La questione morale è la vera emergenza nazionale: corruzione politica, clientelismo, familismo, leggi su misura per i potenti e una pericolosa cultura mafiosa entrata nello Stato. Ma la responsabilità non è solo dei politici: un popolo assuefatto e indifferente è parte del problema. Serve una nuova dimensione etica, pubblica e privata.
La questione morale come prima emergenza nazionale
Lo sgomento è grande, molto grande.
Il numero dei politici, dei pubblici amministratori e dei funzionari inquisiti, imputati e condannati aumenta ogni giorno che passa.
Il centrodestra ha il primato, ma anche nel centrosinistra non mancano gli impresentabili.
La questione morale rappresenta la prima e più grave emergenza nazionale.
Imperversa la corruzione a tutti i livelli della vita economica, civile e politica del Paese.
La pratica degli scambi di favori privati e di carriere, di assegnazione di incarichi pubblici, del superamento dei concorsi sulla base di accordi fra gruppi di pressione e cordate varie, è diventata endemica.
Prevalgono familismo, clientelismo, affarismo, sfruttamento di risorse pubbliche a vantaggio di interessi privati.
Si è smarrito il senso delle istituzioni e dello Stato.
Leggi su misura e cultura mafiosa dentro lo Stato
La legislazione, sempre più effettuata mediante decreti-legge, tende a favorire alcuni interessi particolari, e quella penale viene ritagliata per garantire l’impunità dei potenti.
La cultura mafiosa si è diffusa pericolosamente dentro lo Stato.
Anzi, si è fatta STATO.
Non è più solo un problema di mafie tradizionali o di criminalità organizzata: è un modo di pensare e di agire che penetra nella macchina pubblica, inquina la politica, condiziona la gestione delle risorse e corrode la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Il popolo dormiente: dall’indignazione alla complicità
Lo sgomento si accresce ulteriormente a causa dell’assuefazione e dell’indifferenza di gran parte del popolo.
Un popolo dormiente, anzi complice, poiché la questione morale riguarda anche lui.
Si preferisce essere sudditi e servi volontari anziché cittadini.
Lo aveva capito bene Giacomo Leopardi, due secoli fa, nel suo famoso “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani”.
Li descriveva «senza amor proprio; cinici d’animo, di pensiero, di costumi, d’opinione, di parole e di azioni; indifferenti verso se stessi e verso gli altri».
Queste parole, scritte nell’Ottocento, suonano oggi terribilmente attuali: dove c’è corruzione diffusa, dove la cultura mafiosa diventa normale amministrazione, il problema non è solo chi ruba, ma anche chi fa finta di non vedere, chi giustifica, chi applaude.
Una nuova dimensione etica: difficile, ma necessaria
In sintesi, occorre adoperarsi per riscoprire e affermare una nuova dimensione etica, sia pubblica che privata, affinché divenga guida nelle scelte di vita personali e collettive.
Significa rimettere al centro parole logorate dall’uso e tradite dai fatti:
-
onestà,
-
responsabilità,
-
bene comune,
-
rispetto della legge,
-
dignità delle istituzioni.
Certo, è molto difficile, ma non bisogna mai smettere di provarci.
Perché la questione morale non si risolve solo nelle aule di giustizia o nei palazzi del potere: si risolve, giorno dopo giorno, nelle scelte concrete di ognuno, nel rifiuto del favore, della scorciatoia, della raccomandazione, dell’omertà.
Finché accetteremo di essere sudditi, la corruzione continuerà a vincere.
Quando torneremo a essere cittadini, allora la questione morale potrà smettere di essere una condanna e diventare, finalmente, un nuovo punto di partenza.





