La dodicesima puntata di “30 minuti con…” è stata un incontro vivo, denso, in cui la legalità non è stata trattata come parola da manifesto, ma come scelta quotidiana.
A condurre la nuova puntata il nostro direttore Paolo De Chiara, con la collaborazione di Antonino Schilirò, ripercorrendo il cammino della seconda stagione: testimonianze di testimoni di giustizia, familiari delle vittime delle mafie, approfondimenti su sanità pubblica, stragi, Gladio, e l’impegno costante nel tenere acceso il faro sulle domande scomode che l’Italia tende a archiviare troppo in fretta. De Chiara ha ribadito anche l’invito, ancora una volta, alla presidente della Commissione parlamentare antimafia: perché chi denuncia, chi rompe il silenzio, chi paga sulla propria pelle, merita risposte. Non slogan.
Il cuore della puntata: “Teatro e legalità”
Gli ospiti della serata, Massimo Caponnetto e Simona Barberio, hanno portato in trasmissione un progetto che ha la forza delle idee che funzionano perché sono semplici e profonde: educare alla legalità attraverso il teatro, facendo vivere ai ragazzi una storia, non soltanto raccontandola.
Il progetto “Teatro e legalità” nasce dall’intuizione che la memoria, da sola, non basta se resta una fotografia appesa al muro. Serve un gesto. Un’esperienza. Una partecipazione. E allora ecco il teatro: un linguaggio che costringe a mettersi nei panni degli altri, a sentire, a capire, a esporsi.
Massimo Caponnetto: “Ai ragazzi manca il senso di comunità”
Massimo Caponnetto ha aperto un ragionamento che è, insieme, lucidissimo e inquietante: oggi manca ai giovani (e spesso anche agli adulti) un senso reale di appartenenza alla comunità. E se non ti senti parte di una comunità, rispettare le regole diventa un suono lontano, un obbligo esterno, non una scelta interna.
Caponnetto ha raccontato l’obiettivo del progetto: stringere rapporti intensi con i ragazzi, lasciare loro qualcosa che resti. Non un’ora di lezione che evapora, ma un percorso vero: cinque incontri, quindici ore, prove, spettacolo finale. Tempo. Relazione. Profondità.
E soprattutto un’idea potente: far interpretare ai ragazzi personaggi e momenti cruciali, per portarli a vivere le scelte, i dilemmi, la speranza e anche la tragedia. Perché la storia non è solo un elenco di date.
Simona Barberio: “La legalità non si recita: si vive”
Simona Barberio, professoressa e formatrice, ha spiegato con precisione e passione come “Teatro e legalità” sia nato anche dall’emozione generata dalla traduzione teatrale di un racconto di memoria civile, fino a diventare un metodo educativo. Un metodo che ha avuto un primo progetto pilota a Como, con un esito superiore alle aspettative: ragazzi coinvolti, trasformati, capaci di restituire consapevolezza e gratitudine.
Barberio ha insistito su un punto decisivo: il teatro è una delle poche attività capace di strappare l’attenzione allo smartphone, perché coinvolge corpo, voce, emozione. È apprendimento esperienziale, non solo cognitivo. E in questo, la legalità smette di essere concetto astratto e diventa tangibile, reale, vissuta.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: costruire un modello innovativo di educazione alla legalità, capace di creare adulti consapevoli, pensanti, liberi. Non “contenitori da riempire”, ma fiaccole da accendere.
Nino e Bettina: i personaggi che diventano esperienza
Durante la puntata è stato chiarito anche chi sono i protagonisti che i ragazzi portano in scena: Nino e Bettina, ovvero Antonino Caponnetto e sua moglie, in un arco narrativo che attraversa decenni, fino agli anni decisivi del pool antimafia, quando Caponnetto raccoglie l’eredità di Chinnici e chiama attorno a sé Falcone e Borsellino.
In questo passaggio emerge la forza pedagogica del teatro: non “studiare” una figura, ma abitare quella storia. Capire le scelte. Sentire le conseguenze. Misurarsi con la responsabilità.
Il tempo presente: la legalità senza stigma e l’erosione del confine
Tra i momenti più duri della puntata, la riflessione sul presente. Caponnetto ha parlato di un fatto che brucia: oggi chi esonda dal cerchio della legalità spesso non porta più addosso lo stigma sociale. La tolleranza verso il compromesso si è allargata. Il confine si è ristretto. E se il limite diventa “la mia moralità”, allora tutto rischia di diventare arbitrario, individuale, manipolabile.
In parallelo, si è discusso anche del rapporto tra politica e antimafia: senza percezione del rischio, senza pressione sociale, le scelte diventano timide. E questo lascia terreno fertile alle mafie, che oggi non cercano più solo paura visibile, ma stabilità invisibile: potere economico, contiguità, silenzio.
Scuola e memoria: perché serve ostinarsi
Barberio ha detto una cosa che merita di restare: non dobbiamo insegnare ai ragazzi cosa pensare, ma a pensare. Perché saranno futuri adulti votanti. E la democrazia, senza pensiero critico, diventa una stanza vuota dove qualcuno urla più forte degli altri.
Da qui anche l’idea del concorso dedicato al giudice Caponnetto, “L’albero dei pensieri sulla legalità”, costruito non come semplice elaborato ma come percorso: discutere, riflettere, scrivere, appendere simbolicamente i pensieri. Far diventare la legalità un processo interiore, non una parola ripetuta.
Annuncio prossima puntata: la 13ª con Giovanni Impastato
Il percorso di “30 minuti con…” continua senza sconti. La 13ª puntata sarà dedicata a una delle frasi più vere e più sporche della storia italiana: “la mafia è una montagna di merda”. E per dirla con la voce di chi quella storia l’ha vissuta e la porta addosso, l’ospite sarà Giovanni Impastato, fratello di Peppino.
13ª puntata – Ospite Giovanni Impastato
Martedì 20 gennaio (puntata posticipata)
In diretta su YouTube
La memoria è una lotta che ricomincia ogni volta che qualcuno decide di non tacere.




