Il 26 novembre 2025, nella Sala dei Quadri del Comune di Cremona, durante la quarta edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, la giornata dedicata ai “Testimoni del nostro tempo”, il tempo si è fermato. La platea tratteneva il fiato. Sul palco c’era una voce che diventava corpo, sangue, cenere, respiro.
Paolo De Chiara, presidente di Dioghenes APS e direttore di WordNews.it, non ha “interpretato” Lea Garofalo. L’ha evocata. L’ha rimessa in piedi. L’ha fatta parlare, ancora una volta.
“Io sono Lea. Forse il mio nome vi arriva come una riga fredda in un giornale. Ma i nomi, quando bruciano, non si spengono mai”.
E infatti Lea non si è spenta. Né nel 2009. Né dopo il bidone utilizzato per bruciare il suo corpo. Né dopo il fuoco. Né dopo l’indifferenza.
Nel monologo, la storia di Lea Garofalo non è cronaca: è destino strappato con i denti. È il “no” di una donna alla legge del sangue, alla ‘ndrangheta, al patriarcato criminale, al silenzio imposto come unica via di sopravvivenza.
“Io, donna, dovevo tacere. Io, donna, dovevo appartenere. Io, donna, non potevo decidere. Io ho deciso”.
Un verbo che pesa come una sentenza: decidere. Decidere di parlare. Decidere di denunciare. Decidere di diventare testimone di giustizia. Decidere di pagare.
E pagare.
Lea, ha pagato tutto.
Quando lo Stato si gira dall’altra parte
Il monologo colpisce come un pugno quando arriva lì dove fa più male: nel fallimento delle istituzioni.
“Nel 2009 scrissi al Presidente della Repubblica. Denunciavo il trattamento indegno del Servizio Centrale di Protezione”.
Non parole vaghe. Non accuse urlate. Fatti. Date. Responsabilità. Lea non chiede privilegi. Chiede protezione. Ottiene isolamento, offese, disprezzo. “Tossica”, “pentita”, “puttana”: coltelli di carta che diventano ferite vere.
E poi la verità nuda, pronunciata da un magistrato:
“Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo”.
Non lo dice la vittima. Non lo dice la figlia. Non lo dice la sorella Marisa. Lo dice la giustizia stessa.
Dal tentato sequestro al massacro
Il monologo ricostruisce gli ultimi mesi come una corsa contro il buio. Il 5 maggio 2009 a Campobasso: un tentato sequestro in piena città. Un segnale chiaro. Un avvertimento.
Poi il 24 novembre 2009, Milano. L’incontro con Carlo Cosco, il padre di sua figlia. Il compagno. Il traditore.
L’assassino.
“Mi rapirono. Mi torturarono. Mi strangolarono”.
Tre giorni di fuoco. Tre giorni per tentare di cancellare una vita. Tre giorni per provare a cancellare una coscienza.
Ma anche la cenere ha memoria.
Il monologo si fa luce quando arriva a lei: Denise Cosco, la figlia.
“Hai guardato in faccia tuo padre e hai detto: è stato lui.”
In un Paese dove spesso chi denuncia viene lasciato solo, Denise ha fatto ciò che molti adulti non hanno il coraggio di fare: ha scelto la verità contro il sangue. Ha trasformato l’assenza in presenza. Ha rotto la catena generazionale della mafia.
Questa non è solo una storia di morte. È una storia di rinascita civile.
“Ho scelto di morire in piedi”
Il passaggio finale del monologo non chiede applausi. Chiede coscienze.
“Ho scelto di morire in piedi e a mia figlia ho lasciato un’eredità diversa: non soldi, non case. Le ho lasciato un nome pulito.”
Qui il teatro diventa tribunale morale. Il pubblico non è spettatore: è imputato e giuria insieme.
E poi l’ultima chiamata, che è una preghiera laica:
“Se avete un figlio, una figlia, guardateli negli occhi stanotte. Pensate a quale mondo gli state lasciando”.
Un monologo che è un atto politico, civile, umano
Quello di Paolo De Chiara non è stato uno spettacolo. È stato un atto di accusa. Un atto d’amore. Un atto di resistenza.
Dentro quelle parole c’è l’intera missione del Premio Nazionale Lea Garofalo: tenere viva la memoria, rompere l’omertà, difendere chi sceglie di non piegarsi. E finché qualcuno dirà “Lea”, finché qualcuno racconterà questa storia, finché una sola persona troverà il coraggio di dire “no”, la mafia non avrà mai l’ultima parola.
“Io sono Lea. E finché qualcuno pronuncerà il mio nome, io non sarò mai morta”.
E no, Lea. Non lo sei.
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Non siamo qui per essere “cauti”: siamo qui per dire la verità
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