Nel pomeriggio del 24 marzo 1944 i Nazisti iniziano a fucilare centinaia di italiani in una serie di gallerie sotterranee abbandonate lungo la via Ardeatina.
L’azione avviene ad appena 24 ore dall’attentato che un gruppo di gappisti ha compiuto in via Rasella, a Roma, contro un reparto di altoatesini in servizio di polizia per la Wehrmacht, che occupa la Città Eterna.
Vengono trucidati 335 persone, 5 uomini in più del numero previsto di 330.
I quotidiani romani riportano il comunicato nella loro edizione di mezzogiorno del 25 marzo; Mussolini discute telefonicamente con il ministro Buffarini Guidi riguardo al tragico eccidio apparendo soprattutto preoccupato per la possibile reazione della popolazione di Roma e giustificando la rappresaglia: ai tedeschi “non si può rimproverare nulla…la rappresaglia è legale, è sanzionata dai diritti internazionali”. Una dichiarazione falsa in palese violazione del diritto internazionale. Comportamento quanto mai attuale nel costume dei sovranisti. Il Duce sa bene che la convenzione dell’Aia del 1907 proibisce la rappresaglia, mentre la Convenzione di Ginevra del 1929, relativa al Trattamento dei prigionieri di guerra, fa esplicito divieto di atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra nell’Articolo 2. L’argomento rappresaglia era contemplato nei codici di diritto bellico nazionali, in cui si faceva riferimento ai criteri della proporzionalità rispetto all’entità dell’offesa subita, della selezione degli ostaggi (non indiscriminata) e della salvaguardia delle popolazioni civili, ma nel caso dell’eccidio delle Fosse Ardeatine alcuni di questi aspetti furono violati: nella selezione degli ostaggi, poiché si procedette alla fucilazione anche di personale sanitario, infermi e malati, inoltre non risulta che sia stata eseguita da parte tedesca alcuna seria indagine per appurare l’identità dei responsabili dell’attacco, né si attesero le 24 ore di consuetudine affinché gli stessi si consegnassero spontaneamente.
Dopo la fine della guerra le autorità alleate processarono alcuni dei responsabili dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine.
Nel 1945 un tribunale inglese processò il Generale von Mackensen e il Generale Mälzer per la parte avuta nel massacro e li condannò a morte; entrambi fecero appello per ridurre la pena e vinsero. Von Mackensen venne rilasciato nel 1952, Mälzer invece morì in prigione quello stesso anno. Nel 1947 un tribunale britannico riunito a Venezia condannò a morte il Maresciallo Kesselring sia per l’eccidio, sia per aver incoraggiato l’uccisione di civili. Nel 1952, tuttavia, Kesselring fu graziato e rientrò nella Repubblica Federale Tedesca, dove morì per un attacco cardiaco nel 1960.
Nel 1948 un tribunale militare italiano condannò anche Herbert Kappler all’ergastolo per il ruolo avuto nell’eccidio: la condanna riguardò i 15 giustiziati non compresi nell’ordine di rappresaglia datogli per vie gerarchiche. Colpito da un tumore inguaribile, con l’aiuto della moglie riuscì ad evadere dall’Ospedale Militare del Celio, il 15 agosto 1977, e a rifugiarsi in Germania, ove le autorità dell’allora Repubblica Federale Tedesca si rifiutarono di estradarlo a causa della sua salute; morì pochi mesi dopo, il 9 febbraio 1978.
