In una realtà apparentemente amorfa e rassegnata, all’improvviso è successo qualcosa. Il fuoco che covava sotto la cenere sembra uscire fuori. Il processo di centralizzazione del capitale è arrivato a un punto tale da richiedere la completa destrutturazione della democrazia per passare a oligarchie senza lacci e lacciuoli. Era un processo prevedibile quando, 50 anni fa, ci fu l’avvento del neoliberismo che, tramite la globalizzazione, con la libertà di movimento dei capitali, ha determinato una sempre maggiore concentrazione di ricchezza.
La globalizzazione ha dato completa libertà di movimento al capitale, ma un po’ meno alle merci e ancora meno alla forza lavoro. Ora si è arrivati a una concentrazione di ricchezza tale che tre megafondi, intrecciati tra loro, regolano e gestiscono un quarto del PIL mondiale, controllando, di fatto, mercati e indirizzi politici.
La guerra è diventata una necessità per rompere gli assetti democratici, oltre che per creare mercato per le industrie degli armamenti. Ma proprio questa scelta ha fatto scoppiare una reazione improvvisa e popolazioni, apparentemente rassegnate, si sono svegliate da un lungo letargo. Le invasioni delle piazze che abbiamo visto, la vittoria di Lula, della lista degli studenti, dei democratici americani, il risveglio dei partiti arabi in Israele, ma essenzialmente la massa di giovani che si muovono, sono il segno tangibile che qualcosa di grande e importante sta avvenendo.
C’è bisogno di radicalità in questo momento. Ma radicalità significa rompere con questa globalizzazione fatta per favorire i capitali, definire giuridicamente i beni comuni che vanno sottratti a una logica di mercato e di profitto, andare verso cicli di produzione e consumo che mirino al mantenimento dell’equilibrio del sistema Terra e non a una crescita aspecifica, distribuire in maniera equa la ricchezza.
Essere radicali significa fare scelte coraggiose per offrire una sponda importante, una cornice fondamentale, per tutti questi sovvertimenti, per far sì che non finisca tutto come un fuoco di paglia.
C’è bisogno di radicalità, c’è bisogno che la politica indirizzi l’economia e non viceversa.
La forza attuale del capitale è enorme ed è importante che si rompa con il pensiero unico dominante e si riapra una dialettica nella società.



