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Lettera aperta di Antonio Tenuta: «Lo Stato doveva proteggerci, invece ci ha distrutto la vita»

L’ex testimone di giustizia si rivolge al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al Capo della Polizia Vittorio Pisani: «Togliete le mele marce da questo Servizio». Nel documento le accuse sulla gestione del programma di protezione, sulle revoche e sulle richieste rimaste senza risposta.

by Redazione Web
3 Ottobre 2026
in Interviste
Reading Time: 21 mins read
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Una lettera aperta al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al Capo della Polizia Vittorio Pisani. A scriverla è Antonio Tenuta, ex testimone di giustizia, che torna a denunciare la propria esperienza all’interno del programma di protezione.

Un documento duro, nel quale Tenuta racconta la propria amarezza, le difficoltà incontrate, le richieste che sostiene siano rimaste senza risposta e il rapporto con gli organismi deputati alla protezione dei testimoni di giustizia.

Di seguito pubblichiamo integralmente la sua lettera aperta, con la sola eliminazione di un passaggio su esplicita scelta editoriale.


Eccellentissimo Ministro dell’Interno, dottor Matteo Piantedosi,
Eccellentissimo Capo della Polizia, dottor Vittorio Pisani,

con la presente lettera, io sottoscritto Antonio Tenuta, ex testimone di giustizia, voglio esprimere tutta la mia amarezza per come siamo stati trattati da una parte dello Stato. Quello Stato che avrebbe dovuto garantire e tutelare la nostra situazione.

Ma, ahimè, si è dimostrato il vero nemico e attentatore della mia persona e di quella della mia famiglia.

Nello spiegare il perché mi permetto di dichiarare tutto ciò, sono pronto anche ad andare incontro a denunce penali da parte di chi ora andrò a chiamare in causa.

Sono entrato in un programma di protezione nel febbraio del 2020 e, come è ormai noto, sono entrato in tale circuito per aver denunciato appartenenti alla ‘ndrangheta di alto livello, sottraendomi al pagamento dell’estorsione richiesta e affidandomi alle belle parole che mi vennero dette: “Lo Stato ti aiuterà”.

Ma, a dire il vero, tutto questo aiuto non l’ho visto.

Anzi, posso solo confermare che io e la mia famiglia abbiamo subito, da parte di alcuni appartenenti al sistema, azioni che abbiamo vissuto come persecuzioni, violenza psicologica e altro ancora.

Non ci si deve soffermare soltanto nel dire: “Lo Stato ti paga una casa, ti dà uno stipendio, ti paga i farmaci, i libri e altro”. Queste sono cose che a un testimone di giustizia non interessano, perché erano cose che già possedeva.

E forse possedeva molto, molto di più.

Ma non voglio soffermarmi su questo, perché la mia amarezza nasce da una serie di “perché” che ora voglio porre.

Partiamo dal presupposto che, quando una persona entra nel programma di protezione, è obbligata a firmare un contratto contenente specifiche clausole. Quelle stesse clausole che, da parte di chi dovrebbe applicarle, a mio avviso vengono rispettate solo in parte. E allora mi chiedo:

Perché il Servizio centrale di protezione non ha mai inteso autorizzarmi ad andare a lavorare, nonostante avessi chiesto di poterlo fare fuori dalla provincia in cui avevo il domicilio protetto e persino in altre Regioni?

Perché il Servizio centrale di protezione non ha mai inteso convocarmi né presso la propria struttura né davanti alla Commissione centrale di protezione?

I motivi io credo di conoscerli, ma vorrei che le Signorie Vostre li valutassero.

Una sola volta, e per motivi estremamente delicati, nel mese di maggio sono stato portato presso il Servizio centrale di protezione per avere un colloquio con l’allora direttore dello stesso servizio, il Questore dottor Zupo. E poi?

Il nulla.

Ho presentato per ben 15 volte richieste urgenti per poter essere convocato sia presso il Servizio centrale di protezione sia davanti alla Commissione centrale di protezione, ricevendo sempre un diniego. Mi veniva risposto che non esistevano condizioni e motivazioni idonee per essere convocato.

E invece, a mio avviso, quelle condizioni c’erano eccome.

Perché ho presentato per ben due volte il Progetto vita e non è mai stato preso in considerazione?

Perché ho subito due revoche, venendo descritto come poco collaborativo e come una persona che avrebbe continuamente infranto le regole sottoscritte al momento dell’ingresso nel programma?

E potrei continuare ancora.

A questo punto mi fermo e ricordo, a chi forse ha la memoria corta, che il sottoscritto e la sua famiglia sono sempre stati collaborativi. Abbiamo sempre fatto presente che tutte le accettazioni con riserva, effettuate in occasione dei vari trasferimenti, servivano a far comprendere a chi mi gestiva dal Servizio centrale di protezione che non potevo essere collocato in località nelle quali risiedevano persone da me conosciute.

Lo dice la legge. Lo dite voi, Eccellentissimi.

Ma con me tutto questo sembrava non essere ammesso, perché nella mia percezione c’era la volontà, da parte di qualcuno, di farmi uscire dal programma di protezione. 

Perché ho scritto tante dichiarazioni spiegando che in determinate località non potevo andare e non sono mai state prese in considerazione?

Perché, quando il mio avvocato inviava PEC al Servizio, spesso non riceveva risposta?

Perché, secondo la mia ricostruzione, sono state fornite alla DDA e alla DNA informazioni che hanno contribuito alla revoca del mio programma attraverso verbali che, a mio giudizio, non riportavano integralmente la verità?

Quella verità che mi aspettavo venisse riconosciuta anche dal TAR o dal Consiglio di Stato, quando ho chiesto la sospensiva cautelare, poi rigettata.

