«Un caso importante, davanti al quale ognuno è chiamata a scegliere se tacere o prendere posizione». Parole nette e precise quelle dell’Associazione Antimafie Rita Atria sul “caso Ofria”: la vicenda dell’azienda confiscata e sequestrata ma che, dai riscontri delle indagini, sempre gestita dalla famiglia Ofria. Una famiglia storicamente legata a Cosa Nostra barcellonese. Storia, quindi, di quel che è stato definito dall’associazione e da Roberto Disma e Sara Cozzi, che stanno portando avanti e pubblicando su Lamiainchieste un approfondimento giornalistico, un’inchiesta a puntate, un «non sequestro».
La vicenda è approdata nelle aule di tribunale. «Alle ultime battute il processo Ofria, mentre comincia quello a Salvatore Virgillito» riportano Disma e Cozzi nella 3 puntata dell’inchiesta «Corsi e ricorsi».
L’Associazione Antimafie Rita Atria è stata accettata come parte civile nel processo, unica realtà ad aver chiesto la costituzione e presente nelle varie fasi della vicenda. «Decisione di costituirci parte civile – sottolinea il sodalizio – presa collegialmente dall’Associazione Antimafie Rita Atria, dal direttivo nazionale e dal comitato di avvocati, nel pieno rispetto dello statuto». Nadia Furnari, vicepresidente dell’associazione, è presente, una presenza «legata esclusivamente a competenze specifiche e al territorio di riferimento, come previsto dall’organizzazione interna dell’Associazione». Una precisazione, sottolinea l’associazione, «perché ogni attacco personale rivolto a Nadia Furnari va inteso come un attacco all’intera Associazione e, come tale, non sarà tollerato e verrà perseguito nelle sedi opportune».
Una vicenda su cui, ha denunciato già nei mesi scorsi l’Associazione Antimafie Rita Atria, c’è «una sconcertante indifferenza» che proviene «tutti i livelli senza eccezione alcuna». Istituzionale, di associazioni, cittadini, della quasi totalità della stampa locale e nazionale. Nonostante la «gestione mafiosa di bene confiscato è messaggio devastante per cittadini».
«Il contesto delineato dalla Procura della Repubblica è gravissimo: il Procuratore Capo, Dott. Antonio D’Amato, ha infatti dichiarato che non solo vi sarebbe stata continuità nella gestione dell’impresa confiscata Bellinvia da parte degli stessi soggetti mafiosi, ma che i profitti sarebbero addirittura aumentati probabilmente grazie alla “copertura” formale della legalità – denunciò il sodalizio un mese fa – La comparsa conclusionale ricostruisce una realtà in cui un bene simbolo della vittoria dello Stato sarebbe rimasto, di fatto, nelle mani dei mafiosi cui era stato sottratto; l’amministratore giudiziario non avrebbe impedito né contrastato tale controllo; pressioni e condizionamenti mafiosi avrebbero continuato a influenzare lavoratori, imprenditori e cittadini».
Quanto emerso dall’inchiesta, e oggi approdato nelle aule del tribunale, «mette in discussione lo stesso senso dell’azione antimafia e che svela un paradosso: ciò che doveva essere un presidio di giustizia è diventato uno strumento di rafforzamento dell’organizzazione criminale» sottolineò l’Associazione Antimafie Rita Atria.
Eppure c’è il silenzio più totale e nessuna delle istituzioni si è mobilitata «in un territorio come il messinese – più volte ferito dalla presenza e dalla violenza delle organizzazioni mafiose – un processo di questa portata non ha ricevuto l’attenzione che meriterebbe. Non da parte della politica, che sembra aver scelto di non vedere; non da buona parte della società civile, che non percepisce più la gravità di fenomeni che dovrebbero indignare; non dai media (ad eccezione di Lamia Inchieste e di pochi altri) che hanno relegato la vicenda a spazi marginali, come se non riguardasse il presente e il futuro di un’intera comunità».
L’indignata e amara riflessione dell’Associazione è netta: «la normalizzazione della presenza mafiosa, l’assuefazione al condizionamento criminale e l’indifferenza verso il destino dei beni confiscati sono segnali allarmanti che non possiamo ignorare».





