Condannati in appello sei appartenenti alla “Supreme Eiye Confraternity (SEC)” o “EIYE”, sodalizio internazionale della mafia nigeriana.
La notizia è di venerdì scorso ma nella quasi totalità di questa regione è caduta nel totale silenzio, omessa, potremmo quasi dire censurata. Non l’hanno minimamente citata i paladini (a chiacchiere) della lotta alle holding dello schiavismo di chi viene dai sotterranei della Storia. Ancor meno i paladini (a vanvera sicura) dei diritti degli ultimi, dei penultimi, delle donne, delle sfruttate, delle violentate, abusate, uccise. Eppure è notizia che attraverso tutto questo, e non solo.
Un silenzio, una omissione della presenza delle mafie nigeriane in Abruzzo, che pesa come un macigno sulle (in)coscienze che hanno dimenticato, ignorato, cancellato da oltre dieci anni la vita e il sacrificio della prima vittima di mafia: Lilian Solomon.
I mafiosi nigeriani condannati in appello, dopo le assoluzioni in primo grado che due anni fa ebbero un’eco molto maggiore, erano attivi nel narcotraffico e soprattutto nello sfruttamento della schiavitù sessuale, della tratta florida da decenni. E il loro territorio di attività criminale era proprio la bonifica del tronto, simbolo dello sfruttamento dello stupro a pagamento e della tratta mafiosa in questa regione e luogo in cui Lilian Solomon fu sfruttata e violentata ogni anno finché il male che la stava divorando la indusse a fuggire e denunciare i suoi aguzzini.
L’operazione Pesha della Polizia di Stato portò all’arresto di 19 affiliati tra Teramo e Ancona. Il video di copertina di quest’articolo illustra quanto riscontrato, gli affari sporchi e le violenze, gli abusi, i crimini del culto della mafia nigeriana Eyie. «Impressionante il numero di reati commessi dagli affiliati all’organizzazione mafiosa: riciclaggio ed illecita intermediazione finanziaria verso la Nigeria; tratta di giovani donne sessualmente sfruttate lungo la strada Bonifica del Tronto e sottoposte a violenze e vessazioni; cessione di stupefacenti; reati violenti nei confronti di aderenti ad altri gruppi o punitivi nei confronti di altri connazionali – riportò la Polizia di Stato – Gli investigatori hanno documentato, anche grazie alla collaborazione di un affiliato che si è dissociato dopo un pestaggio particolarmente duro, violenze nei confronti di affiliati che non hanno rispettato le rigide regole del clan, scontri con l’associazione rivale denominata “Black axe” e ancora intimidazioni a giovani ragazze costrette a prostituirsi, riti di affiliazione e una serie di contatti internazionali in Francia, Germania, Belgio, Svezia con connazionali affiliati alla medesima organizzazione».
Culti della mafia nigeriana che agivano «come avviene per le mafie tradizionali» avvalendosi «della forza di intimidazione del vincolo associativo, determinando assoggettamento, omertà, controllo del territorio, con particolare riferimento alla comunità nigeriana, ma con inevitabile riflesso su tutta la città» sottolinearono gli investigatori: «Le indagini hanno, infatti, permesso di documentare che il potere intimidatorio del gruppo si sostanziava nella commissione di violente punizioni corporali nei confronti di affiliati non rispettosi delle rigorose regole, nel ricorso all’esercizio di violenza fisica anche per la risoluzione dei conflitti interni ritenuti di ostacolo alle finalità delinquenziali e di predominio dell’associazione, nel costringere terzi ad affiliarsi anche contro la loro volontà o per opporsi e scontrarsi con cult rivali (come quello dei “ Black Axe”) al fine di assumere e mantenere il predominio nell’ambito della vasta comunità nigeriana» e «sono state documentate aggressioni fisiche da parte dei membri dell’associazione avvenute a Martinsicuro per costringere terzi ad affiliarsi, violenti scontri avvenuti a Pesaro e ad Ancona con gli appartenenti all’opposta confraternita nigeriana dei “Black Axe”, violenze poste in essere in danno di alcune giovani donne, costrette a prostituirsi lungo la SP Bonifica del Tronto, secondo l’ormai noto schema del vincolo di restituzione del debito, imposto tramite rituale juju».