Perché è stata fatta pervenire alla DNA nazionale una nota nella quale è scritto esplicitamente che io mi sarei recato nella località d’origine utilizzando le mie generalità originali per andare a lavorare?

Per quanto mi riguarda, una falsità più grande non potevo leggerla.

E non posso non ricordare anche l’atteggiamento avuto nei nostri confronti da alcuni operatori NOP, che, attraverso affermazioni che ritengo non corrispondenti ai fatti, avrebbero contribuito alla revoca del mio programma.

Ritengo, inoltre, molto grave essermi sentito dire, da un avvocato che non menziono per ragioni di privacy e da alcuni operatori NOP, che se avessi voluto rimanere nell’attuale località protetta avrei dovuto firmare una dichiarazione di responsabilità e che non mi sarebbe successo nulla.

Eccellentissimi Ministro e Capo della Polizia, quanto da me raccontato è solo una piccola parte.

Posso fornire prove cartacee e registrazioni audio. Registrazioni che consegnerò, e in parte ho già consegnato, a chi dovrà valutarle.

Dico tutto questo mentre mi trovo in una condizione di profonda sofferenza, al punto da aver pensato al gesto estremo, perché sento che mi è stata distrutta la vita e perché, in alcuni momenti, ho pensato che sarebbe stato meglio essere ucciso dalla ‘ndrangheta piuttosto che sentirmi abbandonato dallo Stato.

Togliete le mele marce da questo servizio, perché ce ne sono già troppe in giro.

Vi ringrazio per aver letto, se lo avete fatto, questo mio sfogo.

Ma vorrei che questo sfogo fosse anche un monito per far cambiare il sistema. Perché, quando io non ci sarò più, mi auguro che qualcosa possa cambiare. Perché questo non è ciò che un testimone di giustizia si aspetta.

Se vorrete le prove di quanto ho dichiarato, ripeto, sarò ben lieto di metterle a disposizione.

Con immensa cordialità

Antonio Tenuta
ex Testimone di Giustizia
“Tradito dallo Stato”


Antonio Tenuta: «Sto pensando seriamente al suicidio». L’allarme dell’ex testimone di giustizia


La testimonianza di Antonio Tenuta a WordNews.it

Le parole contenute nella lettera aperta si inseriscono nel percorso di approfondimento che WordNews.it sta portando avanti sulla condizione dei testimoni di giustizia, sulle difficoltà incontrate durante e dopo i programmi di protezione e sul rapporto con le istituzioni. 

Nei giorni scorsi Antonio Tenuta ha rilasciato un’intervista a WordNews.it, raccontando la propria esperienza personale, i problemi che sostiene di aver incontrato nel programma e arrivando ad affrontare uno dei temi più drammatici emersi dalle testimonianze raccolte: il pensiero del suicidio e la sensazione di essere stati abbandonati dopo aver scelto di denunciare la criminalità organizzata.



Enzo Guarnera: «Il suicidio di Denise è la conseguenza della solitudine e dell’abbandono dello Stato»


Dalla storia e dal coraggio di Lea Garofalo al dramma di sua figlia Denise Cosco, WordNews.it ha costruito negli anni un lungo percorso di memoria, denuncia e ricerca della verità. Di seguito tutti gli articoli pubblicati, dalle prime inchieste fino alle testimonianze più recenti, per non lasciare che il silenzio e l’indifferenza cancellino ancora una volta le loro storie.

29 settembre 2026 – Francesco Paolo: «Lo Stato si dimentica di noi, la camorra e la malavita no»

28 settembre 2026 – «Siamo un peso per lo Stato»: la drammatica denuncia di un testimone di giustizia contro le istituzioni

27 settembre 2026 – Piera Aiello: «Denise non è morta per mano della ’ndrangheta. È morta per mano dello Stato»

26 settembre 2026 – Ignazio Cutrò: «Se Denise si è tolta la vita, è un suicidio di Stato»

25 settembre 2026 – Antonino Candela: «Noi testimoni di giustizia usati nei processi e poi dimenticati»

25 settembre 2026 – Denise Garofalo non trova pace: funerali annullati nel silenzio, chi sta decidendo sul suo corpo?

24 settembre 2026 – Sonia Alfano: «Nutro seri dubbi che Denise si sia suicidata»

23 settembre 2026 – Lea, Denise e Carlo Cosco: la strategia del “riavvicinamento”

22 settembre 2026 – Denise, lo Stato sotto accusa: Ascari interroga il Governo sui testimoni di giustizia

21 settembre 2026 – Denise, perdona loro: non sanno quel che fanno e quel che dicono

20 settembre 2026 – Lea e Denise, Lumia: «L’antimafia è ancora quella del giorno dopo»

19 settembre 2026 – Denise, lo Stato conosceva il rischio: nel 2008 la Relazione denunciava solitudine, traumi e abbandono

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18 settembre 2026 – Angela Napoli: «Lo Stato considera ancora i testimoni di giustizia un peso. Denise non doveva essere abbandonata»

17 settembre 2026 – Denise, figlia di Lea Garofalo, è morta. Suicidio?

17 settembre 2026 – Lea e Denise, il Paese che commemora i morti e abbandona i vivi

16 settembre 2026 – Denise, l’ombra del silenzio e il prezzo del coraggio

16 settembre 2026 – Denise, lo Stato sapeva: nel 2014 l’Antimafia parlava di «traumi irreversibili» per i testimoni di giustizia

15 settembre 2026 – Denise Cosco, l’accusa al sistema politico-istituzionale: «Solo responsabilità morale?»

15 settembre 2026 – Denise, Lea Garofalo e i testimoni di giustizia abbandonati da un Paese senza memoria

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2 Ottobre 2026
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