8 Settembre, armistizio. Domanda spontanea: ma si poteva fare in un altro modo, per evitare tutta la situazione di caos che si generò e passare a una transizione più equilibrata?
Il professor Gobetti cita ricerche condotte in Istria e Slovenia, che testimoniano incontri e trattative che avrebbero dovuto essere fatte in questo modo, in particolare riguardo alla città di Opatija (all’epoca Abbazia). Ma la situazione e i fatti storici stavano andando troppo velocemente.
Bisogna aggiungere che l’esercito italiano, in quel periodo, era per lo più composto da elementi residuali e sbandati, per poter sostenere una tenuta decente in un allungamento della durata del conflitto sul territorio italiano.
Quindi, ancora una volta, la domanda cruciale: si poteva agire in un altro modo?
Primo punto. Vi era un problema, e neanche tanto lieve. I protagonisti delle azioni governative italiane, dal re a Roatta, capo del Servizio Segreto, a quasi tutto l’establishment, erano tutti legati a doppio filo, in alcuni casi triplo, con il regime fascista.
Il secondo punto, molto più importante. A un certo punto vi è stata una resistenza spontanea contro le truppe naziste da parte di molti reparti dell’esercito italiano, il che, a livello storico, è qualcosa di eclatante. Da truppe fedelissime alle idee del Duce a un moto di rivolta collettivo.
Il caso della caserma di Torino, in cui i comandanti disarmarono senza ordine superiore tutti i soldati, è un esempio clou.
Marco Giuseppe Toma introduce una riflessione. Moltissime frange sociali povere e marginalizzate, soprattutto al Sud, trovarono come valvola di presunta salvezza l’adesione al fascismo e l’arruolamento volontario. Alla fine, l’illusione cadde totalmente e, conseguentemente, si ebbe una reazione simile.
Se pensiamo ad altri casi in Europa di quel periodo, vi sono quelli di Ungheria, Romania e Bulgaria, i cui eserciti e governi passarono armi e bagagli in blocco ai sovietici, con il caso estremo bulgaro di un intero esercito nazionale che si mette al servizio dei russi.
La domanda di Danilo Gullotto è ancora più incisiva. L’armistizio fu firmato soprattutto perché Badoglio voleva, nelle sue intenzioni, salvare se stesso e conservare una propria posizione di potere?
Un argomento controverso, che ancora oggi è oggetto di discussione, ma che mette in evidenza come, alla fine, la necessità degli Alleati di creare la nuova situazione abbia la meglio, come viene spiegato dettagliatamente nel video.
Infine, l’ultima questione storica affrontata: i partigiani, le formazioni partigiane, la loro struttura e la loro organizzazione.
Un fenomeno molto interessante. Nel caos che ne consegue, le vittime di questo, da sbandati a ex fascisti, una massa di persone di varia estrazione e ideologia, convergono proprio nella formazione di strutture di tipo militare di resistenza al nemico.
Si smonta così la tesi secondo cui il fenomeno partigiano sarebbe stato un fenomeno gestito esclusivamente dai comunisti.
Monarchici, repubblicani, liberali, centristi cattolici, oltre alle formazioni della sinistra comunista e socialista, concorrono tutti al fenomeno della Resistenza, pur rimanendo fermi, ognuno, nelle proprie idee politiche.
Guido Zanella ricorda il caso di suo padre, partigiano di fede politica monarchica, che, anche a guerra finita, rimase fedele alla propria idea e alla propria adesione alla monarchia.
Un dato storico effettivo, però, c’è: chi riuscì a organizzare militarmente e nelle azioni di guerriglia meglio di tutti i partigiani fu il Partito Comunista e furono le formazioni della sinistra.
Infine, una questione chiave e importantissima: la denazistificazione e la defascistizzazione mancate nei Paesi interessati — Italia, Germania e Giappone — trasformate poi in una continuità mascherata, soprattutto nella strutturazione dei funzionari amministrativi. I conti con i precedenti regimi furono fatti molto dopo, si può dire.
Una puntata interessantissima, con molti dati e argomenti a corollario di quanto detto fino ad ora, proposti dai due ospiti.
Da non perdere.



