La qualità della vita di un Paese non si misura soltanto attraverso la crescita economica e l’andamento del Prodotto interno lordo. Salute, istruzione, lavoro, relazioni sociali, sicurezza, ambiente e qualità dei servizi sono altrettanto importanti per comprendere le condizioni effettive della popolazione. È questa la prospettiva adottata dall’Istat con la presentazione della tredicesima edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes), che offre un’analisi dei livelli di benessere, delle loro tendenze e delle disuguaglianze attraverso dodici domini: Salute; Istruzione e formazione; Lavoro e conciliazione dei tempi di vita; Benessere economico; Relazioni sociali; Politica e istituzioni; Sicurezza; Benessere soggettivo; Paesaggio e patrimonio culturale; Ambiente; Innovazione, ricerca e creatività; Qualità dei servizi.
Il bilancio complessivo mostra segnali incoraggianti. Dei 132 indicatori confrontabili con l’anno precedente, 54 migliorano, 55 rimangono stabili e 23 peggiorano. Ancora più significativo il quadro di lungo periodo: su 133 indicatori, 70 registrano un progresso, 24 un arretramento e per 39 non è possibile individuare una tendenza univoca.
Un’evoluzione positiva che, tuttavia, non si traduce in un miglioramento uniforme delle condizioni di vita. Le differenze territoriali, sociali ed economiche continuano infatti a caratterizzare il Paese, condizionando le opportunità dei cittadini.
Nord e Mezzogiorno, la frattura che non si ricompone
La mappa regionale del benessere conferma la tradizionale divisione tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Tutte le regioni settentrionali e centrali, con l’eccezione del Lazio, registrano risultati superiori alla media nazionale per almeno la metà degli indicatori Bes disponibili a livello regionale. Nel Sud, fatta eccezione per l’Abruzzo, prevalgono invece valori inferiori alla media italiana.
Le differenze sono particolarmente marcate osservando i dodici domini. Friuli-Venezia Giulia e le due Province Autonome presentano valori medi superiori a quelli nazionali in almeno dieci domini su dodici. All’opposto, Campania, Puglia e Calabria registrano risultati peggiori rispetto al riferimento nazionale in almeno dieci domini.
I divari più evidenti riguardano il lavoro e la conciliazione dei tempi di vita, il benessere economico e le relazioni sociali: ambiti strettamente collegati, nei quali la carenza di opportunità occupazionali può riflettersi sui redditi, sulle condizioni familiari e sulla qualità della vita.
Il quadro meridionale, tuttavia, non è omogeneo. Abruzzo e Sardegna si distinguono spesso in positivo, con valori in linea con la media nazionale. Allo stesso modo, alcune criticità interessano anche territori del Centro-Nord: è il caso della Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e della Liguria, che evidenziano ritardi nel dominio dell’Innovazione, ricerca e creatività.
Anche la sicurezza segue una distribuzione geografica diversa da quella che caratterizza gli altri indicatori. Le regioni meridionali, a eccezione della Campania, presentano livelli migliori della media nazionale, mentre le grandi aree metropolitane del Centro-Nord sono penalizzate da una maggiore incidenza di reati predatori e violenze. Le maggiori criticità riguardano il Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Sicurezza, Benessere soggettivo e Ambiente sono, più in generale, domini nei quali la variabilità territoriale non rispecchia il consueto gradiente Nord-Sud.
Il confronto europeo: istruzione e lavoro restano i principali ritardi
Il confronto con la media UE27, effettuato sulla base di 40 indicatori, restituisce un quadro meno favorevole: l’Italia registra risultati migliori per 12 indicatori e peggiori per 18. Le maggiori difficoltà si concentrano in Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita e Innovazione, ricerca e creatività. Salute, Sicurezza e alcuni indicatori ambientali rappresentano invece gli ambiti nei quali il nostro Paese mostra i risultati più positivi.
Sul fronte dell’istruzione, il ritardo è particolarmente significativo. La quota di persone con almeno il diploma è inferiore di 14,2 punti percentuali rispetto alla media europea, mentre quella dei laureati presenta uno scarto negativo di 13,7 punti. Entrambi i divari risultano leggermente più accentuati tra gli uomini.
Anche le competenze digitali almeno di base sono meno diffuse rispetto al resto dell’Unione: riguardano il 54,3% della popolazione italiana, contro il 60,4% della media UE27. Preoccupante anche la condizione dei giovani che non lavorano e non studiano, i cosiddetti Neet: in Italia rappresentano il 13,3%, a fronte dell’11,0% europeo.
Dati che evidenziano le difficoltà del sistema nazionale nel valorizzare il capitale umano e nel garantire percorsi formativi adeguati alle trasformazioni del mercato del lavoro. Un problema che non riguarda soltanto le prospettive delle nuove generazioni, ma anche la competitività e la capacità di crescita del sistema produttivo.
Occupazione e disparità di genere, il peso delle disuguaglianze
Il mercato del lavoro rappresenta un altro importante punto debole. Il tasso di occupazione italiano è inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media europea, ma la distanza assume dimensioni ancora più rilevanti considerando la componente femminile.
