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“Il diritto di critica non si concreta nella mera narrazione di fatti, ma si esprime in un giudizio avente carattere necessariamente soggettivo rispetto ai fatti stessi”

La sentenza di Cassazione sul ricorso di Fininvest fatto contro il libro intervista di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco ad Antonio Ingroia.

by Antonino Schilirò
29 Dicembre 2025
in Approfondimenti
Reading Time: 7 mins read
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Libro “Io So” dove i giornalisti Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco intervistano l’allora procuratore aggiunto della Procura di Palermo Antonio Ingroia.

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“Ai lettori dico di non fidarsi delle ricostruzioni distorte delle indagini sulla trattativa. Sarà un processo foriero di tensioni: guardate ai fatti, non alle versioni delle parti in causa. E lo stesso chiedo ai giornalisti. Una parte del paese non vuole la verità sulle stragi, e mi stupirei del contrario: non la voleva vent’anni fa, non la vuole adesso.”
“C’è una verità indicibile nelle stanze del potere, un potere non conoscibile dai cittadini che si nasconde, che si sottrae a ogni forma di controllo. La ragion di Stato rischia di diventare un ombrello difensivo sotto il quale proteggere la parte oscura del potere, il suo volto osceno, e la storia occulta dei patti inconfessabili, compresi quella tra Stato e mafia.”

Antonio Ingroia

In questo libro-intervista Antonio Ingroia racconta vent’anni di berlusconismo e la difficoltà di ricostruire la verità sui rapporti tra mafia e Stato. Inoltre parla delle stragi e le bombe del ’92-93, la nascita della Seconda Repubblica, la corruzione come sistema, l’attacco alla Costituzione e alla magistratura, la debolezza della sinistra, le indagini sulla trattativa, il conflitto con il Quirinale. Ed è in questo contesto che Fininvest S.p.A. intenta una causa civile contro gli autori del libro, l’intervistato e la casa editrice GARZANTI S.r.L. (che ha incorporato per fusione CHIARELETTERE EDITORE S.r.L.) che lo ha pubblicato.

Era il 23 maggio 2013 e Fininvest S.p.A. chiedeva la condanna solidale:

  • al risarcimento dei danni subiti a seguito della pubblicazione del libro intervista ad Antonio Ingroia, curato dai giornalisti Lo Bianco e Rizza, intitolato “Io So”;
  • al pagamento di un ulteriore importo, a titolo di riparazione pecuniaria ex art. 12 della l. n. 47/1948;
  • alla pubblicazione della sentenza, a titolo di risarcimento del danno in forma specifica, su “la Repubblica”, “Corriere della Sera”, “Il Fatto Quotidiano” e “l’Unità”, con carattere superiore al normale.

Secondo la prospettazione il libro instillava nel lettore il sospetto che la fortuna economica di Berlusconi derivasse dal riciclaggio di capitali mafiosi del narcotraffico ed era supportato facendo riferimento alle indagini parziali e mai concluse affidate al Consulente Tecnico d’Ufficio Giuffrida, nominato dal procuratore presso il Tribunale di Palermo nel processo a carico di Marcello Dell’Utri, il quale, in particolare, non sarebbe riuscito a portare a compimento l’accertamento sulla provenienza di ben 92 miliardi di lire, per essere stato raggiunto da una richiesta risarcitoria da parte di Fininvest S.p.A. che lo aveva impensierito al punto da indurlo ad una ritrattazione in merito ai dubbi sulla provenienza di quei 92 miliardi.

Nel libro si precisava che il Giuffrida aveva anche ipotizzato, con la memoria agli atti dell’inchiesta della Procura di Roma sulla morte di Calvi nel processo relativo al Banco ambrosiano, che alcuni capitali nel 1974 fossero stati convogliati dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, che in quegli anni era la banca di riferimento della P2, a sua volta, finanziata dalla mafia, ad alcune società della galassia Fininvest (in particolare, alla Capital Fin che nel 1974 era divenuta titolare di alcune partecipazioni nella Fininvest Limited Grand Cayman, una società del Gruppo Fininvest con sede nel paradiso fiscale della Bahamas) e si affermava che la pista aperta da quella memoria, benché interessante, era stata abbandonata dalla Procura di Palermo.

Sulla base di questi prospetti è nato un lungo iter giudiziario di richiesta di risarcimento di un milione di euro da parte della Fininvest durato fino ad aprile di quest’anno. Già in primo e secondo grado queste prospettive erano state smontate e la Corte di Cassazione ha definitivamente rigettato il ricorso di Finninvest, ritenendo infondati e/o inammissibili i tre motivi articolati e condannando la Fininvest al pagamento delle spese.

La Cassazione, a dodici anni dall’instaurazione del procedimento civile, ha ritenuto corretta e ben argomentata la decisione della Corte d’appello di Palermo, che aveva ricondotto il libro-intervista nell’alveo della scriminante del diritto di critica, approccio critico che gli stessi autori avevano dichiarato apertamente, sin dall’introduzione del libro, e non di cronaca giudiziaria, come sostenuto dal ricorrente.

