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Ferramonti di Tarsia, il borgo della memoria che parla all’Italia di oggi

Dal campo di internamento in Calabria alla lezione civile: un viaggio tra memoria storica, lotta all’antisemitismo, razzismo e totalitarismi di ogni colore.

by Antonella Giordano
31 Gennaio 2026
in Approfondimenti
Reading Time: 10 mins read
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Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è una giornata internazionale indicata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 2005 per ricordare lo sterminio da parte dei nazisti di ebrei, oppositori, minoranze e persone vulnerabili.

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Il Giorno della Memoria in Italia è stato istituito con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 senza alcun riferimento, nella formulazione normativa, al fascismo italiano, e al ruolo svolto dallo Stato fascista nella costruzione e nell’attuazione delle politiche razziali. Il dato segnala ancora oggi la difficoltà profonda nell’elaborazione pubblica di quella mostruosa pagina della nostra storia.

Oggi che i crimini di genocidio continuano purtroppo ancora a verificarsi e assistiamo a un aumento globale dell’antisemitismo e dell’incitamento all’odio è doveroso mantenere viva la memoria, avere cura dei siti storici e promuovere l’educazione sulle cause, le conseguenze e le dinamiche di tali crimini, per rafforzare l’impegno dei giovani contro le ideologie razziste.


Il Campo di Ferramonti di Tarsia fu l’unico esempio di un vero campo di concentramento costruito dal governo fascista a seguito delle leggi razziali e rappresenta storicamente il più grande campo di internamento italiano. A partire dal giugno 1940 vi transitarono circa 3000 internati. Il Campo si estendeva su un’area di 16 ettari ed era composto da 92 baracche di varia dimensione, molte delle quali con la classica forma ad “U” e forniti di cucina, latrine e lavabi comuni.

A seguito delle leggi razziali tedesche (1933), molte persone di religione ebraica che risiedevano in Germania e nei paesi sotto il controllo nazista riuscirono ad emigrare verso il Nord e Sud America e in altre nazioni europee più sicure.

Un gran numero di persone considerò l’Italia come un “rifugio precario” verso cui dirigersi. Al momento della promulgazione delle leggi razziali italiane (1938) le circa 10.000 persone di religione ebraica straniere presenti sul territorio nazionale ebbero l’ingiunzione di lasciare l’Italia. Gran parte di loro riuscì a partire; poco più di 3000 persone apolidi (prive di cittadinanza) erano ancora in Italia quando nel maggio 1940 fu dato l’ordine del loro arresto. In molti furono portati a Ferramonti. A loro si aggiunsero presto altri gruppi di persone provenienti da mezza Europa in fuga dal nazismo e arrivati nei territori sotto il controllo italiano (specie dalla Yugoslavia, Grecia, Albania e nord Africa). Accanto al predominante gruppo di apolidi di religione ebraica di origine non italiana, a Ferramonti arrivarono anche dei gruppi di persone di religione non ebraica, ma di nazionalità nemica all’Italia: Greci, Slavi (fra cui alcuni cattolici) e Cinesi.

Ferramonti era una contrada paludosa e malarica del comune di Tarsia (provincia di Cosenza) sottoposta nella seconda metà degli anni ’30 ad opere di bonifica da parte della ditta Eugenio Parrini di Roma, un faccendiere molto vicino al regime fascista.

Dovendo il governo fascista costruire dei campi di internamento per questi Ebrei stranieri e per tutti i cittadini di paesi nemici rimasti in Italia, Parrini fece in modo che la scelta della loro collocazione ricadesse nei suoi cantieri di bonifica in modo da utilizzare le strutture già presenti e ottenere il monopolio nello spaccio alimentare. Nacquero così i campi di Pisticci (MT), riservato soprattutto a oppositori politici italiani, e il campo di Ferramonti di Tarsia (CS), destinato ad Ebrei e cittadini stranieri nemici. Conseguentemente, il 4 giugno 1940, Eugenio Parrini si recò nel Comune di Tarsia per reclamare un appezzamento di terreno demaniale attiguo al suo cantiere di bonifica di Ferramonti in modo da iniziare la costruzione del campo.

