Il Molise oggi è la storia della rana bollita: non muore per un colpo secco, ma perché l’acqua si scalda piano piano, e lei, abituandosi, resta dentro. Un giorno ti chiudono un reparto e dici “passerà”. Il mese dopo salta un treno e ti arrangi. Poi una strada diventa un cantiere eterno e impari la rassegnazione. Alla fine ti svegli e capisci che non stai più vivendo una difficoltà: stai vivendo un sistema. Un sistema campa sull’abitudine a subire.
Il Molise non deve “resistere”. Deve reagire. Resistere troppo a lungo diventa una scusa. E la classe dirigente molisana scadente adora i cittadini passivi, sfiniti, divisi, convinti che non valga più la pena. Così, Lor Signori, possono continuare a galleggiare anche mentre la regione affonda.
Stiamo parlando di diritti: curarsi senza elemosinare, spostarsi senza pregare o imprecare, lavorare senza dover partire, restare senza sentirsi un fallito. Senza più attendere il “signorotto di turno”, di manzoniana memoria, come punto di riferimento. Loro contano sulla rassegnazione. Contano sullo sfogo passeggero, contano sull’indignazione a ore, contano sulla solitudine. Ma quando una comunità si muove insieme anche il potere più abituato a comandare comincia a scricchiolare.
Ribellarsi non significa spaccare vetrine. Ribellarsi significa fare la cosa che spaventa di più chi vive di controllo: pretendere trasparenza, pretendere responsabilità, pretendere fatti. Smettere di inseguire il piccolo favore (elettorale) e (ri)cominciare a pretendere. Passare da sudditi a cittadini.
E la ribellione è un esercizio civile, quotidiano, organizzato. Strumenti semplici e micidiali:
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Chiedere gli atti: delibere, bilanci, incarichi, appalti.
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Trasformare ogni disservizio in una domanda pubblica: “chi è responsabile, cosa ha fatto, con quali soldi”.
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Fare rete sul territorio: comitati, associazioni, studenti, professionisti, lavoratori, amministratori puliti.
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Non regalare più silenzi.
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Smettere di votare il passato travestito da futuro: si decide in cabina elettorale.
Scegliere gli stessi, le stesse facciacce, le stesse logiche o il “vecchio” arnese fatto passare per “nuovo” significa rinnovare il declino. Il Molise deve smettere di chiedere permesso.
Deve smettere di sentirsi piccolo. Serve una solenne promessa collettiva: niente più rassegnazione, niente più voti per abitudine, niente più favori al posto dei diritti.
La rana bollita muore perché aspetta che qualcun altro spenga il fuoco. Il Molise deve fare l’opposto: alzarsi, uscire dalla pentola e rovesciarla. Civilmente. Ostinatamente.
Insieme.





