IL CORAGGIO DI DIRE NO. A Torino, davanti alla morte di Domenico Belfiore – indicato come esponente di ’ndrangheta e detenuto all’ergastolo – il “no” dello Stato è arrivato: niente esequie pubbliche, niente funerale in chiesa, niente corteo e sepoltura privata. Una decisione opportuna. La liturgia del potere criminale è stata spenta.
A Petilia Policastro (Crotone), invece, lo Stato tre anni fa ha fatto l’opposto: manifesti funebri, sceneggiate indegne, palloncini bianchi, striscioni di accoglienza per la salma del suicida (?), magliette bianche con frasi dedicate all’ergastolano.
Un funerale “alla luce del sole”, un parata pubblica per il controllo del territorio?
Non sono mancate, oltre ai manifesti funebri istituzionali, le condoglianze private (presso l’abitazione del defunto) e le presenza di personaggi istituzionali del luogo.
Dopo un nostro articolo registrammo anche le dimissioni di una assessora. Ma non fu l’unica a presentarsi sul palcoscenico dell’orrore.
E mentre parte della comunità e delle istituzioni partecipava a quella indegna rappresentazione di potere, chi faceva giornalismo veniva insultato, additato, minacciato dai parenti dell’ergastolano Rosario Curcio, morto in carcere (ufficialmente suicidio, ma resta il nostro lecito dubbio sulla sua fine).
Lo ricordiamo, presso il Tribunale di Isernia è partito un processo penale dopo le minacce ricevute.


Curcio, nome legato alla storia criminale che ha portato all’omicidio di Lea Garofalo (Milano, 24 novembre 2009): la fimmina calabrese che ha pagato con la vita il coraggio di rompere il silenzio.
A Torino, quel divieto, ha spento i microfoni e i riflettori alla platea criminale. Lo Stato, per il boss calabrese, ha dimostrato che l’ordine pubblico non è solo evitare disordini ma è anche evitare che un luogo (o una chiesa) diventi scenografia del potere mafioso.
Nel funerale calabrese abbiamo raccolto solo silenzi indegni, risposte vergognose e scaricabarili istituzionali.
Petilia ha offerto il palco. Hanno provato a coprire tutto con note, spiegazioni, “non sapevamo”, “non eravamo stati informati”, “non era nostra competenza”, “è una prassi”. Vergognatevi, a testa bassa.
La prima responsabilità è stata politica: l’Amministrazione di Petilia Policastro sui manifesti funebri.
“Non ci siamo accorti”, “Una regola valida per tutti i defunti”: ma non tutti i morti sono uguali. E poi quei manifesti potevano essere strappati qualche ora dopo il clamore. Ma sono rimasti affissi per diversi giorni.
Un Comune, soprattutto in quei territori, è un simbolo.
E quando un’Istituzione locale “omaggia” un ergastolano vicino alla famiglia Cosco (anche solo per un discutibile automatismo) sta normalizzando l’orrore. La morte, lo ribadiamo, non può essere “uguale per tutti”. Non lo è mai quando in mezzo c’è la mafia calabrese, la schifosa ‘ndrangheta.
Seconda responsabilità: la Questura di Crotone.
Non stiamo parlando di una messa domenicale ma di un funerale che si è trasformato in una passerella indegna, con vergognosi omaggi inopportuni a un soggetto rientrato some “figliol prodigo” ma con una macchia indelebile.
Con il timbro della sentenza di Cassazione: “La sua partecipazione nella fase ultima del progetto è provata dai tabulati telefonici, dalle dichiarazioni di Venturino (in sua compagnia si reca a Cormano per incontrare Crivaro) e da quelle di Floreale (la consegna delle chiavi del box e la restituzione di quelle dell’appartamento di piazza Prealpi).
Dagli altri imputati viene indicato come compartecipe all’attività delittuosa successiva all’omicidio.
