Nelle tragedie c’è un momento in cui il rumore si spegne.
Dopo le sirene, dopo il crepitare del fuoco, dopo il fumo che graffia la gola e gli occhi, resta un silenzio irreale. È in quel silenzio che si capisce davvero cosa abbiamo perso.
L’incendio che ha devastato il Teatro Sannazaro non è solo un fatto di cronaca. È una ferita aperta nel cuore di Napoli, una città che vive di contraddizioni ma respira cultura come fosse ossigeno.
All’alba, una colonna di fumo ha squarciato il cielo sopra Chiaia. In pochi minuti, ciò che per quasi due secoli aveva custodito applausi, voci, sogni e memorie è stato avvolto dalle fiamme. La cupola crollata, la platea devastata, il legno antico divorato dal fuoco.
Immagini che fanno male anche a chi quel teatro lo aveva visto solo una volta, magari da ragazza, con il cuore pieno di aspettative.
Perché il Teatro Sannazaro non era soltanto un edificio elegante, una “bomboniera” ottocentesca incastonata tra le strade del centro. Era un luogo dell’anima.
Lì dentro non si andava solo a vedere uno spettacolo. Si andava a sentirsi parte di qualcosa. Si entrava con il brusio della città ancora addosso e si usciva con una frase che restava dentro per giorni.
Su quel palco sono passati giganti del teatro italiano, da Eduardo Scarpetta a Eduardo De Filippo. Generazioni di artisti hanno respirato quell’aria densa di storia. E generazioni di spettatori hanno imparato, lì dentro, che il teatro non è finzione, è verità detta ad alta voce.
Quando un luogo così brucia, non perdiamo solo muri e stucchi. Perdiamo un pezzo della nostra continuità.
Perdiamo il filo invisibile che unisce chi c’era ieri a chi verrà domani.
Le prime ricostruzioni parlano di un incendio partito da un edificio vicino e propagatosi rapidamente. I residenti evacuati, il fumo denso che rendeva l’aria irrespirabile, la paura negli occhi di chi si è affacciato alla finestra trovando il cielo annerito. E poi i vigili del fuoco, instancabili, a combattere contro le fiamme per ore. Nessuna vittima grave, per fortuna. Ma il danno al cuore della città è profondo.
La direttrice artistica, Lara Sansone, è arrivata davanti a ciò che restava della sua casa teatrale con lo sguardo di chi ha visto crollare un mondo. Perché per chi vive il teatro, quello non è un lavoro, è una vocazione. È una famiglia allargata fatta di attori, tecnici, spettatori affezionati che tornano stagione dopo stagione.
Il sindaco Gaetano Manfredi ha parlato di una ferita alla cultura della città e ha promesso impegno per la ricostruzione. Le istituzioni hanno assicurato sostegno. Le parole, in queste ore, sono necessarie. Ma non bastano.
Serve qualcosa di più profondo. Serve la consapevolezza che la cultura non è un ornamento. Non è un lusso. È identità.
Un teatro è uno spazio fragile. Vive di legno, velluto, carta, luce. Vive di materia delicata. Eppure è uno dei luoghi più potenti che esistano. Perché lì dentro si forma il pensiero critico, si coltiva l’empatia, si impara a guardare il mondo con occhi diversi.
Napoli è una città che sa cosa significa cadere e rialzarsi. Lo ha fatto mille volte. Lo ha fatto dopo guerre, terremoti, crisi economiche. Lo ha fatto anche attraverso l’arte. Non è la prima volta che un teatro italiano viene distrutto dalle fiamme. È successo al Teatro La Fenice di Venezia, è successo al Teatro Petruzzelli di Bari. Ed ogni volta sembrava la fine di un’epoca. E ogni volta, dalle macerie, è nata una nuova luce.
La ricostruzione non è solo un atto edilizio. È un atto morale. È dire a voce alta: la nostra memoria non si cancella. La nostra arte non si spegne.
Il Teatro Sannazaro tornerà. Deve tornare. Non solo perché è un bene storico ma perché è un simbolo. E i simboli hanno il potere di unire.
In queste ore, mentre guardiamo le immagini delle macerie, dovremmo farci una domanda più grande: quanto proteggiamo davvero ciò che ci rende comunità? Quanto investiamo nella cultura prima che diventi emergenza? Quanto la difendiamo quando non fa notizia?
Un teatro non è fatto solo di spettacoli. È fatto di bambini che per la prima volta vedono un sipario aprirsi. Di attori che tremano dietro le quinte. Di anziani che ritrovano in una battuta una parte della propria giovinezza. È fatto di applausi che scaldano le mani e il cuore.
Il fuoco ha distrutto legno e mura. Ma non può bruciare ciò che il Teatro Sannazaro ha seminato in quasi due secoli di storia. Non può bruciare le emozioni provate, le parole ascoltate, le lacrime versate in platea.
C’è una frase che spesso si dice a teatro: “Lo spettacolo deve continuare.”
Oggi quella frase non è retorica. È una promessa.
Napoli ha perso un pezzo della sua casa culturale. Ma non ha perso la sua anima.
E se c’è una cosa che questa città sa fare, è trasformare il dolore in canto, la ferita in racconto, la cenere in rinascita.
Il Teatro Sannazaro tornerà a brillare. E quando il sipario si riaprirà, perché si riaprirà, l’applauso non sarà soltanto per uno spettacolo.
Sarà per la memoria, per la resistenza, per l’amore.
Sarà per ricordarci che la cultura può tremare ma non crolla mai davvero finché qualcuno è disposto a difenderla.




