Nella decima puntata di “30 minuti con…”, in onda il 30 dicembre 2025, Francesco Cancellato entra in studio con una storia che non è solo sua: è la cartina al tornasole dello stato della libertà di stampa in Italia.
Cancellato racconta di aver ricevuto un avviso che lo informa di essere stato bersaglio di un attacco informatico. Da lì, la frase che pesa come un macigno: non “spiato” nel senso comune, ma “captato”, cioè agganciato in modo da portare via il contenuto delle comunicazioni (nel suo caso, soprattutto WhatsApp).
E quando ti portano via le chat, non ti rubano solo la privacy: ti rubano il mestiere. Perché un giornalista vive di una cosa fragile e sacra: le fonti.
Graphite-Paragon: quando lo spyware entra come un fantasma
Cancellato descrive Graphite, lo spyware legato a Paragon Solutions, come uno strumento capace di entrare nel telefono “senza lasciare tracce visibili” e di trasformare la vita digitale in una scatola nera aperta. Ed evidenzia un nodo che, da solo, basterebbe a far tremare i polsi: secondo quanto emerso in diverse ricostruzioni, Graphite sarebbe commercializzato per l’uso governativo e legato ad attività di intelligence.
Qui il tema non è la tecnologia. Il tema è l’abuso. Perché se uno strumento nato per colpire criminalità organizzata e terrorismo finisce addosso a giornalisti e attivisti, allora il confine tra sicurezza e sorveglianza diventa una riga di matita, facile da cancellare.
“Bruciarti le fonti”, delegittimarti, isolarti: il menù completo dello spionaggio
Nel dialogo con il direttore Paolo De Chiara e il collaboratore di WordNews.it Antonino Schilirò, Cancellato elenca con chiarezza chirurgica cosa significa subire un attacco del genere: delegittimazione, fonti bruciate, vita privata esposta, messaggio intimidatorio: “non esporti”, “non disturbare”, “non fare il cane da guardia del potere”
È un attacco che non ti spegne con la censura esplicita. Ti spegne con la paura. Ed è peggiore. Cancellato ricostruisce un anno di dichiarazioni pubbliche e retromarce. E il quadro, per come lo racconta, è una nebbia fitta: comunicati, passaggi parlamentari, relazioni, silenzi.
Sulla vicenda Paragon/Italia, diversi media internazionali hanno riportato che Paragon avrebbe interrotto il rapporto contrattuale con l’Italia dopo accuse di uso improprio dello spyware; il governo italiano, in quel periodo, ha respinto le accuse e parlato di uso legale per fini di sicurezza. Nel frattempo, Citizen Lab (citato nella puntata) e successive analisi forensi hanno portato elementi che rafforzano almeno una certezza: non si è trattato di fantasia o “allarmismo”. Il caso del giornalista Ciro Pellegrino, con tracce tecniche individuate, viene indicato come uno snodo decisivo.
E poi c’è il capitolo Copasir, richiamato in trasmissione: relazioni, conclusioni contestate, e quella sensazione di “caso chiuso” proclamata troppo in fretta, mentre le domande restano aperte.
“Il diritto a non sentirti solo”: la solitudine come arma
Uno dei passaggi più forti dell’intervista è questo: all’estero lo chiamano “il diritto a non sentirti solo”. Perché la strategia non è solo spiare. È isolare. Se una vittima deve anche diventare investigatore di se stessa (“ci sono novità?”), mentre chi dovrebbe rispondere tace, allora la trappola è perfetta: ti logori, molli. E il messaggio passa a tutti gli altri: guardate cosa succede a chi insiste.
Cancellato non dice che il giornalismo italiano sia morto. Dice qualcosa di più inquietante: produce ancora cose ottime, ma dentro un habitat ostile. Querele temerarie, fragilità economiche, proprietà editoriali non indipendenti, pressione politica, criminalità organizzata, e ora anche la minaccia digitale.
Il paradosso è amaro: i lavori migliori spesso nascono dove l’aria è più pesante. Ma una democrazia adulta non dovrebbe chiedere ai giornalisti l’eroismo come requisito contrattuale. A un anno dall’avviso ricevuto, Cancellato dice di non avere risposte definitive su chi lo abbia colpito, ma di avere idee più chiare su chi non ha voluto chiarire.