Lilian Solomon è morta il 1° ottobre 2011, ricoverata nell’Ospedale Santo Spirito di Pescara. Le sue denunce avevano permesso le due operazioni Sahel contro le mafie nigeriane in Abruzzo. In questi quattordici anni, prima ancora delle due operazioni Sahel contro lo sfruttamento della prostituzione da parte delle mafie nigeriane e in futuro quante Lilian Solomon sono quotidianamente crocifisse in Abruzzo? Quante sofferenze, dolori, lacrime vengono soffocati dai più schifosi aguzzini della nostra società perbenista e ipocrita, quanti mercanti di morte quotidianamente continuano a lucrare e prosperare?
La risposta è fin troppo scontata: tantissime, troppe, una vergogna disumana criminale che avviene nell’indifferenza, nell’accettazione e alimentata ogni giorno e ogni notte a pochissimi passi da noi.
Sul più popolare sito di “escorting”, portali dove è possibile acquistare e dare voti (come fossimo ad un concorso) a ragazze sfruttate alla mercé delle più squallide perversioni e depravazioni, denunciammo quattro anni fa sono ampiamente citate città come Vasto e San Salvo.
Luoghi negli anni interessati da varie inchieste – negli stessi anni del calvario di Lilian Solomon ci furono le due “sex money” e vari night negli anni sono stati chiusi per “sfruttamento della prostituzione” – così come ci sono state segnalazioni di ragazze sfruttate sulle strade anche in queste ultime settimane. E quanto accade dalla marina di San Salvo ai comuni molisani al confine con l’Abruzzo. Lo abbiamo scritto e denunciato tante volte in questi anni e non smetteremo mai di farlo. Quanto accade è ampiamente conosciuto e sulla bocca di tanti. Accettato, presente nelle battutacce maschiliste e nell’esaltazione schifosa di chi si vanta pure di alimentare questo turpe traffico, nella quasi totale complice indifferenza.
Negli ultimi anni la cronaca ci ha riportato notizie di molte operazioni in Abruzzo, soprattutto nelle province di Teramo e L’Aquila, contro i clan delle mafie nigeriane. A L’Aquila un boss aveva posto la sua base.
«Un rischio per la sicurezza nazionale e internazionale in quanto costituisce una delle fonti di reddito più significative per il crimine organizzato transnazionale. Nel settore si registra il perdurante attivismo di network delinquenziali diversificati che mostrano una particolare duttilità nell’adeguare il proprio modus operandi ai rispettivi contesti operativi».
Così la “Relazione sull’attività delle forze di polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata”, relativa all’anno 2019 e comunicata alla Presidenza del Senato il 27 novembre 2020 definisce la tratta degli esseri umani e la schiavitù sessuale.
«Le strutture criminali nigeriane sono attive su gran parte del territorio nazionale con presenze
importanti nelle isole maggiori in particolare a Palermo, Catania e Cagliari ma anche nel Lazio e in Abruzzo. L’alto tasso di disoccupazione rilevato tra i nigeriani presenti sul territorio nazionale,
raffrontato col considerevole ammontare delle rimesse di denaro dall’Italia verso la Nigeria, consente di ipotizzare che un significativo numero di soggetti disoccupati o in posizione di inattività di etnia nigeriana presenti in Italia possa almeno potenzialmente essere attratto dalle compagini malavitose autoctone o di quell’etnia e che i flussi delle rimesse, oltre alla quota sicuramente preponderante di natura lecita che attesta l’operosità della comunità nigeriana, possano celare anche proventi di attività illegali.
Gli interessi criminali delle consorterie nigeriane si concentrano sulla tratta di esseri umani connessa con lo sfruttamento della prostituzione e l’accattonaggio forzoso a cui si associa un progressivo sviluppo nel settore del narcotraffico gestito talvolta in collaborazione con gruppi criminali albanesi. Il traffico di stupefacenti continua infatti a rappresentare il core business dei sodalizi nigeriani e la presenza di nigeriani in gruppi criminali multietnici viene confermata dalle evidenze investigative del periodo in esame».
