C’è un’Italia che fatica ad arrivare a fine mese, e poi c’è un’Italia che passa le giornate a discutere di simboli. Un’Italia reale ed una Italia raccontata. Sempre più distanti, sempre meno comunicanti.
Il ritiro di Andrea Pucci dalla co-conduzione di Sanremo ed il post di Giorgia Meloni in sua difesa – trasformato immediatamente in un attacco alla sinistra e ai soliti “radical chic” – non sono un semplice episodio di costume. Sono l’ennesima fotografia di un Paese in cui la politica ha scelto di combattere guerre culturali mentre sotto i piedi si allarga una crisi profonda, strutturale, quotidiana.
Il punto non è Pucci. Non è Sanremo. E nemmeno la legittimità di difendere un artista o criticarlo. Il punto è l’uso politico di ogni episodio, anche il più marginale, per alimentare una narrazione permanente di scontro. Il post della presidente del Consiglio non è solo una presa di posizione personale: è un atto politico, pensato per parlare a un elettorato, per rafforzare un’identità, per ribadire un “noi” contrapposto a un “loro”.
Pucci diventa così il simbolo dell’artista “messo a tacere”, della vittima di un presunto clima censorio, della cultura “non allineata” che verrebbe esclusa dai palcoscenici. Poco importa se le dinamiche siano più complesse, se le responsabilità siano distribuite, se si tratti di scelte editoriali, di contratti, di opportunità artistiche. La complessità non serve alla propaganda. Serve il messaggio semplice: la sinistra censura, la destra difende la libertà.
Ed è lo stesso schema che viene riproposto sul fronte delle Olimpiadi. Anche lì, secondo la narrazione governativa, c’è una sinistra che rema contro, che boicotta, che parla male dell’Italia all’estero. Anche lì, invece di affrontare criticità, ritardi, nodi infrastrutturali, impatti sociali e ambientali, si preferisce spostare tutto su un piano ideologico: chi critica è un nemico, chi solleva dubbi è un sabotatore, chi chiede trasparenza è un guastafeste.
Ma fermiamoci un momento. Davvero questa strategia serve al Paese? Davvero difendere Pucci – legittimo, se lo si vuole fare – deve trasformarsi nell’ennesimo capitolo di una guerra contro “i radical chic”? Davvero ogni evento culturale o sportivo deve diventare una prova di forza identitaria?
Perché mentre la politica combatte queste battaglie simboliche, l’Italia reale continua a scivolare. I salari restano bassi, spesso insufficienti a vivere con dignità. Il lavoro è instabile, discontinuo, povero. La sanità pubblica è sotto pressione, la scuola fatica, i giovani emigrano, le famiglie si indebitano. La classe media, quella che dovrebbe essere la spina dorsale del Paese, si assottiglia ogni anno di più.
Eppure tutto questo sembra passare in secondo piano rispetto alla polemica del giorno. È più semplice difendere un comico che spiegare perché il potere d’acquisto è crollato. È più efficace attaccare una sinistra caricaturale che assumersi la responsabilità di governare una crisi che dura da oltre un decennio. È più redditizio politicamente evocare la censura che affrontare la precarietà strutturale.
La figura dei “radical chic” è perfetta per questo gioco. È un contenitore vuoto, ma estremamente funzionale. Dentro ci finiscono artisti, intellettuali, giornalisti, professori, attivisti, chiunque osi criticare o semplicemente non applaudire. Non importa se abbiano davvero potere. Importa che possano essere raccontati come élite lontane dal “popolo”, come nemici interni da smascherare.
Il problema è che questa narrazione, alla lunga, logora tutto. Logora il dibattito pubblico, ridotto a slogan. Logora la fiducia nelle istituzioni, percepite come strumenti di propaganda. Logora la cultura, trasformata in terreno di scontro invece che in spazio di libertà. E soprattutto logora il Paese, che resta fermo mentre si discute di tutto tranne che delle sue ferite più profonde.
Destra contro sinistra, sinistra contro destra, una recita infinita che ormai sembra servire solo ad evitare la domanda più scomoda di tutte. Che idea di Italia abbiamo? Un’Italia che vive di post, di reazioni, di nemici immaginari? O un’Italia che prova, finalmente, a rimettere al centro il lavoro, la dignità, il futuro?
Difendere un artista non dovrebbe significare attaccare metà del Paese. Promuovere le Olimpiadi non dovrebbe voler dire zittire chi solleva dubbi. Governare non dovrebbe coincidere con fare propaganda permanente. Perché la propaganda può portare consenso, ma non costruisce futuro. Alimenta rabbia, non risolve problemi. Divide, non unisce.
Forse il punto non è scegliere da che parte stare in questa guerra simbolica. Forse il punto è uscirne. Smettere di usare la cultura come clava politica. Smettere di trasformare ogni critica in un tradimento. Smettere di raccontare un Paese immaginario mentre quello reale chiede risposte.
All’Italia non serve un nuovo nemico. Serve una svegliata. Serve una politica che smetta di urlare e inizi a costruire. Perché mentre discutiamo di Pucci, di Sanremo, dei “radical chic” e delle colpe altrui, il tempo passa. E il Paese, quello vero, non aspetta più.




