Sono passati 42 anni dall’uccisione di Pippo Fava per mano della Cosa Nostra catanese. Il tempo dovrebbe portare chiarezza. Invece porta la stessa domanda. Chi ha premuto il grilletto, spesso, lo si trova. Chi ha deciso, chi ha ordinato, chi ha beneficiato del silenzio molto più raramente. E quando la giustizia arriva solo fino agli esecutori materiali, resta una zona grigia che non è nebbia: è potere.
In una nota pubblica, l’associazione Antimafia e Legalità richiama proprio questo punto: la sproporzione tra ciò che viene accertato in tribunale e ciò che una comunità, a volte, intuisce con lucidità morale.
Pippo Fava non è stato ucciso “per sbaglio” o “per un eccesso di rabbia criminale”. È stato ucciso perché scriveva, perché nominava i meccanismi, perché raccontava una città dove la mafia non è solo coppola e lupara, ma relazioni, economia, complicità, carriere.
E qui sta la differenza che brucia: la mafia può anche cambiare faccia, vestirsi meglio, diventare più “presentabile”. Ma se resta intatto un sistema trasversale capace di proteggere i mandanti, allora cambia solo il trucco. Il volto, sotto, è lo stesso. I mandanti non amano le luci. Preferiscono l’ombra. Ma l’ombra non è una patente d’innocenza: è solo un posto comodo dove sedersi.
Nel comunicato si insiste su un fatto che in Italia conosciamo fin troppo bene: si condannano i bracci, e il cervello resta spesso fuori dall’inquadratura. Non perché sia “un fantasma”, ma perché il fantasma, di solito, ha avvocati, agganci, armi non rumorose (appalti, favori, ricatti, consenso).
E allora la domanda diventa collettiva: che cos’è un delitto di mafia, se non è anche un delitto di potere?
Quando un giornalista viene assassinato, non si colpisce solo una persona. Si colpisce una funzione: la capacità di una città di guardarsi allo specchio senza mentirsi.
La nota parla di un sistema che resta “intatto”, magari più forte perché più invisibile. È un’immagine potente e, purtroppo, realistica: oggi non serve neanche urlare. Basta normalizzare. Basta far passare l’idea che “tanto è sempre stato così”. Basta trasformare la rassegnazione in stile di vita.
È così che il potere occulto vince: non solo quando elimina chi disturba, ma quando convince i vivi a non disturbare più. Non è una storia chiusa nel perimetro di Catania. È una dinamica italiana.
Il passaggio più importante del comunicato è anche il più pratico: l’impegno nelle scuole. Perché se il sistema di potere si nutre di passività, la scuola può produrre il contrario: coscienza critica. Non quella da slogan. Quella che fa domande precise:
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Chi guadagna dal silenzio?
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Chi perde quando qualcuno racconta la verità?
- Perché certi nomi tornano, anche quando sembrano scomparsi?
Educare alla legalità non significa distribuire medaglie di cartone o fare la lezione morale. Significa allenare i ragazzi a riconoscere le strutture: il ricatto, l’omertà, il favore, il “ti sistemo io”, la fedeltà cieca, l’idea che la legge sia negoziabile.
Ricordare Pippo Fava non dovrebbe essere un rito che finisce con una corona di fiori e qualche foto. Dovrebbe essere un cantiere aperto: rumoroso, scomodo, pieno di domande e pieno di giovani che imparano a non abbassare lo sguardo. Perché la verità non è solo una sentenza. È anche un clima. E il clima lo cambiano le comunità quando smettono di dire “non cambia niente” e iniziano a dire “da qui non passate più”.
Quarantadue anni dopo, la memoria di Fava continua a fare paura a chi vive di silenzi. Ed è un buon segno: significa che quella voce, in qualche modo, non l’hanno ammazzata.

Pippo Fava, 42 anni dopo: quando la memoria smette di essere rito
Il 5 gennaio 1984, a Catania, la mafia uccideva Pippo Fava: giornalista, scrittore, fondatore de “I Siciliani”, voce capace di raccontare, senza inchini, l’intreccio tra mafia, affari e potere. Oggi ricorre il 42° anniversario del suo assassinio.
Nel ricordo di queste ore torna un punto che graffia: non tutta la verità sull’omicidio è emersa. E il problema non è solo “la mafia che spara”, ma il potere che si riconosce, si protegge e reagisce quando qualcuno ne spezza l’incantesimo. Il rischio, col passare degli anni, è che le commemorazioni diventino liturgia: una ripetizione che consola, assolve.
Bravi giornalisti si può diventare; uomini liberi è più difficile. E proprio per questo la memoria di Fava non deve essere una corona di fiori, ma un’educazione permanente: nelle scuole, nelle redazioni, nei quartieri. Perché a volte, per armare i killer, non serve un “summit”: basta un cenno, un segnale, “un’alzata di sopracciglio”. E allora l’unico antidoto è la stessa cosa che Fava praticava: libertà, curiosità, rigore.






