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Sionismo, antisemitismo e libertà di opinione

Come uscire da trappole semantiche che alimentano accuse di dubbia legittimità storica.

by Danilo Gullotto
3 Gennaio 2026
in Wn TV
Reading Time: 9 mins read
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Da quella fatidica data del 7 ottobre, oltre all’inasprirsi dello scontro armato tra Israele ed Hamas, abbiamo assistito all’esacerbarsi di un altro conflitto: quello che si gioca sul terreno della libertà di opinione. Infatti, sovente si è assistito ad episodi in cui, anche in modo trasversale, c’è chi ha provato a mettere bavagli a coloro che esprimono le proprie posizioni in merito a certi temi sensibili che riguardano la questione israelo-palestinese.

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Ad esempio, tentativi di censura dal basso verso l’alto si sono verificati ai danni dell’ex parlamentare del PD Emanuele Fiano, oggi segretario dell’associazione “Sinistra per Israele”, durante un suo intervento all’università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha fatto irruzione un gruppo di militanti della sinistra radicale per boicottare l’evento a cui Fiano aveva preso parte, date le sue posizioni a favore di certe correnti del sionismo, nonché il suo rifiuto dell’accusa di genocidio rivolta ad Israele, o ancora, abbiamo visto compiersi azioni a danno della sede giornalistica torinese del noto quotidiano “La Stampa”, a causa dell’irruzione da parte di presunti gruppi di antagonisti, come risposta alle posizioni adottate dalla linea editoriale del giornale in merito alla politica del governo israeliano, causando anche una reazione del nostro governo poi tradottasi nella chiusura del centro sociale torinese “Askatasuna”, considerato come la sede da cui sono partiti gli atti di dissidenza.

Trattasi in questo caso di forme di autolesionismo politico in cui, a meno che i facinorosi non siano stati pagati dalla CIA o da chi per essa, “il popolo finisce per danneggiare il popolo“, disperdendo o vanificando quanto di buono viene costruito dalle realtà dei movimenti popolari.  

 Di converso, abbiamo anche assistito a tentativi di censura dall’alto verso il basso, come l’annullamento dell’evento organizzato da eminenti intellettuali, quali gli storici Angelo D’orsi e Alessandro Barbero, il fisico Carlo Rovelli, l’opinionista ex deputato alla Camera per il M5S Alessandro Di Battista, l’artista Moni Ovadia e il filologo Luciano Canfora, stavolta per volontà della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, sebbene il tema centrale dell’evento, in questo caso, fosse formalmente orientato più al conflitto russo-ucraino che non a quello israelo-palestinese.

 Inoltre, non sono mancati episodi in cui manifestazioni popolari a favore della Palestina sono state vietate da cariche istituzionali, anche col pretesto che, dietro le ragioni della protesta, si nascondesse una campagna d’odio contro il popolo ebraico alimentata da messaggi antisemiti.

 Anche certi media sembrano voler far sentire il proprio peso quando si parla di censura: proprio di recente, ad esempio, sembrerebbe che la nota piattaforma social YouTube abbia rimosso circa 700 video pubblicati da tre organizzazioni non governative che hanno denunciato Israele alla Corte Penale Internazionale per violazioni dei diritti umani. Una simile censura ha mostrato come la piattaforma stia assecondando la volontà di Donal Trump nell’applicare sanzioni nei confronti di queste organizzazioni, in risposta alla loro denuncia.

 Ne consegue che, al giorno d’oggi, malgrado le garanzie costituzionali sulla libertà di parola, il confine tra ciò che rappresenterebbe e non- un’opinione giuridicamente legittima appare sempre più flebile. Oggetti del contendere, in casi come questi, sono spesso le accuse rivolte sia al governo israeliano da parte dei pro-Pal, quale quella di genocidio, sia ai pro-Pal da parte del governo israeliano, quali quelle di sionismo e di antisemitismo.

 A soffiare ulteriormente sul fuoco del conflitto tra opinioni, è stato annunciato di recente un ddl che mira a una ridefinizione del reato di antisemitismo e che porta la firma del capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri. Con questo ddl, si vorrebbe adottare la definizione operativa di antisemitismo fornita dall’IHRA, una organizzazione intergovernativa che promuove e divulga la memoria dell’Olocausto. Secondo tale definizione:

«L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.»

I critici di questa definizione sostengono che, se il ddl venisse approvato, si finirebbe per equiparare la legittima critica fatta al governo di Netanyahu da parte dei pro-Pal al reato di antisemitismo, disinnescando di fatto le proteste che si sono sollevate dal basso a difesa del popolo palestinese. Inoltre, secondo alcuni giuristi, si tratterebbe di una legge che introdurrebbe una fattispecie del reato d’opinione che andrebbe palesemente contro le garanzie costituzionali.    

