Il confronto tra Nicola Gratteri e Carlo Nordio non è soltanto l’ennesimo scontro tra toghe e politica. È qualcosa di più profondo, di più strutturale. È la rappresentazione plastica di una frattura che attraversa da anni il Paese, il rapporto irrisolto tra giustizia e potere, tra autonomia della magistratura ed indirizzo politico, tra esigenza di riforma e rischio di delegittimazione.
E arriva in un momento che non è neutro, a poche settimane dal referendum sulla giustizia di marzo.
Non è un dettaglio. È il contesto.
Da una parte c’è Gratteri, magistrato simbolo della lotta alla ’ndrangheta, voce spesso netta, talvolta spigolosa ma sempre coerente con una visione: la giustizia come presidio irrinunciabile contro criminalità organizzata e corruzione. Dall’altra Nordio, ex magistrato diventato ministro, convinto che il sistema giudiziario abbia bisogno di una profonda revisione, che la separazione delle carriere sia una garanzia e non un attacco, che l’assetto attuale presenti squilibri.
Lo scontro nasce su riforme, intercettazioni, separazione delle funzioni, limiti all’azione penale. Ma si alimenta soprattutto sul terreno simbolico.
Quando un magistrato in servizio critica apertamente le riforme del governo, parte della politica parla di invasione di campo. Quando il governo propone modifiche strutturali, parte della magistratura parla di attacco all’autonomia. È un copione già visto. Eppure, ogni volta, ci riguarda.
Perché non è una lite tra addetti ai lavori. È una questione di equilibrio democratico.
In Italia la giustizia è sempre stata terreno sensibile. Dalla stagione di Mani Pulite in poi, il rapporto tra politica e magistratura è diventato una linea di frattura permanente. Ogni riforma viene letta come regolamento di conti. Ogni indagine che tocca la politica viene interpretata come scontro istituzionale.
Il rischio, oggi, è che anche il referendum venga trascinato dentro questa dinamica di tifoserie, slogan, contrapposizioni ideologiche.
E invece il punto dovrebbe essere un altro.
Non si vota per Gratteri o contro Nordio. Non si vota per difendere la magistratura o per “metterla in riga”. Si vota su un modello di giustizia. Su un’idea di equilibrio tra poteri.
Il referendum sulla giustizia di marzo non è un passaggio tecnico. È un momento in cui i cittadini sono chiamati a pronunciarsi su questioni che di solito restano confinate nelle aule parlamentari o nei convegni giuridici.
Separazione delle carriere, responsabilità dei magistrati, criteri di valutazione, assetto del CSM, temi complessi, certo. Ma decisivi.
La tentazione, soprattutto dopo settimane di polemiche, è quella di semplificare. Sì o no alla magistratura, sì o no al governo. È la scorciatoia più pericolosa.
Perché quando la giustizia diventa terreno di scontro politico permanente, a perdere non è una parte, è la credibilità del sistema nel suo complesso.
Gratteri teme un indebolimento dell’azione penale, una compressione degli strumenti investigativi, un segnale di arretramento nella lotta alla criminalità organizzata. Nordio parla di garanzie, di riequilibrio, di fine di un sistema che a suo dire concentra troppo potere nelle mani dell’accusa.
Sono due visioni diverse del medesimo problema, come garantire giustizia senza trasformarla in potere incontrollato? Come assicurare garanzie senza paralizzare le indagini?
La domanda vera non è chi abbia ragione in assoluto. È se il sistema attuale sia perfetto — e non lo è — e se le riforme proposte migliorino davvero l’equilibrio o lo spostino troppo da una parte.
Il referendum serve esattamente a questo: a spingere i cittadini a interrogarsi sul meri
C’è un altro elemento, più silenzioso ma decisivo: la partecipazione.
Negli ultimi anni, i referendum hanno spesso sofferto di scarsa affluenza. Eppure, mai come su questi temi l’astensione rischia di essere una resa. Non una neutralità.
Se la giustizia è uno dei pilastri dello Stato, allora lasciare che siano solo gli addetti ai lavori a decidere il suo assetto significa rinunciare a una responsabilità collettiva.
La democrazia non si misura solo nei grandi scontri televisivi o nelle dichiarazioni pungenti. Si misura nella consapevolezza di chi vota.
Lo scontro tra Gratteri e Nordio può essere letto in due modi. Come l’ennesima prova di un sistema incapace di dialogare. Oppure come il segnale che il tema è vivo, che le istituzioni discutono, che le posizioni sono nette perché la posta in gioco è alta.
Sta a noi decidere quale lettura dare.
In un editoriale avevo già ricordato l’importanza del voto. Oggi quella riflessione torna con maggiore forza. Perché quando la giustizia diventa oggetto di un conflitto aperto tra chi la applica e chi la riforma, il rischio è che il cittadino si senta spettatore.
E invece è protagonista.
Il punto finale non è difendere una corporazione né sostenere una riforma per appartenenza politica. Il punto è chiedersi quale giustizia vogliamo.
Una giustizia lenta, percepita come distante, talvolta opaca nei meccanismi interni, ma forte nella sua autonomia?
O una giustizia riformata, più separata nei ruoli, con nuovi equilibri, ma con il rischio — secondo alcuni — di ridurre la forza dell’azione penale?
Le risposte non sono semplici. E forse non sono nemmeno definitive.
Ma il referendum non è un sondaggio d’opinione su Gratteri o Nordio. È un passaggio costituzionale. È un atto di partecipazione. È un momento in cui il cittadino può — e deve — farsi un’idea autonoma, informata, non urlata.
In un Paese in cui la giustizia è stata spesso campo di battaglia, scegliere di partecipare è già un segnale. Informarsi è un atto politico nel senso più alto del termine. Non di parte, ma di responsabilità.
Le polemiche passeranno. I nomi cambieranno. I governi si alterneranno. Ma l’assetto della giustizia resta.
E forse, al di là delle dichiarazioni pungenti e delle schermaglie istituzionali, è proprio questo il cuore della questione, ricordarci che la democrazia non è fatta solo di chi governa o di chi giudica, ma anche — e soprattutto — di chi vota.
A marzo non si sceglie tra Gratteri e Nordio.
Si sceglie che idea abbiamo della giustizia.
E, in fondo, che idea abbiamo dello Stato.




