Accade di leggere valutazioni della tematica trattate con superficialità da tanti incompetenti fomentati dall’onda mediatica che, sciamando, incoraggia considerazioni sovente vacue e talvolta insulse quali quelle che corroborano le pagine di molti canali di divulgazione delle notizie. Per un’analisi degli aspetti più controversi di quanto accaduto a Trescore Balneario ho intervistato una delle massime studiose in materia, la prof.ssa Vincenza Pellegrino.
Docente di Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione e contrattista presso diversi Atenei italiani Vincenza Pellegrino è, segnatamente, tra i più noti esperti di progettazione e realizzazione di percorsi e sperimentazioni didattiche.
Da sempre interessata alle problematiche dell’insegnamento e dell’apprendimento, ha sviluppato, nel tempo, una “passione” per le dinamiche dei processi cognitivi, che chiamano in causa l’educazione, come fattore determinante e formante di qualsiasi identità. Autrice di studi e pubblicazioni che pongono in rilievo il rapporto tra società, scuola e famiglia i suoi studi si incentrano sull’adeguatezza dei modelli e dei metodi formativi che vengono proposti alle giovani generazioni. Studiosa di bullismo e cyberbullismo è, in particolare, impegnata, da molti anni, nella formazione di docenti e studenti, finalizzata allo sviluppo di ambienti scolastici inclusivi. La sua prospettiva aiuta a leggere la complessità di queste vicende e a delineare strategie di rinnovamento per le pratiche educative.
Professoressa, da dove partire per comprendere un evento di questa portata?
Il fatto avvenuto a Trescore Balneario, in cui un ragazzo di tredici anni ha ferito con un’arma la propria insegnante, oltrepassa la cronaca. La sua gravità chiama in causa i processi attraverso cui il soggetto si costituisce, entra in rapporto con l’altro e accede al linguaggio come spazio di elaborazione. Una lettura adeguata richiede uno sguardo capace di sostenerne la complessità. In gioco vi è la qualità delle condizioni entro cui prende forma la crescita: riconoscimento, orientamento, possibilità di trasformare ciò che si vive in significato condivisibile. Il rapporto educativo si fonda su una presenza che espone e accoglie, che rende possibile l’emergere del soggetto senza dissolverne la consistenza.
Cosa comunicano le parole del ragazzo?
Un elemento particolarmente rilevante è costituito dalla scrittura prodotta dal ragazzo prima dell’atto. In essa si osserva un tentativo di auto-narrazione attraverso cui il soggetto cerca di dare ordine a quanto lo attraversa. Emergono vissuti di umiliazione, attribuzioni di ostilità all’adulto, percezione di un ordine esterno imposto. Ciò che colpisce riguarda la forma di questa narrazione. Quanto viene vissuto si dispone attraverso polarità rigide, che riducono la complessità a schemi oppositivi. I contenuti restano giustapposti, esposti a riconfigurazioni continue. L’elaborazione non raggiunge una coerenza stabile e lascia emergere una struttura identitaria discontinua, soggetta a improvvise riconfigurazioni. La parola si avvicina al vissuto senza riuscire a trasformarlo pienamente. Rimane aderente all’esperienza, ma non la conduce verso una forma condivisibile.
Che tipo di legame si delinea tra insegnante e studente?
L’adulto perde la funzione di riferimento interpretativo e viene percepito attraverso intenzionalità ostile. Allo stesso tempo, la figura dell’insegnante viene inscritta in una rappresentazione antagonistica. Questo slittamento richiama una trasformazione più ampia nella funzione dell’autorità. Quando l’autorità simbolica perde consistenza, il legame smarrisce la propria funzione orientativa. Il riconoscimento cede il passo a dinamiche proiettive e il rapporto si organizza secondo logiche oppositive. Viene meno la possibilità di un incontro in cui l’altro si dia come presenza affidabile, capace di sostenere e restituire senso. Il rapporto educativo, nella sua forma più alta, si regge su una reciprocità asimmetrica: l’adulto accoglie e orienta, mantenendo una posizione che non si impone e non si ritrae. Quando questa tensione si indebolisce, il legame si svuota e si irrigidisce.
Che cosa cambia quando l’atto si espone?
La ripresa video dell’aggressione introduce un ulteriore livello di lettura. L’atto si compie e si espone allo sguardo altrui. L’azione assume una funzione comunicativa immediata. Il gesto concentra ciò che non trova articolazione nella parola. La mediazione simbolica, fondata su tempo, differimento e interpretazione, si contrae. L’azione tende a occupare lo spazio dell’elaborazione. La visibilità amplifica e diffonde, mentre la comprensione resta sospesa.
Quale quadro emerge se si considera l’insieme di questi elementi?
Dall’insieme di questi elementi emergono tre dimensioni fondamentali: costruzione del sé, riconoscimento dell’altro, accesso al linguaggio. Nel caso considerato, tali dimensioni si presentano disarticolate. La narrazione del sé appare instabile, il rapporto si irrigidisce in forme conflittuali, il linguaggio perde capacità di trasformazione. Questo scarto richiama le condizioni entro cui i contesti educativi sostengono simultaneamente queste tre funzioni. Quando tale integrazione si indebolisce, ciò che viene vissuto fatica a trovare forma condivisibile e tende a esprimersi in modalità immediate.
Come si legge tutto questo?
Di fronte a un evento di tale portata, lo sguardo pubblico si orienta verso definizioni rapide. Una lettura più esigente richiede invece di sostare nella complessità. Il gesto non esaurisce il soggetto e l’identità eccede l’atto. Allo stesso tempo, la gravità dell’accaduto resta pienamente riconosciuta. La distinzione tra comprensione e giustificazione assume qui un valore decisivo: comprendere significa interrogare le condizioni che rendono possibile l’accaduto; giustificare appartiene a un piano differente. Le due dimensioni restano distinte.
Cosa evidenzia questo tragico episodio?
Si rende visibile una trasformazione che investe la qualità dell’umano nel tempo presente. L’indebolimento dei dispositivi simbolici e relazionali rende più difficile dare forma a ciò che si vive, riconoscere l’altro e costruire continuità tra esperienza e significato.
Dove si colloca, allora, il compito educativo?
La questione educativa emerge così nella sua radicalità: restituire coerenza tra soggetto, relazione e linguaggio. Rendere possibile una presenza che sappia accogliere senza dissolversi, orientare senza imporsi, rimanere senza arretrare. Restituire alla parola la capacità di farsi luogo condiviso, in cui ciò che accade possa essere detto, riconosciuto e trasformato. In questa possibilità si gioca la tenuta stessa dell’umano.
Grazie, professoressa Vincenza Pellegrino.





