L’11 gennaio 1999 si spegne a Milano Fabrizio De André. Aveva 58 anni. Una malattia dura, il tumore ai polmoni. De André non è stato “solo” un cantautore. È stato un maestro di disobbedienza civile, un poeta che ha insegnato a un Paese intero una lezione fastidiosa ma necessaria: la dignità, spesso, sta in fondo.
Genovese, colto, ironico, ostinato: De André ha attraversato la musica italiana trasformandola in letteratura popolare e in inchiesta emotiva. Le sue canzoni mettono in luce gli ultimi, chi viene schiacciato dai meccanismi sociali, morali, economici.
Ha raccontato prostitute, assassini, disertori, ladri gentili, inermi, colpevoli. Ha dato voce a chi non ha voce, senza paternalismo: con uno sguardo fraterno e, insieme, spietato verso l’ipocrisia.
De André cercava la crepa nel muro.
Quando muore Fabrizio De André, l’Italia perde una delle poche voci capaci di essere popolari senza essere banali, profonde senza essere incomprensibili. Chiamarlo “maestro anarchico” è un modo per dire che De André era libertario, allergico a ogni autorità che si presenta come verità assoluta. La sua “anarchia” è soprattutto un rifiuto dell’ingiustizia travestita da normalità. Nei suoi testi c’è un’idea semplice: il potere spesso chiede obbedienza, ma raramente chiede giustizia. De André ci costringeva a guardare.
Le sue canzoni sono specchi.
La guerra di Piero: l’assurdità della guerra raccontata senza retorica.
Bocca di Rosa: la morale di paese smontata.
Via del Campo: la dignità dove la società vede solo “scarto”.
Il pescatore: il confine sottile tra bene e male.
Andrea: la guerra come furto di vita, d’amore, di identità.
Smisurata preghiera: la preghiera laica per chi viene lasciato ai margini.
Anime salve: il manifesto della solitudine, della libertà.
De André non è “da celebrare”. È da usare.