Sulla scorta di giurisprudenza consolidata, la Cassazione ha aggiunto che, a fronte della sostanziale verità dei fatti, sui quali si basava la critica, non possano che essere ritenute irrilevanti le mere inesattezze rilevate dalla ricorrente Fininvest, e ha ritenuto destituita di fondamento “la prospettazione secondo cui le tesi degli autori del libro si riferivano a ipotesi investigative che non avevano trovato riscontro nei processi penali a suo carico” e priva di sostanza anche l’argomentazione secondo cui “non poteva dirsi rispettato il principio di verità sostanziale”.

Nello specifico anziché prendere in esame i fatti denunciati dall’appellante, la Corte d’appello li avrebbe ridotti a mere inesattezze, fornendo una motivazione non aderente ai motivi di appello, senza spiegare perché:

  • ha ritenuto legittima l’affermazione contenuta nel libro intervista secondo cui è “ancora oggi logicamente e cronologicamente attendibile” l’accusa di riciclaggio ai danni della Fininvest e ancora vivo il sospetto a carico di Berlusconi di aver riciclato i fiabeschi capitali mafiosi del narcotraffico;
  • ha considerato non diffamatoria la prospettazione di un suo coinvolgimento nel riciclaggio di capitali del Banco Ambrosiano;
  • ha giudicato irrilevante il fatto che la Fininvest Limited Grand Cayman all’epoca dei fatti non esistesse.

Il motivo è infondato in quanto serve rilevare che il libro-intervista è stato ritenuto non un semplice articolo di cronaca giudiziaria, in relazione al quale si richiede una fedele ed asettica riproduzione dei fatti appresi dalle fonti, ma un articolo di approfondimento giornalistico contenente tesi di carattere politico, volte a criticare ed analizzare gli esiti processuali delle vicende giudiziarie di cui Ingroia si era personalmente occupato o con cui era venuto a contatto. Inoltre nell’introduzione era dato leggere “per questo rivendichiamo come giornalisti e come cittadini il diritto di interrogarci e di riflettere, senza l’onere della prova, sul ventennio berlusconiano e sulla sua origine, anche tenendo conto delle ipotesi investigative che si sono concluse con un’archiviazione” e ciò confermava che l’intento degli autori non era quello di descrivere i fatti, ma quello di proporre un loro ripensamento critico, seguendo la descrizione del fatto, ma valutandolo ed esprimendo “un dissenso verso la realtà fenomenica” anche per suscitare un dibattito.

“La Corte d’appello ha fatto corretta applicazione della giurisprudenza di questa Corte secondo cui in tema di responsabilità civile per diffamazione, il diritto di critica non si concreta nella mera narrazione di fatti, ma si esprime in un giudizio avente carattere necessariamente soggettivo rispetto ai fatti stessi, e che, per riconoscere efficacia esimente all’esercizio di tale diritto occorre comunque che il fatto presupposto ed oggetto della critica corrisponda a verità oggettiva; verità oggettiva, da intendersi non solo come verità del fatto oggetto della notizia, ma anche come verità della notizia come fatto in sé, e quindi indipendente dalla verità del suo contenuto, che là dove sia esposta insieme alle opinioni dell’autore dello scritto, in modo da costituire nel contempo esercizio di cronaca e di critica, impone al giudice chiamato ad operare il bilanciamento tra l’interesse individuale alla reputazione e quello alla libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita, di ritenere sussistente l’esercizio del diritto di critica se vi sia interesse dell’opinione pubblica a conoscere non solo il fatto oggetto della critica, che è presupposto dalla stessa e, quindi, fuori di essa, ma anche l’interpretazione di quel fatto (Cass. 6/08/2007 n. 17172 e successiva giurisprudenza conforme).”

Inoltre il motivo è inammissibile perché

“diversamente da quanto ritenuto dalla ricorrente, i fatti denunciati come pretermessi non sono tali, essendo stati presi in considerazione dal giudice a quo, il quale è tuttavia giunto a conclusioni opposte che non possono essere rimesse in discussione dinanzi a questa Corte.

Del resto, il mancato esame da parte del giudice del merito di elementi contrastanti con quelli posti a fondamento della decisione adottata non integra, di per sé, il vizio di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, occorrendo che la risultanza processuale non esaminata attenga a circostanze che, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, avrebbero potuto condurre ad una decisione diversa da quella adottata (Cass. 6/02/2025, n. 2961).”

Per questi e altri motivi la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha condannato Fininvest S.p.A. al pagamento, in favore dei controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità.

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Antonino Schilirò

Appassionato di politica e lotta alle mafie conduco, insieme al giornalista Giuseppe Notaro, la rubrica online sui social "Informazione Antimafia". Responsabile comunicazione dell'associazione Dioghenes Aps, con sede distaccata aperta a Maletto (CT). Inviato dell'emittente televisiva siciliana Telemistretta Collaboratore del giornale online della Generazione Z progressista.io

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