Mi sono lasciato attraversare da un docufilm dedicato a Maurizio Valenzi, il primo sindaco di sinistra di Napoli. Un film delicato, quasi una confessione familiare. Niente celebrazioni pompose, niente mitologie: solo le voci di chi c’era, di chi ha sentito nelle mani – e nei polmoni – l’odore vivo di una città che voleva rinascere.
Quella stagione aveva un profumo preciso: la speranza.
Una speranza collettiva, concreta, che spingeva perfino chi non aveva niente a credere di poter avere qualcosa. Le persone partecipavano, discutevano, protestavano, sbagliavano insieme, ma soprattutto guardavano avanti. Una giunta minoritaria, sì. Ma sorretta da una cittadinanza che non si sentiva minoranza di niente.
Napoli allora era ferita, stanca, poverissima. Eppure capace di quel miracolo: immaginarsi diversa.
Valenzi, poi Bassolino, poi De Magistris. Tre stagioni lontane ma collegate da un filo: l’idea che la città potesse rialzarsi davvero. E infatti qualcosa si è mosso, e molto è cambiato. Non è diventata il paradiso che qualcuno racconta nelle brochure turistiche, certo. I problemi restano, alcuni enormi. Ma lo stato di prostrazione degli anni bui è stato superato. Si è aperto un orizzonte, una prospettiva. Una direzione.
Poi arrivò il terremoto dell’80.
Un colpo secco, sismico e simbolico, che spezzò in due non solo le strade, ma l’entusiasmo. La Campania e il Sud precipitarono in un lutto collettivo che assomigliava terribilmente alla rassegnazione.
E da lì, piano piano, qualcosa si è incrinato.
La domanda, oggi, è semplice e spietata:
che cosa ci manca per tornare a respirare come allora?
La risposta ha una sola parola: speranza.
Ed è una parola che pesa, perché non parlo della speranza privata, personale – il lavoro, lo stipendio, l’amore – ma di quella più grande, quella che tiene in piedi le città, i popoli, le democrazie.
Negli anni del dopoguerra, in Occidente, la speranza era quasi un diritto civile.
Il keynesismo, la ricostruzione, la redistribuzione della ricchezza, la crescita condivisa: era un’aria che sollevava perfino le macerie. Il futuro sembrava un luogo migliore verso cui camminare.
Poi arrivarono gli anni ’70, e con loro un cambio di paradigma brutale.
Il neoliberismo prese il posto della democrazia sociale. E con quel cambio di vento arrivarono:
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precarietà,
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ricchezza concentrata in poche mani,
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comunità sfilacciate,
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solitudini sempre più rumorose,
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una feroce competizione travestita da libertà.
E soprattutto, un controllo dei mezzi di comunicazione sempre più massiccio, sempre più orwelliano, sempre più funzionale alla tenuta di un sistema che non tollera alternative.
La crisi del 2008 è stata la grande occasione mancata.
Avremmo potuto ripensare tutto.
Abbiamo invece salvato le banche e presentato il conto ai cittadini. Da allora il potere finanziario è diventato ancora più intoccabile. Più pervasivo. Più centrale.
Oggi viviamo in un mondo che sembra prepararsi a una stagione bellicista permanente.
Non per fatalità, ma per incapacità politica di governare un pianeta che cambia: crisi ambientali, squilibri demografici, risorse scarse, migrazioni inevitabili.
Quando non sai governare, militarizzi.
Quando non sai risolvere, alzi il volume del conflitto.
Quando non hai risposte, costruisci paure.
E così la speranza evapora.
E quando evapora la speranza, resta soltanto la stanchezza.
È da qui che nasce l’astensionismo.
Non dall’indifferenza – che è sempre una comoda bugia – ma dalla mancanza di alternative credibili.
Chi dovrebbe rappresentare un’altra idea di società?
Chi dovrebbe proporre un modello diverso da questo pensiero unico neoliberista, precarizzante, ormai inclinato verso la guerra?
Non c’è quasi nessuno.
E quando la politica smette di offrire possibilità, i cittadini smettono di crederci.
Non votano più, non perché non gli interessa, ma perché non vedono alcun futuro per cui valga la pena di votare.
E allora sì, qualcuno dovrebbe iniziare a fare i conti con i danni enormi prodotti da questa monocultura del presente.
Un mondo senza alternative è un mondo fermo.
E un mondo fermo è un mondo che marcisce lentamente, in silenzio.
La perdita della speranza non è un fenomeno astratto: è un atto politico.
E ogni giorno in cui non proponiamo un modello di società diverso da quello dominante è un giorno perso, rubato al futuro.
Ritrovare la speranza — quella collettiva, quella che fa respirare le città intere — è l’unica rivoluzione che ci resta.
E, forse, la più urgente.





