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Libia, clan e regimi mafiosi con soldi e appoggi italiani ed europei

by Alessio Di Florio
5 Luglio 2024
in Mafie
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Sei anni fa il commissario ONU per i diritti umani, Zeid Raad Hussein, ha definito la politica europea di assistenza alla guardia costiera libica, nell’intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo, disumana.

Il 3 febbraio di quell’anno a Malta i governi europei hanno sottoscritto un accordo con la Libia per bloccare le rotte dei migranti. Il Fondo fiduciario dell’Ue per l’Africa, su proposta della Commissione europea, il 12 aprile scorso ha approvato un programma di 90 milioni di euro per «una migliore gestione dei flussi migratori» (parole dell’Alta rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini).

Nelle settimane precedenti l’Italia aveva già firmato un trattato con Al-Serraj. Un trattato secondo il quale l’Italia ha fornito elicotteri e fuoristrada, ha contribuito alla formazione della Guardia Costiera Libica e alla creazione della sorveglianza del Sahara. Denunce simili furono sollevate da un reportage de l’Espresso in collaborazione con l’Unicef: «ci sono guardie costiere che recuperano i migranti in mare e li vendono alle milizie che li trasportano nelle prigioni illegali.

I migranti sono i bancomat di questo Paese. L’Europa vede, ne è consapevole, eppure ha preferito spostare il problema sulle nostre spalle anziché farsene carico. Preferisce non vedere i morti», denunciò il reportage.

«Fingono di arrestare i migranti clandestini e li tengono nei loro centri, senza cibo e senza acqua, prendono loro i soldi, li sfruttano, abusano delle donne e poi li trasportano nella zona di Garabulli per farli partire con i gommoni, con la complicità di parte della guardia costiera» testimoniò un poliziotto locale riferendosi alla brigata Sharikan, una delle più potenti a Tripoli.

Un video amatoriale pubblicato dal Times pochi giorni prima documentò le violenze sui migranti intercettati in mare e riportati in Libia: si vede addirittura Al Bija frustare alcuni migranti con una corda. I trafficanti che non pagano una quota ad Al Bija vengono fermati dalla Guardia costiera e le loro barche requisite.

L’8 maggio 2018 un rapporto della Procura della Corte dell’Aja ha definito il trattamento dei migranti nei centri riconducibili a Bija «crudele, inumano e degradante».  «Le sue forze – viene riportato – erano state destinatarie di una delle navi che l’Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard». Mentre la sua milizia avrebbe  «beneficiato del Programma Ue di addestramento» nell’ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Operazione Sophia.

Nel febbraio 2021, mentre scattava uno dei rinnovi dell’accordo, l’Italia accoglieva Abd al-Rahaman al-Milad detto  Bija, considerato il maggior boss del traffico di esseri umani in Libia. Bija fu ospitato dal governo italiano nel maggio 2017 quando partecipò ad un summit internazionale  per concordare strategie comuni tra Italia e Libia su come bloccare le partenze dei migranti dall’Africa, per poi essere accompagnato in un tour tra alcuni centri per migranti in Italia e la sede della guardia costiera di Roma. Nancy Porsia già mesi prima della firma del memorandum documentò il ruolo centrale di Bija nel traffico e nella prigionia dei migranti in Libia.

Nancy Porsia ha documentato le organizzazioni mafiose ad ovest di Tripoli per due anni e iniziò a pubblicare la sua inchiesta nel marzo 2016, concentrandosi all’inizio su Sabrata e la rete dei trafficanti in città. «All’indomani dell’uccisione dei due lavoratori italiana della società Bonatti Fausto Piano e Salvatore Failla, che erano stati rapiti otto mesi prima nei pressi del compound a guida Eni Oil &Gas con altri due colleghi Gino Pollicardo e Filippo Calcagno – raccontò nel settembre 2017 – scrivevo delle milizie che operano nella zona dove è avvenuto il rapimento e la faida interna per il controllo del territorio».

Intervistando un uomo della sicurezza di Sabrata denunciò «la losca figura di Ahmed Dabbashi, meglio noto con il suo nom de guerre Al Ammu», tra i principali «trafficanti di esseri umani lungo la costa libica e cugino di Abdallah Dabbashi, capo della cellula dello Stato Islamico a Sabrata,  il quale – secondo pezzi della sicurezza di Sabrata – sarebbe stato il mandante del rapimento dei quattro dipendenti della Bonatti, ottiene l’incarico per la sicurezza esterna del compound Mellita Eni Oil & Gas a firma della società petrolifera libica NOC.

I servizi italiani che anche all’epoca vantavano una presenza massiccia sul territorio, chiusero un occhio, dando il via già nel 2015 al processo di istituzionalizzazione del miliziano Ahmed Dabbashi».

Nello stesso mese, in un’intervista a Stefano Galieni per il sito web dell’Associazione Diritti e Frontiere, evidenziò il processo col quale l’Italia criminalizzava sempre più il soccorso in mare e, contemporaneamente, addestrava le forze militari libiche. Consegnando anche mezzi che risalivano agli accordi del 2008 tra Berlusconi e Gheddafi. Con il processo che l’allora ministro dell’Interno Minniti stava portando avanti  si istituzionalizzarono le milizie e i maggiori trafficanti in Libia, la «connivenza con le stesse guardie corrotte» e «in odore di mafia, in quanto parte integrante di un sistema mafioso che trafficava i migranti».

L’Italia e l’Europa di fatto così hanno costruito di fatto, soprattutto in Tripolitania, un regime mafioso la risposta positiva di Nancy Porsia ad una precisa domanda di Stefano Galieni.  

Le forze militari europee schierate in mare, sottolineò anni fa Nancy Porsia, il traffico di carburanti vale 10 milioni di euro. E, almeno dal 2015, «le milizie hanno infiltrato l’amministrazione della raffineria e anche della guardia costiera». Denunce simili, nello stesso periodo, furono sollevate da un reportage de l’Espresso in collaborazione con l’Unicef. «Ci sono guardie costiere che recuperano i migranti in mare e li vendono alle milizie che li trasportano nelle prigioni illegali. I migranti sono i bancomat di questo Paese. L’Europa vede, ne è consapevole, eppure ha preferito spostare il problema sulle nostre spalle anziché farsene carico.

Preferisce non vedere i morti» fu denunciato nel reportage in cui fu riportata anche la denuncia di un poliziotto locale sulla brigata Sharikan, una delle più potenti a Tripoli: «fingono di arrestare i migranti clandestini e li tengono nei loro centri, senza cibo e senza acqua, prendono loro i soldi, li sfruttano, abusano delle donne e poi li trasportano nella zona di Garabulli per farli partire con i gommoni, con la complicità di parte della guardia costiera». Un video amatoriale pubblicato dal Times in quegli anni documenta le violenze sui migranti intercettati in mare e riportati in Libia.

Nel video si vede addirittura Al Bija frustare alcuni migranti con una corda. I trafficanti che non pagano una quota ad Al Bija vengono fermati dalla Guardia costiera e le loro barche requisite.

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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