Per le donne il divario raggiunge infatti 13,3 punti percentuali, mentre per gli uomini si ferma a 3,8 punti. Una differenza che conferma quanto la partecipazione femminile all’occupazione resti una delle questioni irrisolte del sistema italiano.
A peggiorare il quadro contribuiscono il tasso di mancata partecipazione al lavoro e la diffusione del part-time involontario. Quest’ultimo registra uno degli scostamenti più elevati rispetto all’Europa: 4,6 punti percentuali nel complesso e 8,2 punti tra le donne.
Non si tratta soltanto di aumentare il numero degli occupati, ma di migliorare la qualità delle opportunità professionali, contrastare la precarietà e favorire una reale conciliazione tra attività lavorativa e vita privata.
Salute e sicurezza, i punti di forza italiani
Se istruzione e occupazione evidenziano ritardi, la salute costituisce uno degli ambiti nei quali l’Italia si distingue positivamente nel confronto internazionale.
La speranza di vita alla nascita, tra le più alte al mondo, supera la media europea di 2,2 anni. Il vantaggio raggiunge 2,7 anni per gli uomini e 1,6 anni per le donne.
Risultati favorevoli emergono anche per la mortalità evitabile: in Italia si registrano 16,0 decessi standardizzati ogni 10.000 residenti, contro i 23,8 della media UE27.
Anche il tasso di omicidi volontari colloca il nostro Paese in una posizione migliore rispetto all’Europa, con un vantaggio che riguarda sia gli uomini sia le donne. Questi risultati confermano la presenza di importanti punti di forza, pur in un quadro territoriale della sicurezza caratterizzato da differenze significative.
Ricerca e innovazione, investimenti ancora insufficienti
Tra le criticità che incidono maggiormente sulle prospettive di sviluppo dell’Italia figura il ritardo nell’innovazione. La quota di lavoratori della conoscenza è inferiore di 8,1 punti percentuali rispetto alla media UE27, mentre l’intensità della ricerca, misurata in rapporto al Pil, si attesta all’1,40%, contro il 2,26% europeo.
Una distanza che riflette la difficoltà di sostenere adeguatamente gli investimenti in ricerca e sviluppo e di rafforzare il patrimonio di competenze specialistiche, elementi fondamentali per la competitività economica e produttiva.
Un segnale positivo arriva dagli investimenti in proprietà intellettuale, che in Italia crescono a un tasso superiore alla media europea. La dinamica resta tuttavia inferiore a quella registrata in alcuni dei principali Paesi membri. Un progresso che non è ancora sufficiente a colmare il divario accumulato.
Povertà e condizioni economiche, famiglie ancora in difficoltà
Il benessere economico presenta ulteriori elementi di fragilità. Il rischio di povertà colloca l’Italia in una posizione peggiore rispetto alla media europea, con uno scostamento di 2,3 punti percentuali. Anche la quota di persone che dichiarano grandi difficoltà ad arrivare alla fine del mese e la disuguaglianza del reddito disponibile evidenziano una situazione di svantaggio.
Il quadro non è però uniformemente negativo. Il sovraccarico del costo dell’abitazione e la grave deprivazione materiale e sociale collocano l’Italia su livelli relativamente migliori rispetto alla media UE27.
Si tratta di differenze che restituiscono una fotografia articolata delle condizioni economiche delle famiglie, ma che non cancellano il problema della povertà e della distribuzione diseguale delle risorse.
Dal Rapporto Bes alle responsabilità della politica: un Paese che continua a non camminare insieme
A distanza di un’edizione, il Rapporto Bes restituisce una fotografia che presenta alcuni miglioramenti, ma non smentisce le criticità già evidenziate nella mia analisi sul Bes 2024, pubblicata su WordNews il 25 novembre 2025 (cfr: https://wordnews.it/2025/11/25/italia-paese-della-maladministration-e-del-malessere-sociale/). I divari territoriali, le fragilità del mercato del lavoro, il ritardo nell’istruzione e la debolezza degli investimenti in ricerca e innovazione continuano a rappresentare nodi irrisolti. Cambiano alcuni indicatori, migliorano determinate condizioni, ma resta sostanzialmente aperta la questione di fondo: l’Italia continua a crescere senza riuscire a garantire a tutti le stesse opportunità.
Se nella precedente edizione emergeva l’immagine di un Paese che cammina, ma non insieme, quella attuale conferma che il problema non è soltanto la velocità dei progressi, ma la loro distribuzione. Il benessere non può essere affidato alle medie statistiche né celebrato attraverso singoli risultati positivi. Deve diventare una priorità concreta dell’azione pubblica.
La distanza tra ciò che i numeri raccontano e ciò che i cittadini sperimentano quotidianamente chiama in causa soprattutto la responsabilità della politica: non basta fotografare le disuguaglianze, occorre intervenire per rimuoverle. Perché un Paese non è davvero in crescita quando migliorano gli indicatori, ma quando migliora la vita delle persone. E finché il benessere continuerà a dipendere dal territorio, dal genere e dalla condizione sociale, l’equità resterà una promessa più che una conquista.
Per approfondire: Rapporto Bes 2026 al link: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/10/Bes-2026-Ebook.pdf



