Sono indietro con le “puntate” relative al referendum, ma ogni giorno succede qualcosa che suscita riflessioni urgenti.
Ora è il turno dello scandalo nazionale per le parole di Nicola Gratteri. La democrazia è in pericolo! E non perché è appena stato approvato un Decreto Sicurezza vergognosamente incostituzionale, ma perché… Nicola Gratteri dice cose opinabili.
La cosa, benché assurda, merita un commento, perché contiene dei paradossi su cui è importante riflettere.
Il primo riguarda il fatto che la politica ha deciso di affidare una riforma costituzionale epocale a un referendum nel quale la quasi totalità dei votanti non ha la minima idea di cosa esattamente sta votando: sia perché si tratta di questioni ordinamentali note solo a chi è moltissimo addentro alla materia e alle reali dinamiche del potere, sia perché una parte decisiva della riforma sarà fatta con le norme di attuazione che nessuno conosce.
Quindi la propaganda elettorale non tratta la verità delle questioni, ma è interamente fondata su suggestioni a dir poco vergognose: giudici e pm travestiti da gatti e avvocati da topi; giudici che baciano manifestanti; indignazioni relative a cose che con la riforma non c’entrano niente (“Il Governo respinge i migranti, ma le toghe rosse li accolgono”); politicizzazione degli schieramenti; e tanto altro.
E poi elenchi di “star” che votano sì o no. Vota così, perché Tizio, luminare del diritto, e Caio, magistrato fantastico, e Filano, magistrato… morto, e Martino, cantante, e Mevio, poeta, votano così!
Ancora: i propagandisti invitano a votare sì o no perché Tizio o Caio hanno detto questa o quella cosa, perché Tizio o Caio sono brutti o cattivi. Insomma, dobbiamo dirlo francamente: una propaganda elettorale disonesta da entrambe le parti.
Fino a Nicola Gratteri che dice una cosa opinabile (perché le sue parole sono un po’ un “ibis redibis non morieris in bello”), ma tutti dicono che ha insultato la gente e, quindi… è cattivo? No. E quindi… bisogna votare sì!
Siccome uno che fa propaganda per il no è brutto e cattivo, allora… bisogna votare sì! Davvero è la notte della ragione.
Ma non è questo il paradosso più grave. Per illustrarlo, serve una premessa su Nicola Gratteri.
Nicola è mio collega di concorso. Lo conosco da quando siamo entrati insieme in magistratura. È un uomo “semplice”. Non è un pensatore raffinato. Non è un filosofo. Non è un accademico. È un “lavoratore”! Ma un lavoratore enorme.
Nicola da sempre lavora dalla mattina alla sera. E lo fa rischiando la vita con una delle mafie più “cattive”. Lo Stato è decisamente in debito con lui per l’abnegazione con cui si è sempre speso e, a quasi 68 anni, si spende ancora.
Ma la cosa più sorprendente e paradossale è che tutti questi che urlano disprezzo nei suoi confronti e che sostengono che, a causa sua, bisogna votare “sì”, non si rendono conto (o fanno finta di non rendersi conto) che lui è proprio il pubblico ministero che vogliono.
Nicola è stato sempre e solo pubblico ministero (quindi, è sempre stato “separato”) e fa il pubblico ministero come tutti vedono che lo fa. Ebbene: questo è il pubblico ministero separato che tutti i fautori del sì sognano. Anche se non esattamente.
Perché Nicola è un assoluto galantuomo. Dunque, è il pubblico ministero separato “per bene”. Nicola non cerca gloria e non si è mai venduto per la carriera. Non ha mai chiesto né fatto favori.
Alla fine lo hanno fatto Procuratore, perché proprio non ne potevano fare a meno e perché – altro paradosso – la destra “securitaria” che dice di volere una magistratura manettara con la criminalità comune non gli poteva votare contro.
Ma i futuri pubblici ministeri “separati” non saranno come lui. Saranno molto peggiori. Saranno chiusi nella loro carriera, non potendo “chiedere un trasferimento”, e aderiranno al modello che è stato disegnato per loro.
Saranno quelli con la “vocazione di accusatori” di cui ha insensatamente parlato il vicepresidente emerito della Consulta Giulio Prosperetti (su Il Foglio del 29.1.2026). E non saranno tutti così tanto “per bene” come Nicola (questo non in quanto “pubblici ministeri separati”, ma in quanto italiani comuni: Nicola non è un “italiano comune”).
Mi viene da suggerire ai fautori del sì che contestano Gratteri di riflettere sul noto motto: “God, protect me from what I want”, “Dio, proteggimi da ciò che desidero”.
P.S. – Io e alcuni altri pensiamo che, non solo non si dovrebbero fare separazione delle carriere / separare le carriere, ma si dovrebbe impedire di fare i pubblici ministeri a vita.
Si dovrebbe disporre che non si può fare il pubblico ministero senza avere fatto prima, per almeno quattro anni, il giudice e si dovrebbe disporre che, dopo un certo numero di anni da pubblico ministero, si deve tornare a fare il giudice.
Per chi non lo sa, è già previsto che i magistrati non possono stare più di dieci anni nello stesso ufficio, per evitare un sacco di cose brutte. Ma questa regola, paradossalmente, non vale per i pubblici ministeri.




