La privatizzazione della sanità in Molise è una scelta politica trasversale: da Iorio a Frattura, da Toma a Roberti, il pubblico perde risorse e il privato convenzionato cresce. Pastore denuncia: il Molise è un laboratorio, e i cittadini pagano il conto.
In Molise la sanità pubblica non sta “crollando”. La stanno, scientificamente, svuotando. Ed è peggio: il crollo è un disastro, lo svuotamento è un progetto. E quando un progetto dura trent’anni e attraversa governi diversi, non è emergenza. Ma scelta politica. Chiara, precisa. Per avvantaggiare il privato.
Il copione è diventato familiare. Prima si indebolisce il pubblico: reparti che arrancano, turni impossibili, concorsi deserti, personale che scappa perché lavorare diventa una punizione. Poi si dice: “Vedete? Il pubblico non funziona”. A quel punto entra la soluzione pronta: il privato convenzionato. Con la promessa dell’efficienza, della rapidità, della modernità. Ma la verità è un’altra: il privato prende soldi. Li succhia dallo stesso fondo che dovrebbe tenere in piedi ospedali e servizi pubblici.
La storia recente della Regione racconta una continuità che non ha bisogno di interpretazioni fantasiose. Con Michele Iorio si consolida un impianto che apre varchi e dipendenze: scelte strutturali, reti ridisegnate, il terreno preparato. Con Paolo Frattura arrivano piani e riorganizzazioni che, anziché ricostruire la muscolatura del pubblico, finiscono spesso per confermare la logica dei tagli e delle esternalizzazioni. Con Donato Toma la narrazione cambia tono, ma non cambia sostanza: si gestisce l’esistente mentre il sistema perde pezzi, e il privato continua a occupare spazio. E con l’attuale presidenza Francesco Roberti la sensazione, per una fetta crescente di molisani, è che la traiettoria non sia stata invertita: si parla di “rilancio”, ma sul terreno restano carenze, servizi intermittenti, territori scoperti. Non cambia la musica. È una privatizzazione trasversale, comoda, “silenziosa”, quasi sempre non detta. Nascosta. Ma praticata.
Il trucco: far sembrare inevitabile ciò che è voluto
“Non ci sono medici”, “Non ci sono soldi”, “Non è attrattivo”, “Il pubblico non funziona, meglio il privato”. Alla faccia della Costituzione italiana. Sono frasi sempre uguali, sempre buone per qualsiasi stagione. Ma perché non ci sono medici? Perché il lavoro nel pubblico è diventato un percorso a ostacoli: stipendi poco competitivi rispetto al carico, progressioni opache, reparti in affanno, responsabilità enormi con protezioni minime. Clientelismo sfrenato.
Una sanità è attrattiva quando è organizzata, quando funziona, quando offre un progetto clinico e umano. Il resto è fumo negli occhi: una scusa elegante per non dire che la politica ha scelto di non ricostruire il pubblico.

Pastore e la denuncia che brucia: “laboratorio”
Dentro questo scenario, la voce di Lucio Pastore (già primario del PS di Isernia) pesa perché non arriva da un palco ma da una trincea. Da trent’anni porta avanti una battaglia che molti hanno provato a liquidare come allarmismo, finché l’allarme è diventato normalità. La sua accusa è semplice e devastante: il Molise sarebbe stato trattato come un laboratorio dove sperimentare il passaggio dal pubblico al privato, svuotando prima i servizi e poi presentando il privato come “salvagente”. La rana bollita ha fatto scuola.
Il privato convenzionato non è un mondo parallelo, è agganciato al pubblico. Pesca nello stesso bacino. E chi resta a secco? Il pronto soccorso, i reparti ospedalieri, l’emergenza-urgenza.
Ed ecco il punto più indecente: paghiamo due volte. Paghiamo con le tasse una sanità pubblica che dovrebbe garantire tempi e cure. E poi paghiamo ancora quando il pubblico non regge: visite private, prestazioni, viaggi fuori regione, giorni persi, ansia, rinunce. Una tassa occulta sulla fragilità. Un pedaggio sulla malattia.
E mentre il privato cresce, il pubblico resta con il carico più duro: urgenze, complessità, cronicità, notti, ambulanze, responsabilità. Non basta indignarsi. Serve una politica che dica chiaramente “stop”. Stop alla logica per cui il privato è la stampella permanente del pubblico. Stop ai tagli travestiti da riorganizzazione. Stop alla favola che “non ci sono alternative”. Le alternative esistono sempre: o investi sul pubblico o lo lasci morire. Il resto sono giochi di parole.
In Molise il tempo delle carezze è finito. La sanità non è un servizio tra gli altri: è la linea che separa la dignità dalla paura. E se da Iorio a Frattura, da Toma a Roberti la direzione è rimasta la stessa, allora la conclusione è inevitabile. È un problema di volontà.
E di scelte fatte (e da fare) nella cabine elettorali.
Immagini AI
Sanità: debito, ospedali chiusi, medici in fuga. Il Molise davanti allo specchio