Curcio, addirittura avvisato dalla sua ragazza con un SMS (“Fai quello che vuoi, stacci ancora un po’ così ti arrestano a me lì dentro non puoi vedermi”), non riesce e non vuole cambiare il suo destino. È, ormai, troppo compromesso con la famiglia Cosco. Si tira indietro, come Venturino, per Campobasso, ma a Milano viene risucchiato nel vortice infernale. Consapevolmente.
È lui che si attiva in diverse circostanze per avvantaggiare le azioni criminali, partecipa anche alla riunione preparatoria per decidere le modalità esecutive del progetto criminoso. «È fin troppo palese che l’esclusione di Curcio – così come di qualunque altro concorrente – è funzionale alla tesi del “raptus”, proposta da Carlo Cosco in dibattimento. Quanto a Venturino, la sua versione è talmente illogica ed incoerente da apparire insostenibile. Non si comprende, invero, perché mai Curcio, dopo aver prestato il proprio consenso, a distanza di pochi minuti avrebbe cambiato idea, cercando addirittura di indurre lo stesso Venturino a desistere». Il giudizio di colpevolezza della prima Corte viene confermato”.
Terza responsabilità: la Prefettura di Crotone.
Non sapevano nulla, nemmeno del rientro della salma dell’ergastolano. Difficile crederci. E’ devastante il messaggio che un ergastolano venga accolto con un rito pubblico, con l’applauso, con i palloncini, con le presenze di uomini delle Istituzioni.
Il caso Belfiore riaccende il dibattito smorzato sul nascere. Ci sono voluti tre anni per la risposta all’interrogazione parlamentare sui fatti petilini. Il caso Curcio resta una ferita aperta e sanguinante, mostra un’Italia sbagliata: quella in cui le istituzioni si rifugiano nell’opportunistico e facile “non sapevo”. Per chiudere la partita polemica, sollevata sin dall’inizio e proseguita – in solitudine – dal nostro giornale.
Quarta responsabilità: la Chiesa
Il funerale è stato svolto, alla faccia delle scomuniche mafiose di due Papi.
Nessuno ha risposto alle nostre domande, nessuno ha voluto spiegare una decisione che offende i vere credenti. La bara che ruota tre volte davanti alla Chiesa locale (come è possibile vedere nel video) è uno schiaffo in faccia a tutti coloro che continuano a credere nella sconfitta di questi schifosi criminali.
Le nostre domande
Se a Torino si può vietare un funerale pubblico per ragioni di sicurezza e ordine pubblico, perché a Petilia Policastro quello spettacolo è stato consentito? Chi non ha fatto ciò che doveva?
Perché questo Paese si limita a indignarsi a giorni alterni?
La memoria di Lea Garofalo merita uno Stato che non fa il notaio del potere mafioso. Per la verità, ancora oggi, la fimmina calabrese rientra tra i collaboratori di giustizia. Ed era una semplice testimone di giustizia. Il peccato originale commesso da uno Stato poco attento.
Dov’è lo Stato?
Dov’è quando un funerale diventa un “comizio” di potere?
Dov’è quando chi racconta viene insultato e minacciato e l’istituzione risponde con offese e con inutili parole: “non sapevamo”, “non era di nostra competenza”, “non eravamo stati informati”?
La storia di Lea Garofalo non è finita.
Non è finita perchè i Cosco stanno uscendo dalle patrie galere. Non è finita finché Carlo Cosco torna sul territorio. Non è finita finché a Vito Cosco vengono concessi permessi.
Tenetelo a mente: queste bestie (con tutto il rispetto per i nobili animali), condannate all’ergastolo, usciranno tra pochi anni. Ecco la certezza della pena per le schifose mafie.
La bestia Carlo Cosco, mafioso-assassino-ergastolano, è nuovamente rientrata al paesello

Tre anni dopo, una risposta che lava tutto? Il caso dei manifesti per Rosario Curcio





