Il referendum costituzionale entra nel vivo e lo scontro si fa sempre più netto. Nella ventiduesima puntata di “30 minuti con…”, il format di WordNews.it, il confronto tra il magistrato Simone Pietro Di Giacomo, schierato per il No, e la magistrata di sorveglianza Monica Marchionni, sostenitrice del Sì, ha acceso il dibattito su uno dei passaggi più delicati per il futuro della giustizia italiana.
In studio è andato in scena un faccia a faccia vero, serrato su temi che toccano il cuore dell’ordinamento: separazione delle carriere, riforma del Csm, Alta Corte disciplinare, correnti, sorteggio, autonomia della magistratura e interferenze della politica.
Il punto è uno soltanto: questa riforma serve davvero ai cittadini oppure rischia di cambiare gli equilibri della giustizia senza risolverne i problemi reali?
Di Giacomo: “Così la magistratura finisce sotto la politica”
Per Simone Pietro Di Giacomo, il cuore della riforma non è affatto la sola separazione delle carriere. Il nodo, secondo il magistrato, sta molto più in profondità. A suo giudizio, il vero pericolo è rappresentato dalla nuova architettura del Consiglio superiore della magistratura e dall’Alta Corte disciplinare, strumenti che finirebbero per esporre la magistratura a un controllo politico indiretto ma pesantissimo.
Di Giacomo ha contestato con forza l’idea che la separazione delle carriere garantisca di per sé maggiore equilibrio tra accusa e giudice.
Ha sostenuto che i dati sulle assoluzioni e sui proscioglimenti smentirebbero la tesi di una vicinanza automatica tra giudice e pubblico ministero e ha insistito sul fatto che il vero problema, semmai, riguarda il funzionamento delle indagini preliminari, che però questa riforma non cambierebbe.
Secondo il magistrato, la questione più delicata riguarda il sorteggio per la composizione dei nuovi Csm. Lo ha definito un sistema “fasullo”, sostenendo che verrebbero estratti a sorte i magistrati, mentre la componente laica resterebbe di fatto nelle mani della politica attraverso un meccanismo solo formalmente casuale. Il risultato, nella sua lettura, sarebbe un Csm più debole sul versante togato e più permeabile sul versante politico.
Di Giacomo ha insistito sul rischio che il pubblico ministero, in caso di procedimento disciplinare, possa trovarsi giudicato da collegi con una presenza politica dominante. È questo, per il fronte del No, il punto più esplosivo della riforma: un PM che indaga su poteri forti o su esponenti istituzionali potrebbe ritrovarsi, domani, a lavorare sotto la pressione di chi sa di poter incidere sulla sua sorte disciplinare.
Marchionni: “Serve una magistratura libera dalle correnti”
Di segno opposto la posizione di Monica Marchionni, che ha rivendicato la necessità della riforma come passaggio ormai non più rinviabile. Anche per lei la separazione delle carriere non è il solo tema in campo, ma rappresenta comunque un tassello di chiarezza ordinamentale. A suo giudizio, l’obiettivo vero è un altro: spezzare il potere delle correnti e rendere la magistratura più libera, più responsabile e meno condizionata da logiche interne.
Marchionni ha ricordato come già la riforma Cartabia abbia inciso sulla separazione delle funzioni, ma ha sostenuto che ora serva un passaggio ulteriore. Nella sua impostazione, un giudice deve essere non solo imparziale sul piano personale, ma anche terzo sul piano strutturale.
E questa terzietà, ha spiegato, deve essere garantita dall’ordinamento, non affidata soltanto alle qualità individuali.
Per la magistrata di sorveglianza, il sorteggio non sarebbe una truffa ma un colpo deciso contro il sistema delle appartenenze. Anzi, proprio il sorteggio, secondo la sostenitrice del Sì, finirebbe per svuotare il potere correntizio, perché toglierebbe alla magistratura organizzata il controllo delle nomine e delle carriere. Nella sua lettura, il problema non è avere organi più “rappresentativi”, ma avere organi più indipendenti dalle reti di scambio e protezione.
Marchionni ha anche difeso l’idea dell’Alta Corte disciplinare come strumento per rendere i magistrati più responsabili. Ha contestato la narrazione di una magistratura già pienamente capace di autoriformarsi e ha richiamato la necessità di un cambio netto dopo le degenerazioni emerse negli ultimi anni.

Il vero scontro: giustizia per i cittadini o resa dei conti dentro la magistratura?
Il passaggio più politico del confronto è arrivato quando il dibattito si è spostato dalla tecnica alla sostanza. Questa riforma risolve i problemi della giustizia italiana?
Di Giacomo ha risposto che la riforma non aiuta i cittadini e che anzi rischia di danneggiarli, perché una magistratura meno autonoma è una magistratura meno libera di indagare sui poteri. Marchionni, invece, ha sostenuto che proprio liberare la magistratura dai condizionamenti interni produrrebbe benefici per i cittadini, a partire da nomine più meritocratiche e da una macchina giudiziaria meno avvelenata dai blocchi di potere.
Correnti, sorteggio e Csm: il nodo che divide davvero
Uno dei momenti più tesi della puntata è stato quello dedicato alle correnti. Qui il confronto si è fatto quasi simbolico. Marchionni ha sostenuto che le correnti, nate come luoghi di elaborazione culturale, si siano trasformate nel tempo in centri di potere e che il sorteggio sia l’unico modo per spezzarne il peso reale. Di Giacomo ha replicato che le correnti, pur con tutte le loro degenerazioni, garantiscono pluralismo e rappresentanza e che abolirne il ruolo significherebbe consegnare il sistema a figure casuali, più deboli e più esposte.
Un confronto duro che fotografa il clima del referendum
La puntata di “30 minuti con…” ha mostrato con chiarezza anche un altro dato: il clima attorno al referendum costituzionale è sempre più teso.
Le posizioni si stanno radicalizzando, il linguaggio si irrigidisce, le accuse reciproche si fanno più pesanti. Eppure, proprio per questo, confronti del genere restano indispensabili. Perché al di là delle appartenenze, degli schieramenti e delle parole d’ordine, c’è un’esigenza che resta intatta: mettere i cittadini nelle condizioni di capire cosa si sta votando davvero.
Non slogan, ma contenuti. Non tifoserie, ma argomenti.
Il referendum sulla giustizia non è un dettaglio per addetti ai lavori. Riguarda il volto futuro della democrazia, il rapporto tra politica e magistratura, il confine tra autonomia e controllo, tra garanzia e potere.
Il resto lo decideranno le urne.
Ma intanto il confronto è aperto. E brucia.






