Nel 2010 Fabrizio Miccoli, capitano del Palermo calcio, non trova di meglio da fare che rivolgersi a Mauro Lauricella figlio del boss della Kalsa Gaspare detto “u scintilluni”, per recuperare un credito di un suo amico riguardante la cessione di una nota discoteca palermitana.
Le forze dell’ordine intercettano Lauricella per arrivare al padre latitante, e registrano un quadro desolante: un’amicizia stretta tra il calciatore e il figlio del boss, una piena vicinanza a quell’ambiente e parole miserabili, macigni rivolto a chi per questa terra ha dato la vita.
Difatti, Giovanni Falcone, ucciso 18 anni prima, viene definito “fango”.
Per Miccoli arriva la condanna definitiva in Cassazione per estorsione aggravata dal metodo mafioso, con i giudici che certificano la sua piena e totale consapevolezza nell’usare la forza intimidatrice della mafia.
Arrivano le scuse di rito, il carcere e il perdono di Maria Falcone.
Ma qui bisogna fare chiarezza una volta per tutte: Maria Falcone può perdonare per se stessa e per la propria famiglia. Non può farlo a nome di una città, né a nome dell’Italia.
La memoria di Giovanni Falcone e di tutte le vittime di mafia non è una proprietà privata. Appartiene a un paese intero, ma appartiene soprattutto a tutte le donne e a tutti gli uomini che, ogni singolo giorno, scelgono con fatica e coerenza di stare dalla parte giusta. Nessuno ha il potere di concedere un’assoluzione morale collettiva a chi è andato a braccetto con i mafiosi e ne ha incarnato i “valori”.
Eppure ieri sera, per l’ennesima volta, a Palermo si è svolto l’addio al calcio di Miccoli. Uno stadio in festa, pronto a glorificarlo e a trattarlo come una stella.
La domanda è inevitabile ed è un pugno nello stomaco: era davvero necessario? Era proprio indispensabile rimettere su un piedistallo un uomo condannato per mafia che ha calpestato la dignità di questa terra? Basta davvero così poco per lavarsi la coscienza e cancellare un marchio d’infamia simile?
Una parte di città ha dimostrato ancora una volta di avere una memoria labile, ha dimostrato di essere ancora una volta incapace di tenere la schiena dritta .
C’è una facilità spaventosa nell’innamorarsi e nel perdonare chi è andato a braccetto con i mafiosi e ha insultato un simbolo dell’antimafia, solo perché sapeva spingere un pallone in rete.
Ieri sera non si è celebrato lo sport: si è celebrato il degrado morale di una parte di collettività che dimentica tutto pur di applaudire i peggiori.