 Nell’attesa che un auspicabile rimando del ddl alla Corte Costituzionale da parte del Presidente della Repubblica possa dirimere la questione, possiamo già intravedere, tuttavia, alcuni aspetti semantici che mettono in pericolo una simile definizione di antisemitismo: prima di tutto dovremmo infatti considerare che il termine fu usato per la prima volta dal nazionalista tedesco Wilhelm Marr, come eufemismo per non parlare esplicitamente di antigiudaismo, in un suo scritto dal titolo “La strada verso la vittoria del Germanismo sul Giudaismo, da una prospettiva aconfessionale”, risalente al 1879.

Tuttavia, secondo la corretta etimologia basata sulla ricerca storico-scientifica, con il termine di “semita” non si fa esclusivamente riferimento al popolo ebraico, ma ad un gruppo etnico, culturale o razziale di cui fanno parte diverse popolazioni del Medio Oriente e del Corno d’Africa, sia passate che presenti, quali gli stessi Arabi che vivono nel territorio palestinese, e accomunato da una radice linguistica appartenente alle così denominate “lingue semitiche”, di cui fa parte la stessa lingua ebraica.

Pertanto. questo concetto di antisemitismo fornito da Marr, sebbene sia oggi riconosciuto de facto come precipuamente riferito al popolo ebraico, parte in realtà da una interpretazione alquanto arbitraria formulata dai sionisti integralisti e rifacentesi al libro biblico della Genesi, ma non tiene conto degli aspetti storici e linguistici che chiariscono la reale provenienza della parola “semita”. Inoltre, dal momento che il nostro Paese, alla stregua di tutti i Paesi dell’Unione Europea, si poggia su un ordinamento laico che dovrebbe deliberare secondo i criteri dell’indagine scientifica, non si capisce perché si voglia accettare una definizione di antisemitismo che è invece frutto di una visione confessionale che poco si sposa, tra l’altro, con le radici cristiane millantate da certi governi sovranisti europei.

Ne consegue che, se si rispettasse l’etimologia originaria, ogni manifestazione pro-Pal contraria all’operato del governo israeliano non potrebbe venire tacciata di antisemitismo, dal momento che anche i palestinesi, in quanto semiti, appartengono alla stessa radice etnico-linguistica degli ebrei. Lo stesso Marr si troverà costretto a correggere e ritrattare il concetto di antisemitismo nei suoi scritti posteriori, tanto che nel XX secolo con esso ci si riferirà a una più generale definizione di “atteggiamento persecutorio” nei confronti di qualunque popolo. Se partiamo da questo ultimo assunto poggiante su basi laiche e chiaramente documentate, ne conseguirebbe che, oggigiorno, a nutrire una condotta antisemita sarebbe proprio il governo israeliano, come conseguenza della sua persecuzione nei confronti dei palestinesi, creando ulteriore confusione sulla questione semantica.

 Un altro nodo da sciogliere è quello legato al significato di antisionismo. Secondo la definizione canonica mutuata da Wikipedia:

«Il sionismo è un’ideologia politica il cui fine è l’affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico e il supporto a uno Stato ebraico nella regione che, dal Tanakh e dalla Bibbia, è definita “Terra di Israele”. Tale obiettivo è stato perseguito attraverso la colonizzazione della Palestina storica tentando, almeno a partire dagli anni trenta del Novecento, di ottenerne un territorio il più esteso possibile e di ridurre al minimo la presenza di arabi palestinesi al suo interno.»

 Si comprende quindi che, se si partisse da una simile definizione, l’ambizione dei sionisti sarebbe quella di occupare alcune aree del Medio Oriente che, stando alla loro lettura biblica, sarebbero state promesse da Dio. Tuttavia, una simile definizione di sionismo renderebbe esplicita una violazione del diritto internazionale da parte di un gruppo religioso, quello sionista, appunto, che si rifiuta di accettare la presenza di certe popolazioni arabe che si sono insediate in un dato territorio come conseguenza di eventi storicamente determinati. Bisogna però specificare che questa forma di rifiuto delle contingenze storiche, nonché di intolleranza esercitata in nome di certi principi religiosi fondamentalisti, è sostenuta da una fazione ben specifica di sionisti, ovvero i cosiddetti “revisionisti”, sebbene vada sottolineato con amarezza che tale fazione raccoglie oggi un largo consenso tra gli israeliani, tanto da andare per la maggiore, al contrario che in passato.

