C’è un Paese che brucia in silenzio, mentre il mondo osserva con il fiato sospeso e il dito già appoggiato sul grilletto. L’Iran oggi è questo: una polveriera interna ed esterna, una nazione stremata dalla repressione e allo stesso tempo accerchiata da interessi globali che poco hanno a che fare con la libertà dei suoi cittadini.
Quello che sta accadendo in Iran non è solo una crisi politica. È una frattura profonda tra un popolo che chiede di respirare e un potere che risponde con il pugno chiuso. È la storia di un Paese intrappolato tra il controllo ideologico interno e la pressione geopolitica esterna. Ed è, soprattutto, uno specchio scomodo per l’Occidente, che ancora una volta deve decidere se guardare davvero o usare la sofferenza altrui come leva strategica.
Da settimane le piazze iraniane sono attraversate da proteste diffuse, trasversali, non più riconducibili a singole categorie sociali. Non è solo la fame, non è solo l’inflazione, non è solo il lavoro che manca. È la sensazione, sempre più diffusa, di vivere in un sistema che non concede futuro. Le donne, i giovani, gli studenti, i lavoratori: tutti dentro una stessa richiesta elementare e potentissima — essere ascoltati.
La risposta dello Stato è stata quella che conosciamo fin troppo bene: repressione, arresti, violenza, silenziamento dell’informazione. Internet che si spegne, le immagini che non arrivano, i numeri che restano incerti ma il dolore che è chiarissimo. Perché quando un governo ha paura del suo popolo, la prima cosa che fa è togliergli la voce.
Ma sarebbe un errore — e una comoda semplificazione — leggere ciò che accade in Iran solo come una lotta interna tra cittadini e regime. Perché attorno all’Iran, come avvoltoi in cerchio, si muovono potenze che da decenni considerano quel territorio una casella fondamentale sulla scacchiera mondiale.
Ed è qui che entrano in gioco gli Stati Uniti. E, con loro, Donald Trump.
Trump non ha mai nascosto la sua visione del mondo: una politica estera muscolare, diretta, spesso brutale, dove il compromesso è visto come debolezza e la forza come linguaggio universale. L’Iran, nella sua narrazione, è da sempre il nemico perfetto: regime ostile, potenza regionale scomoda, simbolo di tutto ciò che l’America trumpiana dice di voler combattere.
Dietro le dichiarazioni di sostegno al popolo iraniano, dietro le parole sulla libertà e sui diritti umani, si muove però una strategia ben più concreta. Gli obiettivi degli Stati Uniti verso l’Iran non sono nuovi, ma oggi appaiono più espliciti, meno mascherati.
Il primo obiettivo è il controllo. Controllo del programma nucleare iraniano, percepito come una minaccia non solo per Israele ma per l’intero equilibrio del Medio Oriente. Un Iran dotato di capacità nucleare sarebbe un Iran meno ricattabile, più autonomo, più pericoloso per l’ordine imposto da Washington nella regione. E questo, per gli Stati Uniti, è inaccettabile.
Il secondo obiettivo è l’indebolimento economico e politico. Le sanzioni non sono uno strumento neutro, colpiscono i governi, sì, ma soprattutto i cittadini. Affamano, isolano, esasperano. E spesso producono proprio ciò che dicono di voler combattere: instabilità, radicalizzazione, chiusura. Ma nella logica della “maximum pressure”, il malcontento interno diventa un’arma. Se il popolo soffre abbastanza, forse il sistema crolla da solo.
Il terzo obiettivo è strategico e regionale. L’Iran è il perno di una rete di alleanze ed influenze che vanno dal Libano allo Yemen, dalla Siria all’Iraq. Ridimensionare Teheran significa ridisegnare i rapporti di forza in tutto il Medio Oriente, rafforzare alleati storici degli USA e garantire il controllo di rotte energetiche vitali.
In questo contesto, la sofferenza del popolo iraniano rischia di diventare uno strumento narrativo. La libertà evocata, sbandierata, usata come giustificazione morale per politiche che hanno ben altri obiettivi. È una dinamica già vista, già vissuta: si difendono i diritti umani a parole, mentre si preparano missili e sanzioni a tavolino.
La domanda, allora, è inevitabile: quanto è sincero l’interesse americano per la democrazia iraniana? E quanto, invece, è funzionale?
Trump, in particolare, incarna questa ambiguità in modo quasi didascalico. Da un lato condanna la repressione, dall’altro alza il livello dello scontro militare. Da un lato si dice vicino ai manifestanti, dall’altro alimenta una tensione che rischia di travolgerli. Perché ogni escalation esterna rafforza sempre il fronte più duro all’interno dei regimi autoritari. Ogni minaccia dall’esterno diventa un alibi perfetto per reprimere ancora di più.
L’Iran si trova stretto in una morsa crudele, schiacciato tra un potere interno che non tollera il dissenso ed una pressione internazionale che parla di libertà ma pratica la forza.
Il rischio più grande, oggi, non è solo una guerra aperta. È l’assuefazione. L’abitudine a vedere immagini di repressione come rumore di fondo. L’accettazione passiva dell’idea che alcuni popoli siano destinati a vivere eternamente sotto il ricatto, interno o esterno che sia.
L’Iran ci interroga perché mette a nudo una verità scomoda: la democrazia non può essere esportata a colpi di sanzioni e bombardamenti e i diritti umani non possono diventare un argomento selettivo, buono solo quando coincide con interessi geopolitici.
Se davvero il mondo vuole stare dalla parte del popolo iraniano, allora deve avere il coraggio di una strada più difficile, quella della pressione diplomatica reale, del multilateralismo, della tutela dei civili prima delle strategie. Tutto il resto è retorica. O peggio, propaganda.
E mentre i riflettori si spostano, mentre le grandi potenze giocano la loro partita, in Iran c’è chi continua a scendere in strada sapendo di poter perdere tutto. Senza garanzie. Senza alleati certi. Con una sola arma: la voce.
La vera domanda, alla fine, non è cosa farà l’Iran.
Ma cosa siamo disposti a fare noi, come comunità internazionale, per non trasformare ancora una volta la libertà in una scusa e la guerra in una soluzione.