È questo il primo paragrafo della sezione dedicata alle mafie nigeriane dell’abstract di una delle ultime relazioni semestrali della DIA, in cui viene citata l’operazione “Hello Bros” del 26 aprile 2021 contro clan delle mafie nigeriane la cui testa era a L’Aquila. Furono 30 gli arrestati, «ritenuti membri di un’articolazione dell’organizzazione mafiosa nigeriana denominata “Black Axe”, finalizzata al compimento di numerosi reati tra cui traffico di stupefacenti, immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, truffe informatiche e riciclaggio, quest’ultimo operato anche attraverso la compravendita di bitcoin».
Su quanto emerso questo riporta la relazione: «Le indagini hanno consentito di accertare che il gruppo criminale smantellato aveva i suoi vertici in Nigeria, mentre il capo della consorteria criminale in Italia è stato identificato in un nigeriano che dirigeva, dal capoluogo abruzzese, tutte le attività illecite del sodalizio.
E’ stata altresì ricostruita l’intera struttura dell’organizzazione criminale, individuandone anche i componenti delle articolazioni periferiche presenti in diverse città italiane. Parte dei guadagni realizzati dal sodalizio venivano investiti in Nigeria per acquistare immobili, attraverso un vero e proprio reticolo di transazioni finanziarie, nel tentativo di dissimulare l’origine illecita dei fondi. Le indagini hanno messo in luce, altresì, la presenza di un’organizzazione gerarchica, caratterizzata da aggressività e violenza, dotata di rigide regole di condotta».
Negli stessi mesi della prima operazione Sahel il Rapporto sul primo semestre 2010 della Direzione Investigativa Antimafia già segnalava la presenza della mafia nigeriana nel traffico di droga. L’inchiesta “Ultima Alba”, coordinata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, aveva stroncato un traffico che da Castel Volturno riforniva trafficanti soprattutto nelle province di Latina, Frosinone, Ascoli Piceno, Rimini, Vicenza e Teramo. Nella Relazione l’Abruzzo viene segnalata come una delle Regioni dove la presenza è più marcata. L’operazione “Trolley”, partita dalla DDA di Bologna, ha coinvolto le province di Ascoli Piceno, Cremona e Teramo.
Il 3 dicembre 2019 una vasta operazione contro i clan della mafia nigeriana “Supreme vikings confraternity–Arobaga e Supreme Eyie Confraternity” ha interessato Puglia, Sicilia, Campania, Calabria, Lazio, Marche, Emilia Romagna, Veneto, Abruzzo, Germania, Francia, Olanda e Malta.
Trentadue le persone arrestate per associazione per delinquere, tratta, riduzione in schiavitù, estorsione, rapina, lesioni, violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione. Il quartier generale delle due organizzazioni criminali, capaci di spedire in Nigeria 74 milioni di euro all’anno, era a Bari ma i suoi affiliati erano attivi in maniera assidua in Abruzzo. Il giorno precedente un’altra operazione contro la mafia nigeriana aveva interessato le Marche e l’Abruzzo. Un clan con la base operativa in provincia di Teramo ed attivo anche ad Ascoli Piceno, Fermo e Macerata nelle Marche.
Nel solo continente europeo «si stima che il traffico di esseri umani produca in un anno 29,4 miliardi di euro di profitti, ben un quarto dei soli 14.000 casi identificati riguardano vittime minorenni, intrappolate in gran parte nello sfruttamento della prostituzione (64%)» e in Italia «i casi emersi e assisiti nel 2021 dal sistema anti-tratta erano 1.911 (con 706 nuove prese in carico nel corso dell’anno), in gran parte di sesso femminile (75,6%), mentre i minori rappresentavano il 3,3% del totale (61). Tra le vittime assistite, la forma di sfruttamento prevalente è quella sessuale (48,9%), seguita dallo sfruttamento lavorativo (18,8%)».
