Claudia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli. E’ stata premiata come Testimone del nostro Tempo alla IV edizione del premio nazionale Lea Garofalo. Quanto è importante oggi parlare di queste tematiche nelle scuole?
Ritengo molto importante parlare di queste tematiche nelle scuole, vuol dire riuscire a portare una testimonianza attiva su argomenti che non vengono affrontati nella normale programmazione scolastica e avere la possibilità di incoraggiare un approccio critico alla nostra storia contemporanea con l’auspicio che almeno alcune studentesse o studenti siano poi stimolati ad approfondire.
Con sua sorella abbiamo parlato della strage di piazza Fontana fino ad arrivare a quel 15 dicembre 1969. Lei ci può dire cosa succede immediatamente dopo la morte di suo padre? Quale sono le prime dichiarazioni?
Arrivarono dei giornalisti a suonare alla porta del nostro piccolissimo appartamento, furono loro a dire a nostra madre che Pino era precipitato da una finestra della questura. Lei telefonò in questura per avere conferma, chiese perché non fosse stata avvertita, le risposero “ma sa signora abbiamo tanto da fare”. Licia chiamò degli amici che portarono me e mia sorella a casa loro mentre Licia raggiungeva l’ospedale dove era stato portato Pino. Era morto quando lei arrivò.
La questura di Milano indisse una conferenza stampa nelle prime ore del mattino del 16 dicembre. Il questore di Milano, Marcello Guida, alla presenza del capo dell’ufficio politico Antonino Allegra e del vice commissario Luigi Calabresi, responsabile del fermo di mio padre e dell’interrogatorio di quella notte, affermò che Pino si era suicidato gettandosi dalla finestra al grido ‘È la fine dell’anarchia’ e che il suicidio fosse una dimostrazione di sue responsabilità per la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana. Arrivò a dire ai giornalisti “giuro, non lo abbiamo ucciso noi”. Le sue affermazioni erano menzogne, strumentali per avallare la loro versione. Mia madre Licia presentò subito una denuncia contro il questore per diffamazione che venne però archiviata con la motivazione che ‘il fatto non costituisce reato’.
Ci può dire oggi a livello giuridico cosa si sa sulla morte di suo padre?
A livello giuridico si arrivò alla definitiva sentenza di archiviazione del giudice Gerardo D’Ambrosio che escluse il suicidio ma anche l’omicidio e affermò che la morte di mio padre dopo tre giorni di fermo illegale, nel corso di un interrogatorio potesse essere attribuita verosimilmente a un malore che avrebbe causato un’alterazione del centro di equilibrio e quindi il precipitare dalla finestra. Il famigerato “malore attivo”.
Invece a livello storico?
La verità storica è che Giuseppe Pinelli fu precipitato da una finestra nel corso di un interrogatorio, che non aveva responsabilità in nessun attentato, che la polizia e la magistratura si attivarono perché non venissero svolte indagini e non ci fosse una discussione pubblica, in un’aula di tribunale per la sua morte. Che fu nascosta per anni la presenza quella notte nella questura di Milano di appartenenti ai servizi segreti. La verità storica, in una mancata verità giudiziaria, è stata acclarata grazie al lavoro della contro informazione, dei movimenti di allora, di una società civile che si mobilitò ed è stata riconosciuta nella sua validità anche da due Presidenti della Repubblica.
Secondo lei oggi, dopo tutto questo tempo, perché parte delle istituzioni hanno vergogna quando si parla di suo padre e tentano di non farlo?
Sarebbe bello che qualche istituzione provasse vergogna nel nominare Pinelli, perché vorrebbe dire che sentono un peso sulla coscienza. In realtà credo siano più infastiditi che Giuseppe Pinelli e la sua morte siano ancora ricordati dopo così tanti anni. Avrebbero preferito fosse dimenticato, di poter far passare la narrazione dello stato buono, sempre, contro i ‘cattivi’, e invece gli è rimasta la spina nel fianco della morte atroce di una persona innocente, un anarchico, partigiano, esperantista, che si trovava nelle mani dello stato e di una famiglia che ha saputo resistere e che ha continuato a chiedere verità e giustizia. Giuseppe Pino Pinelli suo malgrado è diventato un simbolo dell’iniquità e della violenza del sistema e invece di farsene carico e farne un monito perché non accada mai più, dà fastidio.





