Prandini, insegnante e autore del libro Mafie all’ombra del Torrazzo, parte da una frase che suona come uno schiaffo educativo: “In una condizione normale io non dovrei stare qui a dover spiegare da quando ci sono le presenze mafiose”. Per anni, nel cremonese (e non solo), l’idea dominante è stata quella del “caso isolato”, del “fatto di provincia”, del “regolamento di conti venuto da fuori”. Una narrazione perfetta: tranquillizza, assolve, anestetizza. E intanto, mentre la città si racconta pulita, le mafie fanno quello che sanno fare meglio: crescere.
Il “Big Bang”: 6 settembre 1992, Colonie Padane
Prandini indica un punto d’origine preciso, un episodio che suona come un avviso. Il 6 settembre 1992, alle Colonie Padane, al bar “Barcaroli e Pescaroli”, vengono uccisi Ruggiero Dramore e, “per sbaglio”, Antonio Muto. Un duplice omicidio che si inserisce nelle dinamiche di guerra tra cosche e negli interessi che dalle aree d’origine si proiettano verso Nord. E qui arriva la parte più inquietante: come viene percepito. Non come segnale mafioso, non come spia di un conflitto e di un controllo, ma come “affare della mala”, roba che non riguarda la città “vera”. Un incidente narrativo, quasi un imbarazzo da archiviare. Risultato: i pezzi restano sparsi, nessuno li mette insieme.
“Hanno fatto due morti in 30 anni”
Nel suo intervento Prandini racconta anche un dialogo con operatori dell’informazione: “Sì, va bene, continui a parlare di mafia a Cremona, però siamo seri: hanno fatto due morti in trent’anni”. Non avete capito niente.
Perché al Nord la mafia non “dimostra” col sangue se non serve. La violenza eclatante attira attenzione, indagini, pressione. Il vero salto di qualità è un altro: quando smettono di ammazzare perché non ne hanno più bisogno. In altre parole: non è che sono deboli quando non sparano; è che spesso sono più forti. Prandini si ferma su un termine che molti usano come se fosse neutro: infiltrazione. La fase iniziale, per piantare basi. Ma se parliamo di Cremona e dintorni, dice, quella fase sta tra anni ’80 e ’90. Oggi chiamarla infiltrazione è comodo: è come chiamare “cantiere” un palazzo già abitato.
Il quadro lo confermano anche diverse ricostruzioni sul radicamento e sugli snodi criminali connessi alla cosca Grande Aracri, citando referenti e dinamiche territoriali emerse nel tempo. Il problema vero è quando questi soggetti riescono a dominare pezzi interi dell’economia.
Non solo droga ma anche estorsioni, usura, controllo di settori e filiere e quell’area grigia fatta di professionisti, imprese, coperture, dove la mafia smette di sembrare mafia e diventa “normale gestione”. Questo è il Nord: il luogo in cui il crimine spesso si traveste. E poi c’è la parte che molti scambiano per cronaca minore: incendi, segnali sparsi, episodi apparentemente scollegati. Prandini porta l’esempio di come, anche da un dettaglio (un rogo, una mappatura, una domanda insistita), possa saltare fuori un’indagine. È la grammatica del controllo: non sempre urla, spesso sussurra.
Nel cremonese esiste un lavoro strutturato di promozione della legalità che mette insieme istituti e territorio: un approccio che prova a trasformare la legalità da parola da convegno a abitudine civile. E poi i beni sequestrati e confiscati. Se la mafia vive di spazio, tu quello spazio lo devi riempire di comunità.
Il titolo Mafie all’ombra del Torrazzo è una fotografia. Il libro nasce da una ricerca collettiva legata ad ArciBassa e coordinata, tra gli altri, dallo stesso Prandini: lavoro su rassegne stampa, episodi, contesto, cronologia. La mafia, quando diventa sistema, non ti chiede il permesso. Ti chiede solo silenzio. La quiete è solo la fase in cui qualcuno ha già vinto e non ha bisogno di farsi notare.
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