C’è un tipo di discorso che non ha bisogno di effetti speciali. Non alza la voce, non recita. Ti prende per il bavero con una parola semplice: coraggio. Nell’intervento di Corrada Pomillo, Maresciallo Capo dei Carabinieri, quel coraggio è diventato una cosa concreta, con un nome, un peso, una direzione.
Il maresciallo ringrazia l’Associazione Dioghenes APS per il riconoscimento ricevuto come “donna al servizio”. Ma la frase più importante non è il grazie. È l’idea che ci sta sotto: servire non significa “stare al proprio posto” come una pedina. Significa stare dalla parte giusta, anche quando quella parte ti costa fatica, tempo, notti e, a volte, pure la pace.
Un premio che non è una medaglia: è un messaggio
Nel suo intervento, il maresciallo Pomillo si definisce “umile e semplice”. È una dichiarazione che oggi suona quasi rivoluzionaria: in un Paese dove spesso la vanità si traveste da merito, lei ribalta il copione. Non mette al centro sé stessa, ma il senso di quel Premio. E soprattutto, lo dedica idealmente a una figura che non è solo memoria e retorica: Lea Garofalo. Ricordata come “una donna veramente coraggiosa” che ha sfidato la ’ndrangheta “fino alla morte” per la propria libertà. Qui non siamo nella retorica da cerimonia. Qui siamo nella sostanza: quando una donna rompe il silenzio, non sta “parlando”. Sta spostando un confine.
Il passaggio più vivo dell’intervento è l’appello ai giovani. Pomillo non si limita al classico “siate migliori”. Scende nel dettaglio: essere coraggiosi vuol dire fare scelte. Scelte che portano alla propria libertà personale. Non è poesia: è un manuale di sopravvivenza civile. E lo dice in modo quasi brutale. La libertà si conquista quando si smette di essere “inerme”, quando si smette di pensare “tanto non cambia nulla”, quando si smette di confondere la prudenza con la resa.
Il maresciallo Pomillo usa un’espressione durissima: parla di una “cultura indecente” legata alla schifosissima ’ndrangheta. E aggiunge una parola chiave che spesso manca nei discorsi pubblici: cultura.
Non bastano gli arresti, non bastano le operazioni, non bastano le commemorazioni. Serve alzare il livello: elevare la cultura. È una frase potentissima. Perché descrive bene come funziona il cambiamento vero.
C’è un momento in cui Pomillo entra nella realtà nuda: denunciare. Non come concetto astratto, ma come gesto. Racconta di una denuncia arrivata da un padre che voleva aiutare la figlia. E di come lei, insieme ai suoi collaboratori, abbia cercato di dare una risposta. Qui sta il cuore del discorso: la legalità non è un sermone. È una porta che si apre quando qualcuno trova il coraggio di bussare. E dall’altra parte deve esserci qualcuno che risponde. Altrimenti la denuncia diventa un salto nel buio. Denunciare significa “combattere un sistema” di criminalità organizzata e di traffici che avvelenano il territorio. Non è una parola comoda. È una parola che spaventa. Ma è anche l’unica che, detta al momento giusto, può cambiare il finale.
Nel ringraziare, Pomillo cita anche la presenza dell’onorevole Angela Napoli e richiama un territorio, Taurianova, dove, dice, “bisogna combattere”. Il territorio non è una cartolina, è il luogo dove la criminalità prova a diventare normalità. Pomillo richiama tutti a una responsabilità condivisa. Perché la sicurezza non la produce solo chi indossa una divisa. La produce anche chi decide di non voltarsi dall’altra parte.
Ecco il significato di questo Premio: un promemoria collettivo. Non celebrativo. Un promemoria che dice: la lotta alle mafie non è una stagione, è un clima. O lo cambi o ci respiri dentro per sempre.
TUTTI GLI ARTICOLI SULLA QUARTA EDIZIONE DEL PREMIO NAZIONALE LEA GAROFALO
L’Italia che non vuole vedere. Perché il Premio Lea Garofalo è una necessità civile