Sono questi solo alcuni dei dati pubblicati nel XII edizione del rapporto “Piccoli Schiavi Invisibili” di Save The Children.
«Sono 25 milioni le persone vittime di sfruttamento sessuale, lavorativo, accattonaggio, vendita di organi e altre economie illegali secondo il Report Trafficking in persons» denunciò tre anni fa Irene Ciambezi, coordinatrice della campagna “Questo è il mio corpo”, su SempreNews https://www.semprenews.it/news/Orfana-venduta-come-schiava-dalla-madre-adottiva.html
«La tratta delle donne ai fini dello sfruttamento sessuale obbliga alle strade italiane fra le 70.000 e le 120.000 persone in Italia.
Oltre 40 milioni di persone sono vittime di tratta nel mondo, equamente divise fra traffici per lo sfruttamento lavorativo (53%) e traffici per sfruttamento sessuale (43%) – riporta Sempre News nella sezione del suo sito dedicata alla documentazione e alla denuncia della schiavitù sessuale https://www.semprenews.it/tag/tratta-delle-donne.html – in Europa il 66% delle vittime di tratta identificate sono donne, destinate principalmente alla prostituzione forzata. Questi dati, con un trend in aumento, vengono dossier Caritas 2019 che riprende il report Global Report on Trafficking in Persons delle Nazioni Unite».
Lilian è morta di malattia ma è vittima di mafia, come Adelina Sejdini e come tutte le donne uccise.
Sonia viveva a Benin City quando a 16 anni perse entrambi i genitori, l’anno dopo anche a lei fu proposto di trasferirsi in Libia per lavorare come parrucchiera. Ma così non fu ed iniziò il suo calvario nel lager della schiavitù sessuale in Libia e poi a Bologna fino alla sua fuga in Abruzzo dove si liberò dopo l’incontro con “On the road”.
In questo video ha raccontato la sua storia a “Save the Children”.
Queste sono altre due testimonianze raccolte da “Le ragazze di Benin City”
Alexandra, uccisa dall’Aids.
Angela, abbandonata nel deserto e stuprata in una barca “in balia delle onde in mezzo al Mediterraneo”.
Antonia, “uccisa da tre balordi della Napoli bene”.
Blessing, di cui non si hanno più notizie.
Carmen, assassinata a 27 anni dopo dieci di violenze e stupri.
Caroline, venduta a 19 anni.
Dorina, una minorenne che fece quel che troppi “italiani brava gente” adulti non faranno mai: denunciare con coraggio.
Erabor, baby schiava in Piemonte.
Ester, salvata in ospedale dopo che a Vercelli l’infanzia e l’adolescenza furono violentate dalla schiavitù sessuale.
Evelyn, assassinata a 23 anni nella periferia di Brescia.
Faith Aworo, condannata a morte nella Nigeria in cui il decreto d’espulsione del governo italiano la rimandò nel 2010.
Franca, ritrovata assassinata tra i rifiuti a 27 anni sulla statale Ortana a Narni.
Grace, Hanna, Gypsy, Helena, Hellen, che hanno fatto quel che la brava borghesia italiota non farà mai: denunciare e chiamare con il loro nome le mafie della schiavitù sessuale.
Liliam Solomon, che non smetteremo mai di ricordare e indignarci per come abruzzesi l’hanno assassinata.
Maimuna, “salvata dalla strada in un modo che fa piangere il cuore”.
Maroella, uccisa dopo due anni di schiavitù sessuale.
Nike Favour, “bruciata viva da un cliente legato alla mafia (quella locale che appoggia quella nigeriana).
Oluwa, sfruttata da quando era poco più che una bambina, perché le mafie (nigeriane ma non solo) schiavizzano anche minorenni e i papponi, gli stupratori a pagamento, sono criminali depravati anche (come abbiamo denunciato e documentato tante volte) pedofili.
Rose, “stuprata da chissà quanti uomini in una volta sola” e a cui “le hanno perforato l’utero con un oggetto appuntito”.
Gladys, a cui un cliente “ha distrutto l’ano violentandola tre o quattro volte con un bastone”. Eki, “torturata con le sigarette accese”.





