In pieno centro, in una delle piazze storiche – che dovrebbero raccontare Isernia – ci si ritrova davanti alla vergogna: sacchi buttati a terra, rifiuti ammassati, oggetti lasciati come se la strada fosse un retrobottega.
Piazza San Pietro Celestino V, che per anni è stata chiamata “il salotto di Isernia”, oggi sembra un’altra cosa: il salotto della monnezza. Lo stiamo denunciando da mesi. Ma nessuno parla, nessuno risponde. Nessuno interviene.
A cosa serve il porta a porta se questi sono i risultati? Funziona solo se ognuno fa la sua parte. E oggi, in quel punto preciso della città (come in altre zone), i cittadini si stanno comportando male. Malissimo.
Chi lascia i sacchi, chi li molla dove capita, chi scarica ingombranti sta dimostrando il suo senso di inciviltà. La versione più povera della cittadinanza: quella che pretende diritti e calpesta doveri, che invoca decoro e alimenta sporcizia, che chiede controlli ma si offende se qualcuno gli fa notare l’inciviltà.
Ma la verità è più scomoda: oltre all’inciviltà c’è l’altra metà del disastro. Se la raccolta differenziata è gestita male, se i ritiri sono irregolari, se le segnalazioni finiscono in un buco nero, se mancano controlli veri e sanzioni reali, il sistema perde autorevolezza. E gli incivili festeggiano (e i cittadini corretti si stancano).
La questione è impedire che la piazza diventi un punto di scarico (tollerato).
Servono regole chiare, serve una presenza concreta sul territorio, serve la certezza che chi sporca paga. Servono controlli, sanzioni, tracciamento delle violazioni, interventi rapidi. Serve una gestione perfetta, che non scarichi tutto sul cittadino.
Questa piazza non è solo un luogo: è un simbolo. Una città si giudica anche dai suoi simboli.
La parola necessaria è responsabilità. Dei cittadini, che devono smettere di trattare il bene comune come terra di nessuno. Di chi gestisce la raccolta, che deve garantire puntualità, presenza, risposte, efficacia. Di chi amministra.
Il “salotto di Isernia” non si difende con i post e le parole vuote. Si difende con comportamenti (civili) quotidiani e con un servizio che regge l’urto. Ma intanto, in piazza, resta la monnezza.

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