“Il privato è efficiente, il pubblico è un disastro”. Questa è la frase comoda utilizzata negli ultimi anni. Una delle bugie più costose della nostra storia recente. Dal contributo di Lucio Pastore, medico del PS di Isernia, parte una riflessione sulla sanità. Ma non è un’eccezione, è un modello che si ripete. “Pubblico cattivo e privato buono?”
La sanità: il diritto universale e il “cavallo di Troia”
Nel 1978 l’Italia fa una scelta enorme: con la legge 833 (istituzione del SSN) il diritto alle cure diventa universale. Un Diritto sancito nella Costituzione italiana antifascista. Negli anni, però, entra in scena il meccanismo che Pastore definisce “cavallo di Troia”. Non è un poema epico. Ma un dramma che ci sta travolgendo. Il privato convenzionato, che può prendere (e prende) tanti soldi dallo stesso fondo che dovrebbe far funzionare il pubblico. Logicamente se una fetta (consistente) di risorse va al privato, quella stessa fetta non può andare al pubblico. È matematica. Disastrosa per i comuni mortali e per i fondi pubblici. E per il bene pubblico.
E un pubblico senza ossigeno innesta il mefistofelico meccanismo: liste d’attesa infinite, reparti chiusi, personale insufficiente, cittadini abbandonati. E arriva la favoletta: “Avete visto? Il pubblico non funziona”.
Ma non funziona perché lo hanno fatto smettere di funzionare. Per i loro interessi.

Il profitto non è una cura
Pastore lo dice senza giri di parole: il fine del privato è il profitto, non la risposta ai bisogni. Non è assolutamente vero che più privato significa automaticamente più qualità per tutti. Spesso significa più qualità per chi può pagare e più rinunce per chi non può curarsi.
Ma qual è il dato che pesa di più? Molte persone rinunciano alle cure. E la spesa sanitaria delle famiglie cresce. Si sta preparando il terreno al passaggio successivo: rendere indispensabile l’assicurazione privata integrativa. Se non puoi assicurarti, aspetti. O rinunci. È una sanità a due velocità.
Lo schema che si ripete: scuola e università
Il ragionamento, partito dalla sanità, si allarga. Lo stesso meccanismo si sta estendendo alla scuola e all’università: aumentano le strutture private, si spostano fondi pubblici e il pubblico si dequalifica. Ma “il privato è migliore”. Dicono gli sciacalli. Il copione è sempre lo stesso: indebolisci, privatizzi. Un gioco di prestigio e di profitto.
Pastore allarga ancora di più lo sguardo: banche, industrie, energia, infrastrutture. Beni comuni venduti, con la promessa che il privato avrebbe portato benessere diffuso. Ma, dopo decenni di privatizzazioni, stiamo meglio?
Sono aumentati i redditi delle famiglie? È diminuita la precarietà del lavoro? È migliorata la vita quotidiana?
L’idea di aprire un dibattito è giusta. Ma a una condizione: evitare di farsi ipnotizzare dallo slogan “privato buono, pubblico cattivo”. La realtà è dura: i diritti sono una cosa e il mercato è un’altra cosa. Fa il suo mestiere. Seleziona. Esclude. Spinge i fragili ai margini. E presenta il conto.
Il pubblico non è perfetto. Ma è l’unico argine che rende un diritto davvero universale.

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