Permessi anche dopo l’ergastolo: cosa significa davvero la “certezza della pena” per le vittime di ‘ndrangheta? Il caso Lea Garofalo e lo schiaffo della giustizia che si piega ai criminali.
Lea Garofalo, la fimmina calabrese che ha avuto la forza e il coraggio di sfidare la schifosa ‘ndrangheta, è stata uccisa a Milano il 24 novembre del 2009. E non è stata solo “uccisa”: è stata sequestrata, colpita, strangolata, ammazzata, bruciata, cancellata. Un corpo ridotto a frammenti, una madre trasformata in cenere, una donna fatta sparire per tentare di far sparire l’idea della ribellione.
Di quella morte portano una responsabilità precisa anche Carlo Cosco (il padre di sua figlia Denise) e Vito Cosco: due uomini, due fratelli, un’unica logica: quella del possesso, del controllo, della punizione. Non è stato un raptus, come voleva far credere quella bestia di Carlo Cosco durante le udienze milanesi. Ma un disegno preciso, studiato. Un messaggio. Un avvertimento scritto con il sangue: se parli, muori.
E oggi, mentre si parla di permessi, uscite temporanee, benefici, la domanda è: quanto vale, in Italia, la vita di una donna ammazzata dalla ‘ndrangheta?
Soprattutto se per questa morte violenta ci sono altre responsabilità, legate agli “uomini” delle Istituzioni che non hanno fatto il proprio dovere. Sino ad oggi. Lea Garofalo, infatti, era una testimone di giustizia. Ma per lo Stato è ufficialmente una collaboratrice di giustizia. Il peccato originale che ha colpito questa donna, in vita.
Non chiamatela giustizia
C’è una parola che fa tremare: permesso. E quando arriva dopo l’ergastolo non è “umanità”. È una crepa. In un Paese pieno di vittime e povero di responsabilità. Una risata in faccia a tutti coloro che hanno perso la vita.
La legge consente spiragli. Esistono percorsi. C’è la “valutazione”. Ci sono i “requisiti” e i “benefici”.
Lea non ha (avuto) benefici. Lea non ha (avuto) permessi. Lea non ha (avuto) sconti. Lea non ha “fine pena”. La sua condanna è eterna. In vita (la chiamavano “prostituta”, “pentita”, “tossica”) e in morte (il continuo business sulle vittime delle mafie).
La pena è certa per chi è morto
La certezza della pena in Italia non esiste. Diventa ancora più grave e pericoloso quando si tratta di delitti di mafie, di femminicidi mafiosi, di delitti costruiti per terrorizzare. Un elastico ad uso e consumo degli assassini: si tende, si allenta, si ritende. E ogni allentamento lo pagano le vittime e chi resta.
Per chi è sopravvissuto, per chi ha amato Lea, per chi ha creduto nella sua scelta, ogni uscita, ogni permesso, ogni “rientro in società” anche solo temporaneo è un nuovo funerale. Senza bara, senza silenzio, senza rispetto.
Non esiste rieducazione credibile se prima non esiste giustizia credibile. Non esiste giustizia credibile se chi ha ridotto una donna in cenere può tornare a vedere il cielo “da uomo libero”, anche per poche ore.
Il problema non è una singola decisione. Il problema è la mentalità che ci sta dietro: quella che considera il delitto mafioso un fascicolo e non una frattura civile.
Lea è una ferita aperta nella carne dello Stato, con le sue responsabilità (poteva essere salvata). Uno Stato che pretende fedeltà deve prima dimostrare fedeltà alle sue vittime. Lea Garofalo non è morta “per caso”.
La bestia Carlo Cosco, mafioso-assassino-ergastolano, è nuovamente rientrata al paesello
C’è un punto che troppi fingono di non capire: con le mafie non esistono patti, trattative e gesti neutri. Non si può convivere con le mafie. Un permesso non è soltanto un permesso. È un segnale. È un ritorno. È un’ombra che ritorna a camminare nei luoghi dove l’omertà ha già paura di respirare.
Carlo Cosco: la bestia si sta riorganizzando sul territorio?
Chi deve denunciare, chi deve scegliere la verità, chi dovrebbe fare la stessa strada di Lea, guarda e pensa: “E se poi resto solo?”. In questo modo si ammazzano le testimonianze. In questa maniera si distrugge il riscatto.
Si uccide la voglia di continuare a combattere il malaffare.
Saranno liberi?
Il punto è che la pena a vita, col tempo, può diventare una porta che si apre. Oggi è un permesso. Domani è un altro permesso. Poi un pezzo di vita riconsegnato.
Lo sta sperimentando Carlo Cosco, la bestia immonda. La stessa esperienza la sta respirando suo fratello Vito. Due ergastolani. Due ‘ndranghetisti. Due assassini. Due vigliacchi senza onore. Due “uomini” di cartone. Due PDM.
Saranno liberi tra qualche tempo? Il sistema consente che si aprano spiragli anche per condanne a vita. E quando si parla di ’ndrangheta, la mafia più schifosa al mondo, non è un dettaglio tecnico. Ma un problema politico, morale, civile.
Non stiamo invocando vendetta. Ma credibilità. Uno Stato credibile mette al centro le vittime, protegge davvero chi denuncia e chi rompe i legami mafiosi. Quando una donna viene bruciata per tre giorni e gettata in un tombino non si è davanti a un reato. Si è davanti a una dichiarazione di guerra alla civiltà.
E questa è una guerra da vincere. A tutti i costi.
Lea è diventata un nome che si pronuncia nei convegni, nelle scuole, nei discorsi ufficiali. Il suo viso lo troviamo sulle bandiere dell’antimafia. Ma se a quel nome non corrisponde una giustizia vera il nome diventa una maschera. Un santino. Un altarino per la putrida coscienza.
La giustizia non si misura nelle cerimonie. Lea Garofalo è morta per dire “no”.
E noi, se continuiamo a chiamare “certezza” ciò che certezza non è, stiamo dicendo “no” a lei. Di nuovo.

BOX | “Una fimmina calabrese. Così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta”
Una ferita messa in pagina. Una fimmina calabrese ricostruisce la vicenda di Lea Garofalo come storia di carne, paura e coraggio: una donna che sceglie di rompere l’omertà, di non appartenere più, di salvare sé stessa e sua figlia da un destino già scritto.
Tra testimonianze, passaggi giudiziari e contesto sociale, il libro mostra il punto che molti fingono di non vedere: la ’ndrangheta non uccide solo i corpi, tenta di uccidere la libertà.
E quando una donna si sottrae, diventa un bersaglio “esemplare”, perché la disobbedienza femminile, in certi mondi, è il massimo “peccato”.
Una fimmina calabrese è anche un atto di memoria civile: non celebra, accusa. Non consola, pretende. E lascia addosso una domanda che brucia: quanta protezione reale ha avuto Lea, e quanta ne hanno, oggi, i testimoni di giustizia che scelgono la stessa strada?
Un libro necessario, ruvido, che non chiede commozione ma responsabilità.