Erich Priebke trascorse i mesi immediatamente successivi alla fine della guerra prigioniero degli Inglesi, ma riuscì poi a fuggire e a rifugiarsi in Argentina, dove visse per quasi cinquant’anni da uomo libero. Nel 1994, durante un’intervista con il giornalista dell’ABC, Sam Donaldson, Priebke parlò apertamente del proprio coinvolgimento nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, dimostrando scarso rimorso per le proprie azioni: la trasmissione diede nuovo impeto all’azione di alcuni funzionari, sia in Argentina che in Italia, affinché il caso contro di lui e contro il suo collega e ufficiale delle SS Karl Hass venisse riaperto. Nel 1995 le autorità giudiziarie italiane e tedesche collaborarono per facilitare l’estradizione di Priebke in Italia. Nonostante alcune udienze preliminari avessero giudicato il reato prescritto, Priebke e Hass vennero alla fine processati in Italia, nel 1997. Il tribunale italiano condannò entrambi, Priebke a quindici anni e Hass a dieci, ma a causa degli anni già trascorsi in prigione, Hass venne liberato subito e la condanna a Priebke fu ridotta. A seguito delle proteste delle associazioni dei parenti delle vittime e della comunità ebraica di Roma si andò al secondo grado di giudizio: la Corte d’Appello Militare italiana iniziò un nuovo processo nel 1998, al termine del quale Priebke venne condannato all’ergastolo. Quindici anni più tardi, l’11 ottobre del 2013, mentre stava scontando la pena aglo arresti domiciliari, Priebke morì.
Perché rievoco oggi questa mostruosa pagina di storia? Non solo per esprimere, attraverso il rispolvero della memoria storica, la mia condanna verso gli esecutori e verso quanti ancora oggi si lanciano in abominevoli tentativi di esumazione celebrativa di velleitarie positività del fascismo ma anche perché a 82 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, sette vittime risultano ancora prive di identità e ritengo sia meritorio l’impegno dell’antropologa forense Elena Pilli , docente dell’Università di Firenze coinvolta come esperta anche in casi giudiziari mediaticamente rilevanti, nell’avviare una nuova fase di ricerca con l’obiettivo di completare il percorso identificativo attraverso il coinvolgimento dei familiari.
Nel sacrario che contiene i corpi dei 335 civili e militari uccisi nella strage perpetrata a Roma nel 1944 dalle truppe di occupazione tedesche, dodici tombe fino a pochi anni fa portavano la scritta “Ignoto”.
Il tentativo – di alto valore storico, scientifico e civile – di ridare un nome alle vittime non identificate è un lavoro che da sedici anni conduce Elena Pilli (in foto) con il suo gruppo di ricerca dell’Università di Firenze.

Attraverso un approccio interdisciplinare che integra l’antropologia forense – attraverso l’estrazione e la caratterizzazione molecolare del DNA degradato – e la ricerca storico-documentale, in collaborazione con il RIS dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione di Roma, la Comunità Ebraica di Roma, l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, tutti i partner del progetto Virtual Biographical Archive (ViBiA – archivio digitale biografico delle vittime della strage) e le rappresentanze delle famiglie delle vittime (ANFIM), dal 2010 a oggi sono state identificate, in momenti diversi, cinque delle dodici vittime inizialmente ignote.
Il progetto entra ora in una nuova fase operativa e per questo sostengo la prof. Elena Pilli nell’ appello da lei lanciato per identificare le ultime sette vittime ancora ignote della strage: “Per proseguire il percorso di memoria pubblica e giustizia storica che negli ultimi anni si è arricchito anche grazie al contributo della storica Alessia Glielmi e della documentarista Michela Micocci riteniamo oggi necessario affiancare alla ricerca scientifica il contributo delle famiglie, sia fornendo informazioni utili alla ricostruzione delle linee genealogiche sia attraverso la donazione volontaria di un campione biologico.
Se la guerra, con il suo carico di orrore, mira a distruggere e cancellare, l’impegno di restituire un nome, un’identità e una storia alle vittime ancora senza nome rappresenta una delle azioni più importanti per riaffermare le ragioni della vita, di ogni vita, che non può essere dimenticata”.
Il contributo delle famiglie è, dunque, essenziale per rendere possibile il confronto genetico e completare il processo identificativo.
L’appello è rivolto a tutti i familiari delle vittime, ma anche a chi, sulla base di ricordi familiari o informazioni documentali, ritenga che un proprio congiunto possa essere stato tra le vittime dell’eccidio.
Per informazioni e per partecipare, anche dall’estero: iris@bio.unifi.it





