Premessa fondamentale, chi scrive è, e rimarrà sempre, categoricamente contrario ad ogni forma di violenza cieca e distruttiva. Tuttavia, sarebbe ipocrita e storicamente miope far finta di non capire che nessuna conquista democratica, nessuna svolta sociale o grande trasformazione nella storia dell’umanità sia mai avvenuta del tutto “a mani pulite” o con i guanti di velluto.
Quando il potere rifiuta di ascoltare, quando il dialogo viene sistematicamente sbarrato e i canali della democrazia formale diventano gusci vuoti, la rabbia accumulata nel tempo finisce inevitabilmente per rompere gli argini. La violenza o la spinta di rottura non nascono dal nulla, sono la conseguenza diretta e la degenerazione fisiologica di una pressione sociale spinta oltre il punto di rottura. Manifestare, occupare le piazze e pretendere risposte non è un capriccio, è la reazione ad un sistema che ha spinto le persone all’esasperazione.
E proprio chiarito questo confine, ciò che provoca una rabbia sorda — ciò che fa davvero male — è l’atteggiamento di un governo e di una classe politica del tutto incapaci di fare un minimo mea culpa e di guardare in faccia la realtà.
Mentre in Francia, dopo le proteste studentesche e i disordini sociali, il Ministro dell’Interno ha messo le dimissioni nelle mani di Macron pur di prendere atto del momento critico, in Italia assistiamo al vuoto istituzionale. Nessuno fa un passo indietro, nessuno chiede scusa, nessuno ammette i fallimenti.
Il Governo Meloni e i suoi ministri continuano a barricarsi dietro il solito refrain ipocrita, richiamare la “sicurezza”, bollare il dissenso come ordine pubblico da gestire con le cariche della polizia e liquidare la rabbia sociale come semplice sovversione.
La verità è che questi ragazzi, quelli che scendono in strada, stanno portando avanti una battaglia che riguarda tutti noi. Non stanno chiedendo piccoli privilegi, stanno gridando contro un Paese che sta affondando. Urlano contro gli stipendi da fame che non permettono di arrivare a fine mese, contro un’istruzione pubblica lasciata a pezzi tra tetti che crollano e costi proibitivi, e contro una sanità pubblica ormai al collasso, dove ci si cura solo se si ha il portafoglio pieno (siamo tutti contenti per il Papa ci mancherebbe).
Ci troviamo di fronte al più grande corto circuito economico della storia recente. Ricordiamoci che l’Italia ha ottenuto dall’Europa la quota più alta del piano Next Generation EU nato dopo l’emergenza Covid, ben 194,4 miliardi di euro di PNRR (pari a oltre 200 miliardi con le risorse nazionali). Una montagna di denaro pubblico che doveva servire a rilanciare la sanità territoriale, le scuole, le infrastrutture, il lavoro e il futuro delle giovani generazioni, ma che nei fatti è scomparsa nel nulla, sommersa da ritardi e scelte scellerate. È inammissibile vedere la sanità sull’orlo del baratro, le aule che cadono a pezzi e il costo della vita che stritola le famiglie, mentre contemporaneamente si trovano sempre le risorse per la spesa militare e il riarmo, lasciando che il Paese reale rimanga affamato e privo di tutele.
E nel frattempo scoperchiano la grande bugia sulla povertà in Italia. Altro che i trionfalismi e la narrazione edulcorata che ci viene raccontata dai palazzi del potere, I dati parlano chiaro, con oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta e più di 2,1 milioni di famiglie che non riescono a garantire nemmeno i beni essenziali di sussistenza. La povertà reale è sotto gli occhi di tutti, nelle liste d’attesa interminabili degli ospedali, nei salari reali divorati dall’inflazione, nelle persone che rinunciano persino a curarsi.
Questa scossa attraversa l’intera Europa. In Francia, Spagna, Belgio e persino in Albania — dove a Tirana le proteste studentesche contro le rette, la corruzione e il caro-vita sono sfociate in scontri durissimi davanti alle sedi del governo — le piazze si stanno infiammando. In Italia le notizie vengono costantemente filtrate, confezionate per mostrarci solo i volti tesi dei ragazzi che urlano contro la polizia. Ma nessuno si prende la briga di spiegare perché stiano urlando. Urlano perché sono stati presi in giro per anni. Gli è stato detto di studiare, sacrificarsi, essere flessibili e “resilienti” — traducibile con: mandate giù il rospo e ringraziate. Ora la molla è scattata.
Questa frustrazione non appartiene soltanto alle aule scolastiche o universitarie, ma unisce tutto il tessuto sociale. Guardiamo alla Puglia o alla Campania stessa con la protesta disperata degli autotrasportatori e degli agricoltori contro il caro-carburante. I blocchi dei tir al casello dell’A30 a Nola, le strade paralizzate tra Caianello, Caserta Sud, Villa Literno e l’Asse Mediano, fino alle cisterne di latte versate sull’asfalto da chi vede il proprio lavoro andare in fumo.
E in mezzo a questo scenario ci siamo noi Millennial, la generazione “di mezzo”. Cresciuti in bilico tra la stabilità costruita dai nostri genitori e dai nostri nonni e la voragine di incertezza sul nostro domani. Siamo noi che abbiamo collezionato lauree per poi trovarci precari a trenta o quarant’anni senza certezze sul futuro.
Continuare ad ignorare questo grido, marchiare chi protesta come un problema di sicurezza e fingere che la povertà e il degrado sociale non esistano, è una scelta politica cieca e pericolosa. Perché quando gli studenti, i lavoratori disperati e un’intera generazione si uniscono per difendere i diritti minimi di tutti, non siamo di fronte a una semplice agitazione, siamo di fronte ad un Paese reale che si è stancato di essere preso in giro.



