvazione sociale.
La pubblicazione di proprie immagini alterate – sovente adeguandole a un personaggio del mondo del cinema o influencers sui social network – risponde a un palese bisogno narcisistico di attenzione e validazione. Un’immagine che riceve molti “mi piace” o commenti positivi rafforza l’autostima dell’utente, innescando un ciclo di dipendenza dall’approvazione esterna.
Lasciando in disparte il fatto che il volto, in quanto dato biometrico, è anche oggetto di delicate questioni legate alla privacy e alla profilazione, mi limito a evidenziare, in questa sede, il fatto che l’uso indiscriminato di tecnologie predittive rischia di snaturare il senso stesso della comunicazione emozionale, appiattendo la complessità umana su griglie interpretative automatiche.
Il futuro della comunicazione nell’era generativa
I media utilizzano l’IA da decenni: il montaggio, la color correction, il sound design, gli effetti visivi sono da tempo assistiti da algoritmi sofisticati.
Ciò che cambia oggi è l’accesso, perché quello che prima era un settore per pochi, per la prima volta, chiunque, o quasi, può usare strumenti di creazione avanzata e può diventare un creator digitale producendo: testi corretti, fluidi e convincenti, immagini dalla composizione perfetta, infografiche chiarissime, video spettacolari per ogni piattaforma.
I vari modelli utilizzati rappresentano senza dubbio un enorme supporto per chi già crea contenuti e un’opportunità concreta per chi vuole ritagliarsi una nicchia nella content economy ma, come spesso accade, l’abbondanza sta producendo effetti collaterali inquietanti in quanto la povertà culturale generata supera di gran lunga l’esponenzialità numerica.
Molti prodotti generati dall’IA risultano formalmente impeccabili ma.stereotipati e riconoscibili nei pattern. Anche quando l’intelligenza artificiale riesce a imitare uno stile o un tone of voice, tende a ripetere strutture narrative ricorrenti, sia nel testo che nel visual e il problema si amplifica quando entrano in gioco le cosiddette “allucinazioni”: informazioni scorrette, dati non verificati, narrazioni convincenti ma false. Basti pensare allo spot di Natale di Coca-Cola, a quello fatto dalla RAI per Sanremo Giovani o alle tantissime altre campagne che hanno sollevato più perplessità che entusiasmo.
Non è un caso che per il lancio di Sora, OpenAI abbia scelto riferimenti cromatici e luminosi tipici della pellicola analogica 35mm.
Autenticità come nuova valuta emotiva
L’ esigenza di autenticità si avverte notevolmente anche nei social dove comincia a dominare (finalmente) il rifiuto verso filtri di bellezza, la sfiducia crescente verso ciò che “sembra costruito” il dichiarato orrore verso contenuti dichiaratamente finti ma spacciati per reali come, ad esempio, i messaggi di auguri edulcorati squallidamente con tanto di dedica personalizzata dalla firma del loro “autore”.
Eppure basterebbe un po’ di attenzione sia da parte dei mittenti “creator”, che nei destinatari della comunicazione stessa. Nei primi si rivelerebbe come un segno di eleganza, di stile (oltre che di rispetto) l’evitare la somministrazione agli inermi destinatari di contenuti ridondanti e palesemente non prodotti dalla propria “arte”.
Attenzione dovrebbero prestare anche i destinatari, vittime dei creators anche se immersi in un rumore digitale epocale caratterizzato da scroll infinito, micro-contenuti iperstimolanti, frazionamento costante dell’esperienza.
L’attenzione si consuma in micro-momenti di pochi decimi di secondo e la dopamina ormai non basta più.
In questo scenario, l’IA rischia di aggiungere ulteriore rumore.
Le considerazioni esposte si spera possano generare maggiore consapevolezza al fine di un ritorno a contenuti più reali e credibili, una maggiore mediazione umana dei contenuti generati, algoritmi orientati alla risonanza, non alla viralità.
Il nuovo algoritmo LinkedIn 360Brew lo dimostra chiaramente: meno reach organica, più relazioni autentiche, più valore reale.
L’IA sarà sempre più integrata nel nostro lavoro e nella nostra vita, ma le emozioni, l’immaginazione, le idee e la forza generativa umana debbono restare prioritari.