Dal giugno 1940 la direzione del Campo fu affidata al Commissario di Pubblica Sicurezza Paolo Salvatore. Il Direttore era affiancato da un Maresciallo e da 10 agenti di P.S. Accanto a questi, vi era un reparto di camicie nere della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) reclutate dai paesi limitrofi. Dal gennaio 1943 Salvatore, accusato di essere troppo tollerante con gli internati, fu sostituito per poche settimane da Leopoldo Pelosio e successivamente da Mario Fraticelli, anch’essi commissari di P.S. Per tutto il periodo di attività del Campo, il Maresciallo fu sempre Gaetano Marrari.

Dal 20 giugno 1940 il campo entrò in funzione con l’arrivo dei primi due gruppi di Ebrei stranieri: circa 460 uomini arrestati in varie città dell’Italia centro-settentrionale e costretti ai lavori forzati per costruire il resto del campo.

Nel settembre del 1940 arrivò a Ferramonti un gruppo di Ebrei profughi da vari paesi europei che si ritrovò bloccato a Bengasi (Libia), allora territorio italiano, in attesa di un trasporto verso la Palestina. Si trattava di un gruppo eterogeneo di circa 300 Ebrei, fra cui anche diverse donne e bambini. La loro presenza provocò il primo cambiamento sociale nel Campo con la presenza di intere famiglie.

Il 22 maggio 1941 e il 27 maggio 1943 il Campo venne visitato dal Nunzio Apostolico Borgoncini-Duca. Durante la sua prima visita il piccolo gruppo di internati cattolici gli chiesero la presenza di un cappellano. L’11 luglio 1941 arrivò a Ferramonti il padre cappuccino Callisto Lopinot che parlava correntemente cinque lingue. Egli rappresentò una delle figure fondamentali del Campo sia per la piccola comunità cattolica, ma anche per quella ebraica.

Nel luglio del 1941 arrivò nel campo un gruppo di 106 Ebrei jugoslavi e di altre nazioni che si erano rifugiati a Lubiana (Slovenia), caduta sotto il controllo italiano, per sfuggire ai filonazisti Ustascia che operavano in Croazia.
Nell’ottobre del 1941, arrivò a Ferramonti un gruppo di circa 188 Ebrei, per lo più jugoslavi, fermati in Montenegro e rinchiusi in un primo tempo nel campo italiano di Kavaje (Albania).

Nel febbraio e nel marzo del 1942, dall’isola di Rodi giunse a Ferramonti il gruppo più numeroso di internati: i profughi del battello “Pentcho“. Si trattava di 495 Ebrei dell’Europa centro-orientale, per lo più cecoslovacchi che due anni prima avevano cercato di raggiungere la Palestina attraverso un complesso itinerario che prevedeva la partenza da Bratislava, la discesa lungo il Danubio fino al Mar Nero e quindi, attraverso il Bosforo e lo Stretto dei Dardanelli, di giungere nel Mediterraneo per dirigersi infine in Palestina. Il Pentcho, che era un battello esclusivamente fluviale, naufragò nel mare Egeo e i profughi vennero salvati dalla motonave militare italiana “Camogli”, portati a Rodi, dove rimangono per un anno in condizioni disastrose, e da lì trasferiti a Ferramonti grazie all’intervento di Pio XII.

Il 24 marzo 1942, il rabbino capo di Genova, Riccardo Pacifici, visitò il Campo. Durante la sua permanenza celebrò vari matrimoni e altri riti. Il Rabbino Pacifici visitò gli internati altre due volte, il 28 ottobre 1942 e nel luglio del 1943, prima di essere arrestato e deportato ad Auschwitz dove morì. Il campo venne spesso visitato sia da esponenti della DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei), la più importante organizzazione ebraica italiana dedita al supporto degli Ebrei internati, sia dall’ingegnere Israel Kalk di Milano, fondatore dell’organizzazione “Mensa dei bambini”, che portò nel campo di Ferramonti importanti aiuti a sostegno dell’infanzia.

