Ci sono momenti in cui la politica e la giustizia si intrecciano in modi così profondi da costringerci a fermarci e a chiedere: che cosa significa tutto questo per la mia libertà, per la mia vita quotidiana?
La vicenda che ha investito l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali è uno di quei casi. Non è una notizia da talk show o da cronaca giudiziaria da leggere distrattamente. È una storia che parla del rapporto tra Stato e cittadini, tra diritti costituzionali e responsabilità di chi ricopre ruoli istituzionali.
Al centro delle indagini della Procura di Roma c’è il presidente del Garante, Pasquale Stanzione, insieme ai membri del Collegio: Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e, fino a qualche giorno fa, Guido Scorza. Tutti risultano indagati per corruzione e peculato nell’ambito di una inchiesta che ha già portato a perquisizioni e sequestri da parte della Guardia di Finanza nella sede dell’Autorità a Roma, con acquisizione di documenti, telefoni e computer che ora saranno analizzati dagli inquirenti. Proprio Scorza, uno dei volti più noti del Collegio, ha deciso in queste ore di rassegnare le dimissioni, parlando di una “scelta dolorosa ma necessaria” perché l’Autorità abbia una credibilità non solo reale ma percepita dai cittadini. Pur affermando di non sentirsi personalmente responsabile delle contestazioni, ha sottolineato che l’organo deve poter lavorare con autorevolezza.
Questo passo indietro segna una frattura interna nel gruppo dirigente dell’Autorità, che fino a pochi giorni fa sosteneva invece con decisione di voler “andare avanti” e di avere fiducia nella magistratura per dimostrare la propria estraneità ai fatti. Lo scenario: dalle “spese pazze” alle ombre sul controllo dei poteri Alla base delle contestazioni ci sarebbero quelle che gli inquirenti definiscono spese non giustificate e decisioni poco trasparenti nell’adozione di sanzioni nell’ultimo biennio. Secondo la ricostruzione dei pm coordinati dall’aggiunto Giuseppe De Falco, alcune spese del board sarebbero state considerate “disinvolte” anche da dipendenti dell’Autorità, come viaggi all’estero con costi molto elevati o uscite difficili da giustificare alla luce del ruolo pubblico.
La privacy è un diritto silenzioso. Non fa rumore come la libertà di parola o come il diritto al lavoro ma è altrettanto fondamentale. È ciò che ci protegge dall’essere ridotti a numeri, profili o dati da sfruttare senza consenso. È ciò che ci permette di conservare un margine di libertà in un mondo digitale in cui ogni gesto lascia tracce: un messaggio, una ricerca online, l’uso dei social, persino un pagamento con lo smartphone.
L’Autorità Garante è stata fino a oggi l’organo che decide come e quando le nostre informazioni possono essere raccolte, trattate, condivise o cancellate. È quella stessa istituzione che negli ultimi anni ha imposto limiti alle grandi piattaforme, ha regolato l’uso dei dati personali in contesti delicati e ha richiamato aziende e pubbliche amministrazioni al rispetto delle regole. Se questa Autorità perde credibilità, ciò che viene messo in discussione non sono solo le persone al suo interno, ma la tutela concreta dei nostri diritti.
Quando chi dovrebbe difendere la privacy finisce sotto indagine per la gestione delle risorse interne o per decisioni sanzionatorie contestate, il rischio non è solo legale: è culturale e sociale. Si incrina la fiducia collettiva, quella stessa fiducia che permette ai cittadini di sentirsi protetti anche quando la complessità della tecnologia e dei dati rende tutto più invisibile e difficile da comprendere.
La vera gravità della vicenda non sta nei dettagli tecnici o nelle accuse specifiche. Sta nel fatto che tocca il cuore di un problema molto più ampio: chi controlla i controllori?
In un Paese dove la fiducia nelle istituzioni è già fragile, vedere anche un organo indipendente finire sotto inchiesta trasmette un messaggio inquietante: non c’è garanzia di neutralità, nemmeno dove ce l’aspetteremmo. E se la fiducia si perde, anche la protezione dei dati personali si indebolisce.
È per questo che la crisi non può essere vista come un fatto distante o riservato agli addetti ai lavori. Riguarda tutti noi, perché siamo immersi ogni giorno in un mondo digitale in cui i nostri dati sono costantemente raccolti, archiviati e utilizzati. Ogni email, ogni messaggio, ogni ricerca online lascia un’impronta che può diventare vulnerabile se l’autorità che dovrebbe difenderla vacilla.
Nel breve periodo, l’indagine proseguirà. Ma il punto più importante non è solo il procedimento giudiziario: è la necessità che l’Autorità ritrovi autorevolezza, indipendenza e trasparenza. Senza questo, ogni sforzo di tutela rischia di sembrare inutile agli occhi dei cittadini.
Nel lungo periodo, la vicenda solleva una questione più profonda: come garantire che chi è chiamato a proteggere i nostri diritti non sia soggetto a dinamiche interne opache, conflitti di interesse o comportamenti poco trasparenti? La risposta a questa domanda definirà il futuro della privacy e, più in generale, la capacità delle istituzioni di essere affidabili e credibili.
Viviamo in un tempo già segnato dall’incertezza: crisi economiche, trasformazioni tecnologiche, complessità della vita digitale. In questo contesto, la tutela dei dati personali diventa uno degli ultimi argini contro la perdita di controllo su ciò che siamo e su ciò che ci appartiene. Perdere quell’argine significherebbe permettere che la nostra identità digitale diventi un bene vulnerabile, esposto a chiunque senza regole chiare.
Questa vicenda non riguarda solo l’Autorità o le persone sotto inchiesta. Riguarda noi tutti. Ci invita a riflettere sul valore reale della privacy, su quanto siamo disposti a difendere i nostri diritti invisibili e su quanto controllo vogliamo mantenere sulla nostra vita digitale.
Se il Garante deve riconquistare autorevolezza, lo farà solo dimostrando con i fatti che la trasparenza e la responsabilità non sono parole da sventolare, ma pratiche quotidiane. E noi, come cittadini, dobbiamo essere pronti a chiedere conto, a vigilare, a pretendere chiarezza.
Perché in un futuro già incerto, proteggere ciò che resta dei nostri diritti invisibili non è un lusso: è una necessità.