Tuttavia, non sono pochi gli esempi di movimenti, partiti o correnti politiche, nonché personalità appartenenti alla galassia del sionismo che, tanto nell’attualità quanto nel secolo scorso, non si riconoscono, né si sono mai riconosciuti, in questa visione politico-religiosa così intollerante, razzista e suprematista quale è oggi quella del sionismo revisionista. Solo per citare alcuni esempi, basti pensare a personalità del calibro di: 1) Judah Leon Magnes: rabbino e intellettuale sionista molto critico del nazionalismo esclusivamente ebraico, nonché pacifista e sostenitore dell’uguaglianza tra comunità arabe ed ebraiche; 2) Amos Oz; scrittore israeliano molto noto, fondatore del movimento Peace Now che promuove il ritiro israeliano dai territori occupati e la creazione di uno Stato palestinese con confini sicuri per Israele; 3) Hannah Arendt: celebre filosofa-politica, studiosa dei totalitarismi, che appoggiò la soluzione dei “due popoli, due Stati”  per evitare il nazionalismo etnico esclusivo. Ancora, sempre solo per citare alcuni esempi, non possiamo trascurare certe forze politiche sioniste della storia passata, quali “Mapam”, partito di estrazione marxista rivoluzionario, che contemplava una visione di coesistenza con gli arabi, si oppose ad alcune espulsioni dopo la Nakba, supportò il diritto al “ritorno” dei profughi arabi, e per un certo periodo ha promosso forme di cooperazione economica con i palestinesi.

Nondimeno, ancora oggi, se pur in modo marginale, sopravvivono partiti e movimenti sionisti “dissidenti”, quali, solo per citarne alcuni: 1) “Meretz”: partito progressista, anti-razzista e anti-suprematista, critico dell’occupazione e delle colonie, favorevole alla soluzione dei due Stati e alla piena uguaglianza civica di israeliani e palestinesi; 2) “Shalom Achshav”: movimento pacifista, favorevole alla fine dell’occupazione, all’esistenza dello Stato palestinese e al ritiro dei coloni; 3) “Combatants for Peace”: movimento israelo-palestinese con molti membri sionisti, a favore della non violenza, per il riconoscimento reciproco delle due narrazioni e la fine dell’occupazione.

 Simili realtà storiche e politiche dovrebbero aiutarci a comprendere che non si dovrebbe “fare di tutti i sionismi un fascio”, dal momento che, a quanto pare, “non tutti i sionismi vengono per nuocere”. Se, ad esempio, il comunismo non può venire demonizzato in senso lato solo in ragione di come la sua transizione socialista si è storicamente determinata durante la parentesi dello Stalinismo, allo stesso modo credo che non si possano demonizzare tutte le correnti sioniste solo per le pieghe che alcune di esse hanno preso nel corso della storia. Se i movimenti pro-Pal, compresi quelli più radicali, non saranno capaci di operare simili discernimenti, il rischio è che i populisti possano trovare pretesti legali per soffocare le legittime proteste in difesa dei palestinesi, ovvero le vere vittime di questo conflitto, coloro i quali stanno pagando sulla propria pelle tanto il peso dell’intervento militare di Israele, quanto certe forme di strumentalizzazione politica da parte di governi occidentali che continuano sottotraccia a sostenere la follia omicida di Netanyahu. 

Insomma, se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, basterebbe che i pro-Pal specificassero che le loro proteste vanno a difesa non solo dei palestinesi in senso lato, ma anche, più in particolare, dei semiti arabo-palestinesi, e che le accuse di crimini contro l’umanità sono rivolte non tanto ai sionisti in senso lato, ma ai sionisti revisionisti complici del governo Netanyahu, così da disinnescare ogni tentativo di strumentalizzazione esercitato dal nostro governo e dalla stampa di regime. Intendo quindi dire che, se si ha a cuore la causa palestinese, non bisognerebbe cadere nella trappola degli schematismi, delle banalizzazioni, delle facili dicotomie e dei settarismi preparati ad arte dalle forze populiste per polarizzare un’opinione pubblica generalmente poco preparata su questi temi. Ogni opzione su come affrontare simili argomenti dovrebbe venire articolata nel dettaglio, costringendo anche i populisti a seguire un ragionamento che sia scevro da mistificazioni.

A maggior ragione, sarebbero auspicabili anche manifestazioni a favore dei parenti degli ex ostaggi israeliani catturati da Hamas e dei civili israeliani che nel fatidico giorno dell’attentato potrebbero essere stati uccisi dal “fuoco amico” dell’IdF, oggi che la richiesta dell’Alta Corte israeliana di istituire una commissione di indagine indipendente per fare luce su questi fatti è stata rinviata al mittente dal governo criminale di Netanyahu. Credo pertanto che la forza del movimento pro-Pal dovrebbe risiedere anche nella capacità di saper fare i dovuti distinguo e articolare in modo eloquente le proprie argomentazioni, così che queste possano venire fatte valere per il bene della causa palestinese e delle vittime del 7 ottobre, tanto in una pubblica piazza durante una manifestazione quanto in una sede di tribunale nel caso di accuse pretestuose da parte dei poteri reazionari.

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Danilo Gullotto

Ricercatore nel campo bioinformatico, biomolecolare evoluzionistico, biofisico computazionale e genetico molecolare. Divulgatore di temi scientifici legati all'ambiente e al cambiamento climatico, attivista e opinionista politico, debunker di temi pseudoscientifici.

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