Dopo undici anni di depistaggi grotteschi, finti incidenti stradali addebitati a presunte bande di rapinatori spazzate via ad hoc, silenzi istituzionali e porte in faccia sbattute in nome della sovranità nazionale, la sentenza della Corte d’Assise di Roma sull’omicidio di Giulio Regeni avrebbe dovuto fissare un punto di non ritorno. La condanna inflitta a tre alti funzionari della National Security del Cairo riconosce finalmente ciò che era evidente fin dal primo giorno, a sequestrare, brutalizzare e spegnere la vita del ricercatore friulano sono stati gli apparati di sicurezza egiziani. Un verdetto storico, strappato con le unghie e con i denti da una famiglia incrollabile e da una comunità civile che non si è mai arresa. Eppure, non appena il martelletto del giudice è caduto, la diplomazia di casa nostra si è subito affrettata a disinnescarne la portata politica, calando una tela di cautela che assomiglia terribilmente a una resa.
A mettere la firma sull’operazione “panni sporchi” è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, lesto a precisare che la condanna riguarda i singoli individui e non intacca in alcun modo l’Egitto come Stato. Una distinzione che vorrebbe passare per rigore giuridico — facendo leva sul principio costituzionale della responsabilità penale personale — ma che sul piano della logica e della dignità politica scivola direttamente nel surreale.
L’idea che tre colonnelli e maggiori della National Security possano aver agito a titolo privato è un’acrobazia concettuale che non regge nemmeno al primo sguardo. Non parliamo di tre criminali comuni che si sono mossi nel buio di una periferia per un contenzioso personale, ma di uomini inseriti nei gangli vitali di un regime autoritario. Hanno pedinato, sequestrato e torturato Giulio avvalendosi di divise, tesserini, locali d’isolamento e strumenti messi a disposizione dallo Stato egiziano. In una dittatura a trazione militare, dove il controllo sociale è capillare, pervasivo e ossessivo, sostenere che gli agenti segreti abbiano operato nel loro “tempo libero” non è solo un’inesattezza, è una barzelletta tragica che insulta l’intelligenza di chi ascolta.
Ma il punto più fragile di questo ragionamento sta in ciò che è accaduto dopo l’assassinio. Se davvero l’Egitto fosse stato estraneo alla condotta di quelle “mele marce”, si sarebbe comportato come un Paese ferito nell’onore, offrendo la massima collaborazione per pulire la propria immagine davanti alla comunità internazionale. Ha fatto l’esatto contrario. Per oltre un decennio Il Cairo ha eretto un muro di gomma sistematico. Ha negato l’elezione di domicilio degli imputati, ha respinto le rogatorie, ha secretato i verbali, ha protetto i propri ufficiali e ha finto di non sentire le richieste di giustizia arrivate dall’Italia. Proteggere gli esecutori per undici anni non è neutralità, è la saldatura ideale tra chi ha premuto la leva della violenza e chi, ai vertici, ha garantito loro la più totale impunità.
La fretta con cui le nostre istituzioni hanno voluto sollevare il regime di Al-Sisi da ogni responsabilità risponde alla più classica e cinica delle logiche, la “realpolitik”. L’Egitto serve per i contratti energetici e il gas, fa comodissimo per la stabilità del Mediterraneo e fa da cuscinetto lungo le rotte dei flussi migratori. Dossier pesanti, senza dubbio. Ma c’è una linea d’ombra che separa la geopolitica dalla subordinazione. Correre a fare i difensori d’ufficio del Cairo a poche ore dalla sentenza non serve a preservare i canali diplomatici; serve soltanto a rassicurare un regime alleato che gli affari possono continuare esattamente come prima, senza il disturbo di un contenzioso sui diritti umani.
In questo quadro di finzioni di palazzo, ricordarsi di Giulio Regeni non è un mero esercizio di memoria, né un tributo formale ad una giovane vita spezzata. Giulio non era un’ombra, ma un ricercatore brillante, curioso, appassionato, un giovane europeo che studiava i sindacati indipendenti egiziani per capire il mondo e restituirgli senso. Ricordare chi era Giulio significa difendere la libertà di ricerca, il diritto di sapere, la dignità di chiunque decida di varcare un confine per studiare e capire, senza per questo diventare un bersaglio o un “sospetto” da eliminare.
Lottare in questi dieci anni è stato fondamentale per un motivo preciso, evitare che la barbarie diventasse la prassi silenziosa dei rapporti internazionali. Se non ci fossero state le scorte mediatiche, i manifesti gialli alle finestre dei comuni, la tenacia della famiglia Regeni e l’ostinazione di una procura che ha scavato contro tutto e tutti, il caso di Giulio sarebbe stato archiviato in tre mesi come uno dei tanti fatti di cronaca nera da dimenticare in fretta. Resistendo dieci anni, la società civile ha dimostrato che la giustizia non è una concessione dei governi, ma una conquista dei cittadini.
E proprio oggi, con una sentenza in mano e un potere politico che cerca già di minimizzarla, continuare a lottare diventa ancora più urgente. Non si combatte solo per dare un nome ai colpevoli materiali, ma per esigere l’esecuzione reale di quelle pene e per impedire che la ragion di Stato cancelli i diritti umani. Se accettiamo l’idea che un ragazzo possa essere torturato a morte da apparati statali senza che quello Stato ne risponda, stiamo barattando la sicurezza e la dignità di tutti noi per un pugno di contratti commerciali. Continuare a chiedere verità e giustizia per Giulio significa, in fondo, decidere da che parte deve stare l’Italia, se dalla parte dei diritti inalienabili o da quella di chi piega la testa di fronte alla forza del più forte.



