“Il Tribunale di Catania, II^ Sezione Penale, Visto l’art. 530 c.p.p. ASSOLVE […] in ordine ai reati di cui ai capi […] ritenuta in esso assorbita la condotta di cui al capo […] loro rispettivamente ascritti, riqualificati ai sensi dell’art. 323 c.p. i reati contestati ai sensi dell’art. 353 bis c.p., perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.”
L’articolo 323 c.p. prevede, o meglio, prevedeva:
“[Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità]”
Siamo a Catania, e nel 2019 scatta un’inchiesta condotta dalla DIGOS che scuote l’Università e tutta la città. Per gli inquirenti non ci sono dubbi: diversi concorsi sono stati truccati e pilotati. Gli imputati sono 51 tra professori, ex rettore e dirigenti vari. Alla fine del processo la procura aveva chiesto 39 condanne e 12 assoluzioni. Ma martedì 27 arriva la sentenza. La seconda sezione penale del Tribunale di Catania, presieduta da Enza De Pasquale con giudici a latere Cristina Scalia e Mariaconcetta Gennaro, condannano a 5 anni di reclusione l’ex Rettore Francesco Basile per induzione indebita a dare o ricevere utilità. Inoltre condannati sono anche:
- Filippo Drago a due anni di reclusione;
- Antonio Giuseppe Biondi, Marcello Angelo Alfredo Donati e Marco Montorsi a due anni di reclusione;
- Giuseppe Maria Pappalardo a otto mesi di reclusione.
Inoltre l’ex Rettore è stato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici “nonchè in stato di interdizione legale durante la pena”.
Per gli altri condannati il Tribunale dispone che l’esecuzione della pena comminata “rimanga sospesa per il termine di cinque anni alle condizioni di legge.”
Per 2 imputati è scattata la prescrizione; il resto assolti.
Sono però 39 gli imputati che sono stati assolti perché la legge ormai è stata estinta. Ed è qui che si apre un “vulnus normativo” che permetterà a chi esercita una carica di certa levatura di poter abusare del proprio ruolo senza pagare. Non potremmo mai sapere se, qualora esistesse ancora il reato dell’abuso d’ufficio, gli imputati sarebbero stati colpevoli o meno. Ma sicuramente questa abrogazione avvenuta nel 2024 con la “paura della firma per i sindaci” ha permesso un vuoto legislativo che costerà caro ai cittadini.
Adesso grazie al lavoro di alcuni europarlamentari, quando a dicembre è stato raggiunto un accordo provvisorio sulla prima direttiva europea che armonizza le leggi penali per combattere la corruzione, forse il guardasigilli Nordio si ritroverà a recepire la direttiva europea e a reintrodurre il reato anche se con un nuovo nome. Ma con una modifica: questo reato coprirà solo una parte del ostro vecchio abuso d’ufficio. Il resto rimarrà sempre impunito. E così via libera ai colletti bianchi di agire impunemente.





