Un bambino di 10 anni picchiato dal patrigno: riflessioni su maltrattamenti sui minori, responsabilità genitoriale e cultura educativa.
La triste vicenda del bambino di 10 anni picchiato selvaggiamente dal patrigno con un cucchiaio di legno sollecita qualche riflessione.
Ho visto il filmato: brutale, violento, e senza riuscire a guardarlo sino alla fine.
Non entro nel merito degli aspetti penali che, con indagini ancora in corso, per onestà intellettuale e correttezza professionale mi astengo dal valutare.
La cronaca racconta di un “padre-padrone” e di una madre che appare inadeguata al proprio ruolo. Il bambino viene descritto come “difficile da gestire” per i due genitori. La madre dichiara che non li ascolta, “direbbe bugie e le avrebbe rubato dei soldi”. Fa capricci e monellerie.
Parrebbe che, in un’altra occasione, quando aveva 7 anni, sarebbe stato picchiato dal patrigno per essere salito sul banco della scuola.
A questo punto c’è poco da aggiungere.
Non esistono bambini “difficili”: esistono contesti familiari fragili o tossici, genitori e adulti di riferimento del tutto inadeguati. E quando l’adulto si sente “sfidato”, troppo spesso sceglie la scorciatoia più vigliacca: la violenza domestica travestita da disciplina.
Credo che l’insegnamento di Don Milani e di Maria Montessori da tempo non sia più attuale. (Eppure, a guardare certe storie, sembrerebbe l’esatto contrario: non è l’educazione a essere vecchia, è l’indifferenza a essere modernissima.)
Diceva Carl Gustav Jung: “Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi”.
Ed è qui il punto: prima di “correggere” un minore, bisognerebbe avere il coraggio di correggere gli adulti. Perché un bambino non è un nemico da piegare: è una vita da proteggere.