Con l’aumentare del numero degli internati e la presenza di gruppi molto eterogenei per la lingua e orientamento religioso (c’erano ebrei ortodossi e riformati) la comunità ebraica del Campo iniziò ad organizzarsi formando un parlamento interno a rappresentanza dei componenti delle varie baracche. La direzione del Campo sostanzialmente supportò la loro organizzazione interna. Nel Campo vi fu una rilevante attività culturale e sportiva che aiutò a mitigare le estreme difficoltà di vita dovute alla presenza della malaria e alla scarsità di cibo.

Il 1943 fu l’anno più difficile per Ferramonti, ma anche quello che vide la sua liberazione. Tra il settembre e l’ottobre del 1943 passò a pochi metri dal campo l’intera armata tedesca Hermann Göring in ritirata dal sud. Per evitare pericoli, la direzione dispose l’evacuazione del Campo e tutti gli Ebrei che potevano furono fatti scappare nelle campagne circostanti dove vennero ospitati dai contadini del territorio di Tarsia. Per evitare una intrusione nazista e a protezione degli Ebrei rimasti nel campo perchè troppo anziani o malati, venne issata una bandiera gialla all’ingresso del Campo con la presenza del cappuccino Lopinot per spiegare ai tedeschi la presenza di una epidemia di tifo all’interno.

Grazie a questi stratagemmi, Ferramonti rimase indenne da ogni azione da parte delle truppe tedesche. Le uniche morti violente avvenute nel campo derivarono da un mitragliamento da parte di un aereo alleato impegnato in un duello aereo sopra il cielo del Campo alla fine dell’agosto 1943.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre l’autorità italiana abbandonò il Campo e la mattina del 14 settembre 1943 entrarono nel Campo i primi camion inglesi. Da quel momento il campo di Ferramonti di Tarsia ebbe una conduzione ebraica. Il Campo fu ufficialmente chiuso l’11 dicembre 1945.
Nell’ambito della storia della II Guerra Mondiale, il Campo di Ferramonti di Tarsia presenta numerose peculiarità che ne descrivono la sua rilevanza:

Fu l’unico campo appositamente costruito dal Fascismo a seguito delle leggi razziali
Fu il più grande campo di concentramento per Ebrei in Italia
Fu il primo campo di concentramento ad essere liberato durante II guerra mondiale
Dopo la liberazione rimase aperto come campo a conduzione ebraica e fu chiuso dopo la fine della guerra.



Questo libro nasce come un’opera corale di memoria e restituisce al lettore la figura di Markus Babad, ingegnere ebreo internato nel campo di Ferramonti di Tarsia durante la Seconda guerra mondiale, attraverso una ricca raccolta di testimonianze, documenti e materiali d’archivio.

Non si tratta di un’autobiografia tradizionale, ma di un racconto plurale che intreccia le voci dei figli, scritti autobiografici, relazioni ufficiali, lettere, attestati e contributi storici. A guidare questo percorso è anche lo sguardo di Teresina Ciliberti, direttrice del Museo Internazionale della Memoria di Ferramonti di Tarsia, che inquadra la vicenda di Babad nel contesto più ampio della storia del campo e dell’internamento civile in Italia.

Nel campo di Ferramonti, Markus Babad non fu soltanto un internato: grazie alla sua formazione, alla sua autorevolezza morale e alla sua profonda umanità, ricoprì ruoli di responsabilità fondamentali per la vita della comunità, contribuendo all’organizzazione interna, alla gestione dei servizi e alla mediazione tra gli internati e le autorità. La sua figura emerge come esempio di leadership etica, capace di trasformare un luogo di privazione in uno spazio di solidarietà, dignità e resistenza civile.

Questo volume restituisce una storia esemplare, che va oltre la singola biografia per interrogare il lettore sul valore della responsabilità individuale, della memoria e della convivenza. Un libro necessario, che illumina una pagina ancora poco conosciuta della storia italiana ed europea e riafferma il ruolo della testimonianza come atto di giustizia e consapevolezza.

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