Alla 4ª edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, organizzato da Dioghenes APS e WordNews.it a Cremona, il procuratore capo Silvio Bonfigli illustra numeri e criticità di codice rosso, violenza di genere, revenge porn, maltrattamenti in famiglia.
Crescono procedimenti e denunce, ma il 40% finisce in archiviazione: “Serve prevenzione, non solo repressione”.
Cremona, Premio Lea Garofalo: quando la giustizia incontra i numeri della violenza
Nel cuore di Cremona, durante la 4ª edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, organizzato da Dioghenes APS e WordNews.it, la toga del procuratore capo Silvio Bonfigli ha lasciato per un attimo il linguaggio asettico degli atti giudiziari per entrare nel terreno più scomodo: quello dei numeri che raccontano la violenza.
Niente retorica, niente frasi di circostanza. Solo una fotografia cruda: una procura piccola, con sette magistrati, di cui quattro dedicati alle fasce deboli, un “pronto soccorso della procura” costretto a correre dietro a codice rosso, maltrattamenti, revenge porn, violenze in famiglia.
È qui che il nome di Lea Garofalo, donna uccisa perché ha rotto con la ‘ndrangheta e con un sistema di violenza e dominio, smette di essere solo memoria e diventa metodo, monito, modello.
“Abbiamo l’arsenale normativo più avanzato al mondo. Ma da solo non basta”
Bonfigli parte da un dato che, a prima vista, potrebbe sembrare rassicurante:
“Noi abbiamo un arsenale normativo tra i più avanzati al mondo. Le leggi degli ultimi vent’anni, la legge 69 del 2019 sul codice rosso, la Convenzione di Istanbul e i successivi interventi hanno portato il nostro sistema repressivo a un livello altissimo”.
Ma subito dopo arriva il colpo di realtà: se la prevenzione non regge, la repressione da sola non ce la fa.
Servono nuovi modelli relazionali tra uomo e donna, serve scardinare tradizioni tossiche, pregiudizi, ruoli di genere deformati, servono scuole, associazioni, istituzioni che lavorino insieme, prima che inizi il fascicolo giudiziario. Perché, dice in sostanza, se arriviamo sempre dopo, abbiamo già perso metà della partita.
Il “pronto soccorso” della Procura di Cremona: quattro magistrati su sette sulle fasce deboli
Il dato che più colpisce è organizzativo, prima ancora che numerico:
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la Procura di Cremona ha sette magistrati in totale;
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quattro di questi sono destinati alla tutela delle fasce deboli;
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esiste un magistrato di turno, che deve essere pronto a intervenire sui reati da codice rosso.
Bonfigli lo definisce senza giri di parole:
«Chiamiamo il dipartimento fasce deboli il pronto soccorso della Procura. In tre giorni dobbiamo sentire la persona offesa; entro trenta giorni dobbiamo decidere se chiedere una misura cautelare. La nostra azione è scandita dal tempo, dalla pressione, dall’urgenza».
La progressione degli allarmi: procedimenti in crescita costante dal 2020
Bonfigli non si limita a enunciati generici. Arrivano i numeri, quelli che non si possono smentire con slogan o propaganda. Dal 2020 ad oggi, le sopravvenienze (nuovi procedimenti) per reati da codice rosso a Cremona sono in costante crescita:
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216 casi nel 2020
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262 nel 2021
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276 nel 2022
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304 nel 2023
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336 nel 2024
E al momento dell’intervento, a fine 2025, si registra già un dato quasi in linea con l’anno precedente (325 casi) con la concreta previsione di superare il record.
Questa curva in salita non lascia spazio a illusioni: più donne denunciano, più emergono anche altri contesti di violenza e il carico sulla macchina giudiziaria diventa sempre più pesante e complesso.
76 misure cautelari su 99: il peso reale del codice rosso
L’altro passaggio chiave riguarda le misure cautelari.
Nel solo ultimo anno:
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la Procura di Cremona ha avanzato 99 richieste di misure cautelari;
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76 di queste riguardano reati da codice rosso, ossia violenza di genere, maltrattamenti, stalking, violenze domestiche e familiari.
Quasi otto misure cautelari su dieci sono legate ai reati che colpiscono donne, minori, anziani, persone fragili.
Questo dimostra due cose:
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la gravità crescente dei casi che arrivano in Procura;
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la necessità di intervenire subito, spesso nei famosi tre giorni fissati dalla normativa, per evitare che il fascicolo si trasformi in un femminicidio, una tragedia familiare, una violenza irreversibile.
Revenge porn e violenza sugli ascendenti: le nuove frontiere del disagio
Il procuratore poi apre un altro fronte, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico:
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revenge porn
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criminalità giovanile digitale
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maltrattamenti sugli ascendenti (genitori, nonni)
Negli ultimi anni, a Cremona, si è registrato un forte aumento dei casi di revenge porn, con procedimenti legati all’art. 612-ter c.p. e alla diffusione illecita di immagini o video intimi. Ma non basta. È in netto aumento anche la violenza verso i genitori, con procedimenti per maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) in cui:
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la persona offesa è l’ascendente, quasi sempre un genitore;
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molto spesso la condotta è collegata a abuso di sostanze stupefacenti o di alcol;
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la casa di famiglia diventa il luogo in cui esplodono frustrazioni, dipendenze, ricatti emotivi e violenza fisica o psicologica.
È la radiografia di una società stanca, frammentata, impoverita, dove la violenza non è più solo verticale (uomo-donna) ma esplode in tutte le direzioni dei legami familiari.

Lea Garofalo, Cremona e la responsabilità collettiva
Collocare queste parole dentro il Premio Nazionale Lea Garofalo non è un dettaglio. Lea è stata una donna che ha rotto il patto di omertà, che ha sfidato la violenza di un uomo e di un sistema, pagando con la vita. A Cremona, territorio dove le mafie sono presenti da anni e dove la criminalità organizzata si intreccia con affari, consenso, silenzi, l’intervento di un procuratore che parla di violenza sulle donne, revenge porn, maltrattamenti, prevenzione durante un premio intitolato a Lea significa una cosa precisa:
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la legalità non è un concetto astratto,
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la violenza di genere non è un capitolo separato dalle mafie,
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la cultura patriarcale è il terreno su cui attecchiscono sia il dominio mafioso che la violenza domestica.
E il messaggio, dentro la sala dove siedono istituzioni, studenti, testimoni del nostro tempo, associazioni, è semplice e brutale:
la giustizia da sola non basta. O diventa responsabilità collettiva, o arriva sempre troppo tardi.
In questo incrocio tra numeri, norme, sangue e memoria, il nome di Lea Garofalo non è solo una dedica su una targa. È un promemoria fisso: chi si volta dall’altra parte è complice.
Chi rompe il silenzio è già parte della soluzione.
L’Italia che non vuole vedere. Perché il Premio Lea Garofalo è una necessità civile





