«Piove sempre sopra quelli che non hanno ombrello, ma il nostro Michele Albanese, in questo momento in sala operatoria nel Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria per un improvviso malore, supererà anche questa». Così il 17 giugno dell’anno scorso la redazione di GiornalistiItalia si stringeva intorno a Michele Albanese. In quelle ore il giornalista d’inchiesta calabrese iniziava una lotta per la vita, dopo il grave infarto che l’aveva colpito, che si è interrotta questa mattina.
Michele Albanese non è più su questa terra, è volato via questa mattina, a 66 anni. «Il decesso è avvenuto nel reparto di rianimazione dell’ospedale dell’Annunziata di Cosenza» rende noto il Quotidiano del Sud. Il giornalismo perde un suo grandissimo rappresentante, la Calabria e l’intera Italia oggi sono più poveri. Piove su gran parte del BelPaese che fu, pioggia forte e battente in alcuni territori. Saggezza popolare afferma che quando muore una persona buona anche il cielo piange e spalanca le braccia per accoglierle. Era un cronista di razza, un combattente coraggioso e tenace, indomito e puntiglioso, campione di quell’inchiesta giornalistica che è tra i pilastri della difesa della democrazia, della legalità, della società. «Di giornalisti e, soprattutto, di uomini come Michele Albanese ne abbiamo davvero bisogno» scrisse la redazione di GiornalistiItalia qualche ora dopo il primo articolo, quando arrivò la notizia che l’operazione al cuore si era completata positivamente.
«Era un grande giornalista che aveva dedicato la sua vita e la sua professione alla lotta alla ‘ndrangheta. Per questo, da oltre dieci anni, viveva sotto scorta, da quando le famiglie della Piana l’avevano messo nel mirino. Michele non ha mai ceduto di un millimetro e ha probabilmente pagato a caro prezzo lo stress di una vita difficile e faticosissima» ricorda il Quotidiano del Sud. «Quasi nessuno, come lui, in Calabria e in Italia, conosceva il fenomeno della mafia calabrese nei minimi dettagli e si arrabbiava con chiunque cercasse di minimizzarne la portata e la gravità. Con lui, il nostro giornale perde un pilastro e la Calabria un punto di riferimento importantissimo» sottolinea la redazione del giornale su cui ha scritto pagine straordinarie e coraggiose, inchieste indimenticabili.
Enrico Fierro, O Professore del giornalismo e grande amico della Calabria, in prima linea nel documentare e raccontare inchieste che sono state scuole di giornalismo, l’8 agosto 2021 dedicò a Michele Albanese un ritratto sul quotidiano Domani. «Michele Albanese vive sotto protezione da sette anni: la ’ndrangheta progettava un attentato contro di lui. La sua vita non ci racconta solo una storia individuale, ma ci parla di tanto altro. Di cos’è ancora oggi il sud, dell’esistenza di quei piccoli “stati” che si contrappongono allo stato vero. Si chiamano ‘ndrangheta, camorra, Cosa nostra. Ma il dramma non sono solo le minacce. Le querele temerarie rischiano di spazzare via la stampa libera al sud» si legge nel sottotitolo del reportage.
«Cos’è ancora oggi il sud, cosa sa essere questo paradiso che dicono abitato da diavoli, con le sue violenze, l’esistenza di quei piccoli “stati” che si contrappongono allo stato vero – ci racconta la storia di Michele Albanese sottolineò Enrico Fierro – Si chiamano ‘ndrangheta, camorra, Cosa nostra, dominano pezzi di territorio, stabiliscono (proprio come piccoli o grandi governi locali) il rispetto di proprie leggi e regole. Spesso si intrecciano con pezzi della politica e dello stato vero, quello con lo stemma della Repubblica italiana. E in quel momento diventano potentissimi. Potere vero. E come tutti i poteri degni di questo nome, non sopportano di essere osservati, analizzati, raccontati. Insomma, dove comandano loro i giornalisti si devono adeguare. Abbassare la testa. Girare gli occhi da un’altra parte. Far finta di non vedere».
«Quando ti ho chiamato a Natale non riuscivi nemmeno a parlare. Riparata dal telefono piangevo a saperti così, mentre parlavo con la tua grande compagna di vita, Melania – ricorda la giornalista d’inchiesta Amalia De Simone – Michele Albanese sei uno dei più coraggiosi, competenti e seri giornalisti italiani. Hai pagato questo lavoro indomito con una vita blindata. Per anni non sei nemmeno andato al mare per consentire spostamenti almeno a tua moglie e alle tue ragazze meravigliose perché dicevi “loro devono vivere”. A chi pensa che avere la scorta sia uno status simbol gli avrei fatto fare una giornata insieme a te. Pure i tuoi angeli custodi ti amavano. Ci hai spiegato la Calabria, ci hai insegnato la dignità di questa terra. Ho condiviso con te uno dei momenti più importanti della mia vita, perché il presidente Sergio Mattarella ci ha fatto “cavalieri”. Insieme. In una giornata di emozioni, sorrisi e abbracci. Siamo rimasti insieme (per me un onore immenso) ancora in due programmi Rai che raccontano anche le nostre storie di lavoro, “Cose nostre” e “Nuovi eroi”, e durante le riprese al telefono mi dicevi ridendo: io sta cosa delle interviste, dove sono io che devo rispondere, non la so fare. E invece eri il più bravo di tutti, il più vero. C’è un giorno però che ci ha visti ancora e sempre dalla stessa parte, a portare la nostra testimonianza: ti ringrazierò sempre perché fu in quella giornata che anziché celebrare, si pretese di attuare, (si, proprio mettere in atto) la giornata della memoria. É la foto qua sotto. Eravamo a Locri. E inutile dirlo, tu eri il nostro abbraccio, le nostre orecchie, la nostra voce. E sappilo Miché, lo sarai ancora. Lo sarai sempre».





